INDAGINE INTORNO AL “SUICIDIO” DI VLADIMIR MAJAKOVSKIJ a cura di Antonio Sagredo e UNA POESIA: ” Alcune parole su mia madre”

 

manifesto

manifesto

manifesto di Rodcenko

manifesto di Rodcenko

 

majakovskij

majakovskij

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcune parole su mia madre                                               

 

Io ho una madre su carta da parati fiordaliso.
E passeggio in pavonesse variopinte,
torturo, misurando col passo, arruffate margherite.
La sera prende a suonare su oboe arrugginiti,
mi avvicino alla finestra,
credendo,
che vedrò di nuovo
una nuvola
posatasi
sulla casa.
E alla mamma malata
passano i bisbigli della gente
dal letto all’angolo vuoto.
La mamma sa –
che questi sono mucchi di pensiero demente
che strisciano fuori da dietro ai tetti della fabbrica Šustov.
E quando la cornice della finestra insanguinerà
la mia fronte, incoronata da un cappello di feltro,
io dirò,
scostato con voce di basso l’ululato nel vento:
“ Mamma.
Se io avrò compassione
del vaso del vostro tormento,
pestato dai tacchi di una danza di nuvole, –
chi carezzerà le mani d’oro,
storte da una insegna presso le vetrine “Avanzo”? .

1913

(traduzione di A.M. Ripellino)

majakovskij volto

Nel capitolo Enciclopedia russa, in Cimiteri – Storie di rimpianti e di follie di G. Marcenaro, B. Mondadori, 2008, è descritta la storia che Majakovskij ebbe con Elizaveta Petrovna (nata in un paese degli Urali) già sposata nel 1923 con l’inglese George Jones, e che una volta in America diviene Helen Jones, Elly Jones) da cui sarebbe nata la loro figlia (dapprima Patricia Jones Thompson) poi Elena Vladimirovna Majakovskaja. Il poeta incontra Elly Jones a New York nel 1925. A Nizza nel 1928 Majakovskij incontra Elly e sua figlia Elena. Questi da adulta più volte si recherà a Mosca, sotto Patricia Jones Thompson, al cimitero di Novodevičij, dove intorno alla tomba di suo padre spargerà le ceneri di sua madre Elly.

Vari sono i motivi  e  fortissimi i dubbi circa il suicidio di Majakovskij: le riflessioni di Cesare De Michelis nel suo articolo, sul quotidiano “la Repubblica” del 13 aprile 2000 riportano anche quelle ricostruzioni “verosimili“ (elaborate tra il 1989 e il 1994) del giornalista-scrittore  Valentin Skorjatin che scrisse nel suo libro: “Il mistero della fine di Majakovskij”.

Elena Vladimirovna Majakovskaja

Elena Vladimirovna Majakovskaja

E iniziano:

1) l’ultima lettera del poeta fu scritta a matita (cosa mai fatta) perché preferiva la penna;

2) la lettera è datata 12 aprile e non 14 aprile, e fa pensare che il fatto doveva accadere il 12, ma poi accadde il 14;

3) i versi nella lettera riprendono frammenti di due anni prima (1928);

4) il tono della stessa non è il suo e non ha mai scritto nulla di simile, così dichiarò l’amico regista Ejzenštejn in appunto

Elena Vladimirovna Majakovskaja

Elena Vladimirovna Majakovskaja

trovato nel 1940 da Valentin Skorjatin;

5) il visto rifiutato al poeta per Parigi (ma non è vero per accuratissime ricerche), ma il poeta decise di non più partire lo stesso;

6) le dichiarazioni piene di enigmi  contraddizioni della Veronika Polonskaja (l’ultima sua donna) alla polizia;

7) perché tre agenti dei servizi segreti più la polizia per le prime indagini?;

.

carmelo bene recita poesie di majakovskij

carmelo bene recita poesie di majakovskij

8) la posizione del cadavere, e la testa rivolta verso la porta o verso la finestra?; 8) quali macchie di sangue si scorgevano dalla camicia?;

10) in che direzione era stato esploso il colpo e quali segni c’erano sul volto?;

11) chi era l’autista che lo riportò a casa dopo una serata passata dal suo biografo Vasilij  Kataev?, e chi era il commesso che portò al poeta dei libri il mattino del 14 aprile?;

12) nel verbale della polizia del 14 aprile si legge che ai piedi del morto era stata rinvenuta una mauser col n. 312045 (che il poeta non aveva mai posseduto), ma nei rapporti dei servizi si dice che il poeta s’era sparato con la sua browning n. 268979, poi consegnata agli atti dell’inchiesta;

scatto di Rodcenko

scatto di Rodcenko

13) le trame dei due Brik verso il poeta (poi che una vera passione per una donna altra non avrebbe dato loro più la possibilità di controllare il poeta!) passano attraverso due loro donne: Tat’jana Jakovleva presentata al poeta dalla sorella di Lilja, Elsa Triolet (moglie di Aragon); e poi Veronica Polonskaja – presentata da Osip Brik al poeta nel maggio 1929, e che il governo sovietico esclude dalla eredità majakovskiana, perché? Perché sua agente segreto?!;

14) anni prima i due Brik mettono il poeta in contatto con due agenti del OGPU: Jakov Agranov e Lev El’bert (primo e ultimo firmatario del necrologio apparso sulla Pravda del 15 aprile).

majakovskij e lilia brik

majakovskij e lilia brik

Majakovskij sembra aver confidato all’amico poeta Michail Svetlov il timore di essere arrestato: questo fa capire come i rapporti tra il poeta e il potere sovietico erano tesissimi! Ma la trappola si sta chiudendo: i due Brik se ne vanno all’estero, e sapranno a Berlino del suicido, ma da chi?.

Il giorno 14 aprile: l’agente El’bert gira  nella casa di coabitazione coi Brik, mentre il poeta se ne va, o si rifugia?, nel suo studio; c’è una uscita di servizio dalla cucina… la Polonskaja scende le scale verso le 10,15 dopo aver parlato col poeta… la porta dello studio si apre e compare qualcuno con la pistola, una mauser?,  in mano… il poeta cade e si rompe il setto nasale (come risulterebbe dalla maschera mortuaria). Questo qualcuno, dopo aver messo la lettera del poeta sulla scrivania e la pistola accanto al corpo fugge dalla porta di servizio; scende in strada e poco dopo  incontra due amici del poeta (Michail Kol’cov e Serghej Trat’jakov) già avvertiti, ma da chi?, dal secondo agente Agranov?; il qualcuno ritorna indietro con quei due fino alla stanza dove giace Majakovskij. Questa ricostruzione la ritengo pochissimo fantasiosa: essa per me si avvicina molto a quella io ho sempre pensato come vera o veritiera secondo le informazioni che allora possedevo. Il libro dello Skorjatin riporta anche alcune obiezioni dello studioso svedese Bengt Jangenfeldet, che nel 1985 pubblicò da Mondadori il carteggio tra il poeta e Lilja Brik. — Riferii le mie perplessità a Angelo Maria Ripellino (parecchi mesi prima della sua morte: 21 aprile del 1978), circa il fatto che il poeta si fosse ucciso di mano propria; e se così sarebbe stato costretto; e se non così, ucciso per mano altrui – che per me è più veritiero -. Lo slavista, ricordo, che mi fissò come allibito, era turbato, non so se a lui piacesse di più la morte romantica: il suicidio! Certo è che aveva i suoi forti dubbi se mi rispose più o meno:  “ si, è possibile, sia andata così, ma è così terribile! E il terribile era una cosa normale, consueta, a quei tempi!”.

 Majakovskij seduto   Ancora nel febbraio del 1978 dissi a Ripellino, durante una passeggiata in auto per Roma, che non ero molto d’accordo col “presagio” e che, invece, Majakovskij fu indotto ad uccidersi o fu addirittura ucciso! – Ripellino, non mi rispose. Così scrisse  Pasternàk: ”Secondo la mia opinione,  Majakovskij si è sparato per orgoglio, per aver condannato qualcosa in sé, qualcosa con cui non poteva  conciliarsi il suo amore proprio”; in  Pasternàk, Autobiografia, op.cit. p 77.

Ma c’è da restare di stucco se già nel poema del 1916-17 Uomo (*)(quadro: Majakovskij ai secoli) il poeta stesso ha il presagio dello stato dei suoi sentimenti in cui avvenne il suo suicidio; i versi recitano:

Questa è via Žukovskij?… Questa è via Majakovskij da millenni:/qui si è sparato davanti alla casa della donna amata”.

Lilia Brik

Lilia Brik

   Il rifiuto della sua ultima donna, Veronika Polonskaja (che se ne esce dalla casa del poeta quasi sbattendo la porta) di vivere stabilmente con Majakovskij (che l’aveva implorata di restare con lui) fu soltanto l’ultima concausa che lo portò pochi istanti dopo a spararsi. – Non si sa in effetti cosa pensare. Pesa su Majakovskij tutta una tradizione (quasi fosse obbligato a rispettarla!), una serie di morti di poeti: da Puškin in poi… suicidi mascherati da omicidi!

Ma la figlia di Majakovskij [Elena Vladimirovna (Patricia J. Thompson)] afferma: “Sur le suicide de Maïakovski, Patricia J. Thompson a une version intéressante. Pour elle, un homme de cette trempe ne pouvait mettre fin à ses jours pour une histoire sentimentale”. ( intervista del 26 ott. 2004).

majakovskij-brik-pasternak

majakovskij-brik-pasternak

   Racconta (10 agosto 1939) Lidija Čukovkaja che era insieme all’Achmatova su un tram: “In quel momento passavamo per via Žukovskaja. <Proprio lì, di fronte, c’era una scultura, una testa di cavallo> mi ha indicato con il mento Anna Andreevna dal finestrino. <È l’unico monumento di Leningrado cantato da Majakovskij. E qui che Volodja camminava avanti e  indietro, aspettando e soffrendo. Il giorno della sua morte sono venuta qui. Hanno staccato la scultura sotto i miei occhi

 

illustrazione

illustrazione

   Ha dichiarato Lilja Brik, il grande amore di Majakovskij, che è tuttora vivente (siamo nel 1971!) in una Intervista di  Serena Vitale a Lilja Brik (Editori Riuniti,1976) –Io sapevo che si sarebbe suicidato. Vladimir era ossessionato dall’idea di morire a sua  insaputa (+) e il suicidio è stato per lui una libera scelta”. Majakovskij le aveva predetto che si sarebbe uccisa come lui. Difatti Lilja Brik si ucciderà alle ore 3 del pomeriggio del 4 agosto 1978 con un colpo di pistola. 

    (+)“…a sua insaputa…” che vuol dire? Per finta disgrazia, o perché era stato già deciso di  ucciderlo dalla polizia politica… a sua insaputa: appunto! Lilja e suo marito Osip Brik (tra l’altro collaboravano con la Ceka al tempo del Lef) si erano defilati: se ne erano andati in vacanza e abbandonato il poeta perché il delitto, in loro assenza, fosse compiuto senza testimoni attendibili.

      Majakovskij si toglie la vita il 14 aprile, che è lo stesso giorno della fine del Titanic; aveva scritto nella sua poesia-testamento “la barca dell’amore è affondata” ;  in una poesia  egli si  paragona al Titanic.

    Pasternàk  forse si riferisce a loro due (osip e Lilja Brik)nei versi di Morte del poeta, e non solo, quando lamenta che Majakovskij era stato lasciato solo o inerme “in un pianoro di codardi e di codarde”.

Vale la pena di leggere il capitolo I burocrati al bagno (in A. M. Ripellino, Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, op. cit., pgg.194-212) per comprendere lo stato d’animo del poeta: esacerbato, disperato, tradito da tutti, ma citerò soltanto queste sue parole:” E non mi turberò se il mio lavoro verrà stroncato. […] Quando sarò morto, leggerete i miei versi con lacrime di commozione: Ed ora, da vivo, mi si ingiuria, mettendo in giro ogni sorta di fandonie sul mio conto”.

Mejerchol’d che era in tournée a Berlino volle che “quella sera gli spettatori ne onorassero la memoria levandosi in piedi.

 Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Majakovskij lilia Brik jalta-1926

Ma di “presagio” si deve parlare anche nel caso di Marina Cvetaeva: in una prima lettera da Mosca del 7-20 febbraio 1920  a Vera K. Zvjaginceva  e A.S. Erofeev; e in una seconda lettera da Mosca del 17 dicembre russo 1920 ad Anastasija I. Cvetaeva. Entrambi le lettere in Marina Cvetaeva-Il paese dell’anima-lettere 1909-1925, Adelphi 1988, p. 63 e p, 81. A differenza di Majakovskij, non una pallottola, ma una corda con cui impiccarsi; già nella sua famiglia c’era stato un caso di impiccagione, e questo fatto del passato avrà pesato nella sua mente non poco! Si può definire un presagio, come è stato detto per Majakovskij?  Per Esenin, impiccatosi con la cinghia legata ad un termosifone, ho fortissimi dubbi che sia stato un suicidio. Dubbi ho anche per Majakovskij. //// Da una intervista (26 ott. 2004 – http://www.Mayakovskya.com) alla figlia di Majakovskij, Elena Vladimirovna Majakovskaja (Patricia Jones Thompson) si apprende: “Je suis née en août 1926 et mon père, son visa de correspondant de presse étant expiré, avait dû quitter l’Amérique. Ma mère a connu à son tour des problèmes similaires. Elle était une immigrée, et sa situation n’était pas régularisée. En attendant un visa, très difficile à obtenir, surtout avec un enfant, elle devait partir. Son passeport lui permettait de venir en France, alors nous sommes venues à Nice. Et il se trouve qu’à ce moment Maïakovski était à Paris. Il avait adressé une lettre à ma mère à New York, mais nous n’y étions plus. Un miraculeux hasard a permis qu’il  apprenne, par quelqu’un qui nous avait rencontrées à Nice, où nous nous trouvions. Il est arrivé tout de suite à la grande émotion de ma mère. Moi, j’avais trois ans. J’ai de lui le souvenir de ses longues jambes et des nombreux cadeaux reçus. Harcelé par les télégrammes de Lily Brik, il n’a pu rester longtemps. L’amour était toujours aussi ardent, bien qu’ils n’aient pu même s’écrire : la censure et Lily Brik qui veillait. Mais la situation était inextricable.

Illustrazione

Illustrazione

 La Russie nous était inaccessible comme à lui l’Amérique, et il y avait mon avenir à préserver. Les adieux furent douloureux. Nous étions en 1929 et Maïakovski s’est suicidé en 1930. Ma mère l’a appris par les journaux, elle a beaucoup souffert, je la voyais pleurer. Mais c’était une femme courageuse et d’esprit libre, elle pensait que la fidélité n’exige pas une vie refermée sur elle-même. Elle s’est remariée avec un enseignant qui m’a élevée comme si j’étais sa fille. Notre situation s’est améliorée. Ma mère a repris ses études et a pu enseigner elle aussi. […] Sur le suicide de Maïakovski, Patricia J. Thompson a une version intéressante. Pour elle, un homme de cette trempe nepouvait mettre fin à ses jours pour une histoire sentimentale. Thompson, la fille de Vladimir Maïakovski, à Moscou ! Patricia J. Thompson, grande comme son père, simple et chaleureuse, est la fille, longtemps vouée à la non-existence, de Maïakovski. Elle vit à New York, où elle est née en 1926 …russie.net   –   france-cei.com Elly Jones – Elizabeth Petrovna Siebert  –  Elisavetta Zibert. New York 1925. Vladimir Vladimirovitch Maïakovski rencontre à Manhattan, émigrée russe Elly Jones, née Elisavetta Zibert. Ils se promenaient sur le pont de Brooklyn, à Broadway”

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Una risposta a “INDAGINE INTORNO AL “SUICIDIO” DI VLADIMIR MAJAKOVSKIJ a cura di Antonio Sagredo e UNA POESIA: ” Alcune parole su mia madre”

  1. antonio sagredo

    Dedico queste poesie all’anno 1914 – inizio delle carneficine.
    Dedico queste poesie all’anno 2014 – inizio delle carneficine
    Vi sono altre poesie con versi più spietati, ma ho compassione dei lettori.
    Vi sono ancora poeti che cantano la luna e la natura e stronzate di questo genere…. che scrivono”cadono le foglie” invece di “crollano le foglie”!
    a. s.

    Io sono lo sterminio in mezzo ai suoi principi,
    tradotto alla parola come alla propria esecuzione.
    Poesia, tu vivi di interiora!
    Tutte le sofferenze ti somigliano.
    Dall’ordine ti ritiri fino alla sorgente,
    di notte soffro la parola che subisco.
    Di cera mi è dato di vivere nel caos.
    E se legato ancora al sangue umano
    (indebolito e unto dalla madre al capezzale)
    sui ceppi divinizzi i patiboli più che la tortura.
    Le bende sulle lancette dei rauchi quadranti.
    Nelle stanze le soglie sono altrove dolorose:
    ho traversato il grido da uno estremo all’altro.
    E creo in ogni istante un Dio,
    il suo terrore vendico con la mia mano.
    Mi girano intorno i luoghi delle esecuzioni.
    Quale festa contare i vivi!
    Allontanate da me ogni diniego di potenza,
    quel calice che penetra la mia carne.
    Poesia, dammi la tua bocca e la tua lingua!
    Non mi resta che il sangue con cui parlare.
    Darò ordini al sangue!
    Mi offrono le mie mani, i miei occhi,
    a me, a me, che mai arrivo in tempo alla mia ora!
    Perché generare una memoria
    se le forche fanno appelli
    a chi non pesa la parola come i morti?
    Io che sono al di fuori d’ogni linguaggio,
    restituitemi le labbra e la mia bocca!
    Agli dei il silenzio che non mi è dato,
    l’uomo si scordi almeno il proprio nome.
    Darò ordini al sangue:
    che non venga crocefisso il cuore!
    Non ha capito nulla, Iddio, dell’uomo…
    la funebre offerta dei suoi misteri…
    il nostro arbitrio
    non preserva il becchino della corruzione,
    le stelle dalla luce delle necropoli.
    Possa io baciare gli occhi di mio Padre,
    con la sua bocca!
    Io sono la mia corazza!
    Concedetemi il trionfo d’essere mai nato,
    le trasformazioni da cui sono soggiogato.
    Quando i rimorsi giungono a una fine
    le stazioni marciano verso una memoria.
    Sangue: libro che ti sorveglia e aspetta,
    a noi mai noto!
    E io, terribile, come l’agnello originario,
    coperto di bende dalla propria Madre!

    antonio sagredo

    Roma, 27- 29 gennaio 1994
    ———————————————————–
    Potessi i mitrati inverni salmodiare
    e dal calice insidiare metafore e patiboli.
    Il trono sarà una sospetta distrofia regale,
    una rossa gorgiera di sentenze senza requie.
    Torvo il sentiero nero come una cornacchia
    becca i campi la mia parola cordigliera.
    Non so se festini e maschere creano convegni:
    la segnaletica degli occhi è un dono irriverente.
    Dalle soglie ai portali l’anima eretica ci spia
    col suo sguardo di corsaro… guercia sarà la preda!
    Questo secolo non sarà migliore del trascorso:
    i massacri saranno il nostro pane quotidiano.
    Le Madri senza fede né speranza spolperanno
    i figli prima d’una condanna o una guerra.
    Il boia cercherà invano gli occhi di un poeta disossato
    o lo sguardo impietoso d’una carcassa che t’accusa.

    Non esiste un Nulla che mi conforti, il resto è Delirio!

    antonio sagredo

    Vermicino, 17 ottobre 2003
    ————————————
    Divorava se stesso come una serpe,
    una pupilla dopo l’altra, incurvata
    lungo la dorsale dello specchio
    e nella carne, cieca, fissava
    il disappunto delle ossa.
    Ti sei destinato al terzo millennio,
    a ritroso, a un patibolo per capriccio,
    e deliri come un bambino che esige
    nuove stragi per balocchi.
    Traduci gli incantesimi dai cortili
    ai raccapricci, oscillando la testa
    come una lanterna incerta: boia o santi
    quale inumana assenza per il carnefice!
    Benedetto, io, che non guardo né avanti, né indietro.
    E cerco un calice, un fardello, un vuoto,
    un digiuno da spartire o seminare.
    Una selce dominerà la mano e il libro,
    lo scriba impazzirà per il suo ritorno:
    non ho dunque invano tradotto la rabbia in pietra!
    Il Tempo è giunto in maschera al nostro capezzale:
    è cocciuto, pretende dalle ossa il sangue!
    I vostri lumi, grida, non sono più sabbie aurifere,
    avrete scampo nelle vostre stanze se c’è un calice!
    Caro Cristo, postilla al caro Male, vedi
    come a una reliquia ci s’inchina,
    come si rispetta il nido – natale!
    Come sento pigolare l’umanità al fondo
    di un calvario dove domina contratto un riso equino!

    Ma eri già la mente che inseguivo.

    antonio sagredo
    Roma, 8 / 12 / 1996

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