FASLLI HALITI – POESIE SCELTE a cura di Gëzim Hajdari

gezim hajdari

gezim hajdari

(Tratto dal saggio Gjëmë.Genocidi i poezisë shqipe/Epicedio albanese di Gëzim Hajdari. Shtëpia botuese Mësonjëtorja, Tirana 2010)

Faslli Haliti è nato nel 1935 a Lushnje. Si è diplomato al Liceo Artistico. All’università statale di Tirana ha studiato Lingua e Letteratura Albanese.
E’ vincitore di importanti premi letterari. Ha pubblicato numerose raccolte, tra cui: Oggi, Messaggi di campagna, Non so tacere, Addio miei capitani, Rovescio, Delirio, Se n’è andato, nonché autore di diversi saggi. Ha tradotto in albanese Esenin, Cechov, Imenez, Prevert, Vaghenas.

Faslli Haliti

Faslli Haliti

Il poeta di Lushnje Faslli Haliti (1935) credeva in un socialismo dal volto umano. Fece la sua apparizione nel panorama poetico albanese con la raccolta Sot (Oggi), una delle più interessanti degli anni ’60. Egli resta uno dei poeti più originali della poesia contemporanea albanese. La sua poesia, che si distingue subito per l’intensità delle parole e la particolarità dello stile e del tono, è piena di vita e affonda le radici nelle profondità del pensiero mitico. Alcuni suoi testi furono dei veri e propri «manifesti» che colpivano il cuore della burocrazia comunista. Forse la parte più interessante della sua produzione, come per la maggior parte dei poeti del blocco sovietico, rimane quella scritta sotto la dittatura comunista, e non è un caso. Basterebbe Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola) per capire la forza dei versi e l’impatto che questo testo ebbe sui lettori negli anni ’70. Questi i versi:

Faslli Haliti

Faslli Haliti

gezim hajdari

gezim hajdari

«Lui aspetta che tiri vento/ Non per vedere gli alberi spogli/ Non per veder cadere le foglie gialle/ Ma per far alzare il lembo della giacca/ E far vedere la pistola nella cintola./ Lui aspetta che venga la primavera/ Non per mietere e falciare/ Ma per togliere la giacca/ E far vedere sotto la giacca/ La pistola ».

Questo testo è stato giudicato sovversivo e revisionista e aspramente criticato durante il IV° plenum del PCA nel ’73. All’autore venne tolto il diritto di pubblicare per 15 anni consecutivi e fu mandato in campagna per essere «rieducato».
Per diversi anni il professore d’italiano e di francese lavora dietro il carro trainato dai buoi nella cooperativa agricola di Stato, a Fiershegan, provincia di Lushnje. Nessuno degli operai e dei contadini poteva rivolgergli la parola, perché egli era considerato dal Partito un “reazionario”.

Faslli Haliti

Faslli Haliti

Il pretesto per colpire il poeta di Lushnje fu il poema Dielli dhe rrëkerat (Il sole e i ruscelli), pubblicato per la prima volta il 16 dicembre 1972 nel settimanale «Zëri i rinisë» (La Voce della gioventù). La sua apparizione nella rivista suscitò scalpore ed indignazione tra gli alti dirigenti del PCA. Quest’ultimi organizzarono riunioni e dibattiti pubblici in cui sia il poema che l’autore vennero aspramente criticati. Secondo la censura, “Il sole e i ruscelli” era frutto di una confusione ideologica e politica del poeta che travisava la realtà socialista e il ruolo del Partito, minandone così l’unità con il proprio popolo. I primi versi del poema «Mentre il tetto della mia patria è celeste, ottimista./ Il tetto della mia casa è quello di una stamberga», divennero un pretesto per attaccare e denunciare l’autore. Haliti aveva osato troppo. Con un coraggio inaudito invita il popolo a spezzare “i denti alla burocrazia”. Cito: «Ordine/ con il pugno della classe operaia/ spezzate i denti/ ai compagni/ Per spezzarli ci vogliono pietre/ che non abbiamo » I comunisti lo accusano di essere un poeta ribelle e anarchico, mentre i critici di Stato accostano i suoi testi a quelli dell’arte malata e decadente dell’Occidente. Haliti diventa un caso nazionale. Nel Paese si organizzano riunioni per denunciare il poema. I membri della Lega degli Scrittori si dividono in due: quelli che ammirano i versi del poeta e quelli che li disapprovano. Un gruppo di alunni del liceo della sua città natale, Lushnje, pubblica un articolo di denuncia sul giornale « Shkëndija» (La scintilla) , organo del PCA. Gli unici studenti che difesero con coraggio “Il sole e i ruscelli” furono i poeti Fatbardh Rustemi, Bujar Xhaferri e il regista di teatro Tahsin Xh. Demiraj.
In una lettera Rustemi si rivolse a Enver Hoxha in per protestare contro la condanna del poeta Haliti e Xhaferri, per difendere il suo poema, rischiò l’espulsione dal ginnasio. Per attaccare il poeta trentaseienne di Lushnje si mobilitarono anche le forze dell’ordine pubblico: il questore della città Zija Koçiu pubblicò un articolo sul giornale del partito del dittatore, «Zëri i Popullit» (La voce del popolo), in cui denunciava “l’opera reazionaria” del suo concittadino .
L’eco di questa vicenda si diffuse in tutto il Paese. Piovvero critiche e denunce da varie città. Della vicenda si parlò anche al di fuori dell’Albania. A Parigi, nel 1974, il trimestrale albanese «Koha jonë» (Il nostro tempo) riportò il poema “Il sole e i ruscelli” e, nello stesso tempo, condannò la campagna denigratoria del PCA verso il poeta Haliti. Un anno più tardi, a Roma, Ernest Koliqi, nella rivista che curava, « Shenjzat» (Le Pleiadi), conferma che «la voce di Haliti è stata soffocata dal Partito».
Faslli Haliti 4Nonostante tutto questo il poeta ribelle di Lushnje non smette di scrivere. Con lo stesso coraggio pubblica altri testi contro la burocrazia altrettanto feroci: Djali i sekretarit (Il figlio del segretario), Unë dhe burokracia (Io e la burocrazia), Edipi (Edipo) e altri ancora. I testi di Haliti diventano oggetto di discussione persino nell’Olimpo del partito. Nel ‘73 Fiqrete Shehu, moglie del Premier Mehmet Shehu, critica la poesia Vetëshërbim (Fai da te) definendola “una poesia che non ha nulla a che vedere con l’arte rivoluzionaria” . Un anno dopo, nella rivista «Rruga e Partisë» (Il percorso del Partito» (Rruga e Partisë), ella si esprime contro la poesia Njeriu me kobure (L’uomo con la pistola) . Negli anni seguenti l’opera di Haliti verrà sempre censurata. Il Partito gli toglierà il diritto di pubblicare e lo spedirà a lavorare nei campi.
Nel 1985, dopo 15 anni di silenzio forzato, egli riappare sulla scena culturale con la raccolta Mesazhe fushe (Messaggi di campagna). La presentazione del libro avviene nel teatro della città. Doveva essere una festa, per il poeta, invece fu ancora una volta un processo vero e proprio. Ricordo quel pomeriggio.
Solo dopo il crollo del regime Haliti è riuscito a pubblicare i suoi libri e la traduzione in albanese di vari autori italiani, russi e francesi.

 

Faslli Haliti, Jozef Radi, Visar Zhiti

Faslli Haliti, Jozef Radi, Visar Zhiti

 

 

 

 

 

 

FASSLI HALITI Poesie scelte

da Oggi (Sot) (1969)

IO, INSEGNANTE DI CAMPAGNA

 

Affronto il fango della strada.
I miei stivali vi sprofondano.
Dietro
Restano le mie orme,
Impresse nella memoria della strada,
Orme di stivali di gomma di Durazzo.

Cammino.
Nella mente formule,
Convenzioni,
Ribellione di contadini,
Esclamazioni e versi di poeti
E l’immagine di una fanciulla bruna,
Che mi accompagnava
Di buon’ora.

Entro in classe.
Il vento con furia colpisce i vetri.
Gli alunni scrutano i miei pantaloni,
E gli stivali infangati,
I miei capelli bagnati
Che gocciolano
Come i capelli di Seneca,
Scrutano i miei quaderni,
E la giacca bagnata.

La stanchezza se ne va
Come sparisce il fango dalle strade
Nel mese di maggio.

 

Faslli Haliti con Gezim Hajdari

Faslli Haliti con Gezim Hajdari

 

 

 

 

 

 

 

da Messaggi di campagna (Mesazhe fushe) 1984

L’UOMO CON LA PISTOLA

Lui aspetta che tiri vento
Non per vedere gli alberi spogli,
Non per veder cadere le foglie gialle,
Ma per far alzare il lembo della giacca
E far vedere la pistola nella cintola.

Lui aspetta che venga la primavera
Non per mietere e falciare,
Ma per togliere la giacca
E far vedere sotto la giacca
La pistola.

1972

(Questa è una delle poesie giudicate sovversive e revisioniste, poesie che vennero criticate aspramente dalla critica del regime e dal IV Plenum del PCA del1973. All’Autore, insegnante di Lettere, fu tolto il diritto di pubblicazione per ben 15 anni consecutivi. Come punizione egli fu mandato in campagna per “essere” rieducato.)

 

TUTTI GLI ALBERI

Tutti gli alberi,
selvatici,
e domestici,
fioriscono.

Non credete ai bei fiori !

 

Faslli Haliti

Faslli Haliti

MIRAGGI DI LUNA

La luna galleggia nel bianco di una nuvola
come il giallo dell’uovo.

Ed io bambino affamato di allora
tendevo le mani verso l’uovo lunare,
mangiavo riflessi lunari stretti tra le mie dita
nelle notti nevose invernali.

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais,
e profumo di pane,
diffondeva nel cielo.

Avevo fame
tendevo le mani per spezzarne un boccone,
ma la luna veniva mangiata dalle notti
ed io non riuscivo ad averla !

 

da Non so tacere (S’di te hesht) 1997

PORTO NEL PETTO

Amore,
Compassione,
Sogni,
Rancore,
Porto nel petto.

Solo pietre non porto nel cuore.

1985

 

Faslli Haliti

Faslli Haliti

NELL’INFANZIA

Quando scorgevo l’allodola tra gli artigli del falco
Che terrore!
Che orrore!
Al posto della sua canzone primaverile
Sentivo i suoi pianti tragici in primavera.

Il mio desiderio era
Di spezzare ali di falchi crudelmente
Nell’infanzia,
Senza ascoltare il consiglio dello zio Hugo:
“Chi guarisce l’ala del falco
è responsabile per i suoi artgli…”

Che terrore!
Che orrore!
Sentire i pianti tragici degli uccelli
E non spezzare le ali al falco!

 

IL PADRE

Mio padre se n’è andato
Le bandiere non hanno chinato la testa,
Solo noi ci siamo inchinati al dolore.
I vicini hanno spento la radio sino a tardi,
I bambini del quartiere non sono venuti quel giorno
A giocare nel cortile..

Mio padre se n’e andato.
Le bandiere non hanno chinato la testa,
Noi non soffriamo per questo,
(Non c’era nessun motivo
Perché le bandiere piangessero).

Noi non soffriamo
Perché il mondo non ha pianto mio padre.
Gioiamo perché nessuno
Lo ha mai insultato.

1970

 

Faslli Haliti

Faslli Haliti

AUTUNNO

Autunno
Stagione della maturità della frutta
Stagione della morte delle foglie.
Alberi come coppe d’oro, candide
Riempite di frutta.
Autunno
Maturità della frutta,
Foglie morte dappertutto.
Ma perché cosi belle
Nella nascita
E anche nella morte ?

1979

 

LA SPOSA

La nonna attende che la sposa partorisca un maschio
E sogna un nipote dal nome coraggioso,
Il padre desidera un figlio di talento,
Intelligente,
Genio…

La sposa tesse una maglia per il figlio.

1984

 

QUANDO ERA FANCIULLA

Quando era fanciulla
Mia madre partecipava con affetto ai fidanzamenti
E chiedeva alle amiche:
Chi è intervenuto a quel fidanzamento?
Chi si è fidanzato?
Chi si è sposato ?

Quando è divenuta sposa
Mia madre partecipava con affetto alle nascite
E chiedeva alle amiche:
Chi ha partorito?
Com’è andato il parto?

Ora
In vecchiaia partecipa alle morti
Legge le necrologie
E chiede:
Chi è morto?
Quanti anni aveva…?

1972

 

NEL CORTILE DEL LICEO

Parlano tra loro le liceali,
Il loro discorso è primaverile.
Nel prato della loro fronte germogliano gli occhi,
Le labbra maturano come ciliege nel giardino

Finché i loro occhi germogliano come fiori neri
(unici fiori che la natura non ha)
Finché le labbra delle fanciulle maturano come ciliegie
E’ verdeggiante
Fertile
Questo
Amore

1984

 

Faslli Haliti

Faslli Haliti

RICORDO CON NOSTALGIA

Ricordo con nostalgia il primo viaggio a Tirana,
Era il 1946
Nella capitale sono andato scalzo
E ho dormito all’aperto.

Ricordo il mio gesto
Che non ha disonorato né me
Né la città.

Non c’era un motivo preciso,
Sono andato solo per vedere la capitale.

Ero piccolo,
Avevo dieci anni
Nel 1946.

A Tirana sono andato scalzo e ho dormito all’aperto
Sogno ancora quel gesto infantile
E mi commuove la povertà di allora.

1988

 

IL PANE

Mia madre sfornava il pane
E lo riponeva nella madia.
Il volto del pane era madido di sudore
Come la fronte di mio padre quando lavorava.

Il calore del pane evaporava.
Il pane era giallo,
La fragranza c’inondava
Io ne volevo rubare un pezzo.
Mia madre mi fermava dicendomi:
“No, perché il profumo del pane
non è arrivato in campagna…”

Noi bambini credevamo vera
La fiaba del profumo del pane
Che doveva arrivare in campagna…
Stranamente,
Anche se eravamo affamati,
Ci fermava la mano come magia.

Con la scusa che il pane doveva raffreddarsi
Mia madre ci ingannava
E con la fiaba
Il pane risparmiava.

4 commenti

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4 risposte a “FASLLI HALITI – POESIE SCELTE a cura di Gëzim Hajdari

  1. Salvatore Martino

    Ringrazio l’Ombra che mi ha fatto conoscere questo straordinario poeta che colpevolmente ignoravo. Capisco lo sgomento, il terrore che simili versi potessero suscitare nella Nomenclatura comunista albanese più dura e cieca persino di quella sovietica. Fra i tanti versi memorabili voglio almeno ricordare :” Avevo fame, / tendevo le mani / per spezzarne un boccone,/ ma la luna veniva mangiata dalle notti, / e io non riuscivo ad averla. Gioco sublime tra gli oggetti del quotidiano e la metafisica luna mangiata dalla notte, questo tentativo di raggiungere l’impossibile per sopravvivere nella realtà e nell’angoscia spirituale. Persino nella traduzione da una lingua non proprio affine alla nostra ci raggiunge il profumo inconfondibile della musica. Poesia dolcissima e violenta come soltanto i Grandi sanno regalare. La natura, la campagna ,gli uccelli, i fiori neri, gli unici che la natura non possiede, i legami di sangue, i bambini che credono alla fiaba del profumo pane, le bandiere che in una fantasia surreale si chinano per la morte del padre. E poi quell’incipit straordinario de ” Io, insegnate di campagna” : Affronto il fango della strada / I miei stivali vi sprofondano /Dietro / Restano le mie orme / impresse nella memoria della strada /Orme di stivali di gomma di Durazzo dove le immagini e il pensiero generano un cortocircuito emozionale di astrazione e concretezza,un kommos dove il fango , gli stivali e soprattutto le orme che restano dietro raccontano un disperato sogno che cancella la memoria del poeta affidandola solo all’impressione del segno nella strada.

  2. Ringrazio Gezim Hajdari per averci fatto conoscere questo straordinario poeta contadino, questo Esenin albanese dalla lirica pura e aguzza come un aerolito, sobria e vera, che si solleva dal nudo quotidiano fatto di fame dei bambini alla metafisica dell’onirico.
    Davvero incredibile la resistenza del poeta di campagna alle vessazioni della censura del regime, un esempio impareggiabile per noi che non siamo colpiti da nessuna censura, anzi, siamo invogliati a pubblicare qualsiasi cosa ci capiti di scrivere, qualsiasi foglietto con sopra scritte alcune parole casuali.
    Davvero, mi chiedo, quanto è terribile questa nostra censura di massa che obbliga i poeti a dover scrivere e pubblicare le proprie cose!

  3. Giuseppina Di Leo

    “Davvero, mi chiedo, quanto è terribile questa nostra censura di massa che obbliga i poeti a dover scrivere e pubblicare le proprie cose!”.

    Molto amara, Giorgio, questa tua considerazione, eppure rigorosamente vera. La forbice esistente tra una produzione smisurata di poeti invisibili ed una critica rivolta ai soliti noti, non propende di certo a vantaggio dei primi.
    Stiamo sperimentando una ‘censura di massa’, e lo dici in un post dedicato ad un poeta che ha sperimentato su di sé l’ostracismo da parte di un regime totalitario.
    Ma in effetti dovremmo riflettere tutti sul grado di manipolazione messa in atto dalla nostra tranquilla e democraticissima società tecnologicamente avanzata.

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