DIALOGO SULLA LENTEZZA DELLA POESIA, VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA – Steven Grieco Rathgeb e Giorgio Linguaglossa

cinese L'empereur_Minghuang_regardant_Li_Baicinese dona con ventaglioGiorgio Linguaglossa 

Quello che salta agli occhi ad una prima lettura della poesia  di un poeta bilingue (inglese e italiano) come Steven Grieco, è la sua lontananza dai modelli stilistici invalsi nella poesia italiana di questi ultimi decenni. È questo elemento che fa della poesia di Grieco una poesia non agevolmente ricevibile, non facilmente assimilabile, eppure è questa la ricchezza che la poesia di Grieco Rathgeb porta in dono alla tradizione italiana, in un certo senso costituisce l’estraneo, l’antipodo, ciò che è da riconoscere in quanto diverso. L’importanza di questa poesia risiede, dunque, a mio avviso proprio in quell’elemento che ce la rende estranea, che ci obbliga a rimettere in discussione i parametri stilistici cui siamo abituati, che ci obbliga a riparametrare di nuovo i nostri organi percettivi: la sua lentezza. Insomma, è un modo di fare poesia che ci spinge ad una formulazione più aggiornata delle nostre capacità percettive e ricettive organizzate secondo l’importazione acritica di «automodelli» sostanzialmente invalidanti e resistenti alla loro messa in discussione.

Ora che sei sorta, luna cinerea, quasi
invisibile nella notte appena fatta,
nel tuo silenzio, simile alla quiete del pensiero,
mi chiedo come questo orlo di luce
esprima l’oscura pienezza: l’oscurità vicina
del tuo sferico splendore.

C’è come il ricordo della luna lepardiana in questi versi ma come caduto sotto la scure di una «amnesia». C’è una “lentezza” tipica della poesia orientale, in particolare della poesia cinese dell’epoca T’ang, Nei primi due versi quasi “vediamo” la “luna” “quasi invisibile” che si mostra; ma è un qualcosa a mezzo tra il nascondimento e lo svelamento, a metà tra il “silenzio” e “lo stupore del pensiero”, appena un “orlo di luce”. La “lentezza” di questa poesia è una necessità interna al meccanismo di costruzione dell’immagine, non è un qualcosa che viene appiccicato sopra dall’esterno. La strofe si regge sul parallelismo tra la «luna cinerea» e la «quiete del pensiero», tra «l’oscura pienezza» della prima e lo «sferico splendore» della seconda. C’è molto spazio tra le parole e le immagini, come se il tragitto più lungo che unisce due punti non fosse la retta ma un lunghissimo arco, una linea ondivaga e zigzagante che si allontana e che improvvisamente si avvicina. C’è questo metronomo che indica il ritmo del tempo e dello spazio che non è il metronomo della poesia cui siamo abituati, c’è in essa un divario, un divergere appena percettibile, un clinamen. Ci manca, mi rendo conto, un modello di sottosistema della cultura per aderire a questa poesia, per leggerla con il giusto quantitativo di distanza critica dal rumore di fondo delle scritture prosastiche che hanno invaso gli «invasi» stilistici decretandone la loro esondazione e la loro fine.

cinese drago coloratoNon si dimentichi che per Fenollosa la poesia cinese «è arte del tempo», è la diversa velocità o lentezza del tempo che fluisce a dettare il ritmo delle immagini. È quello che accade nella poesia di Steven Grieco: è la lentezza del tempo delle immagini che suggerisce la modulazione delle immagini. C’è come una «lentezza» propria della poesia che è la sua caratteristica precipua, la «lentezza» che è la sua propria velocità, quel suo non corrispondere alla velocità delle letture veloci. È il testo di Grieco che impone al lettore la sua propria «lentezza», che gli chiede di fermarsi, di accostarsi, ma con la gentilezza dello sguardo e la modestia delle cose semplicissime, elementari, appena dette, appena pronunciate:

 

 

La luce della sera riporta gli uomini
ai loro giardini fitti di fiori.

Anche la luce torna a se stessa.

gif-man-mistery

Steven Grieco Rathgeb

 Caro Giorgio, il tuo commento sulla mia poesia, l’ho letto più volte. Perché mi ha sorpreso, e allora cerco di rispondere.
C’era un re che era in realtà un avvoltoio. Fin dalla sua infanzia i suoi consiglieri-rettili (cobra, boa, pitone, etc.) anche loro però presenti nella fiaba in forma umana, gli avevano fatto credere di essere come loro un serpente. Fermo restando che ciascuno di questi due animali è unico e insostituibile, meraviglioso nelle sue qualità specifiche, quanta distanza e opposizione ci sono tra un avvoltoio, che vola più in alto di quasi tutti gli uccelli (con l’eccezione forse del pellicano, che si libra altissimo sopra il Golfo Amvracico, in una mattina accecante di maggio) e un serpente, che striscia sulla superficie della terra e conosce i misteri inferi? Niente di più totale. Ma il re ignora tutto ciò. I suoi consiglieri sanno benissimo che in un futuro remoto del tutto irreale egli scoprirà la sua vera natura, e cercano per vari motivi di ritardare quel momento più possibile. Ecco, questa è una fiaba che ho scritto in inglese, e forse è emblematica di quello che ho vissuto io nella mia vita.

Caballo-China-Sig57716Le lingue che conosco non sono mie, di tutte sono un semplice ospite, e l’ho capito relativamente tardi nella mia vita. Ciò vale perfino per l’inglese, la mia lingua madre a tutti gli effetti, la lingua anche dei miei studi. Shakespeare è sempre stato per me un’influenza profondissima, forse lo scrittore più nascosto e vicino a me negli anni, soprattutto per il suo abbraccio immenso della realtà umana in tutti i suoi risvolti, ma non ho mai potuto dire di “possederlo” – né culturalmente, né linguisticamente. C’è soltanto un sottilissimo filo: quando inseguo questo in fondo, avverto la presenza di un’ombra, e l’ombra deve essere del drammaturgo. Ma quel filo, nella lingua inglese, mi dà tutto quello di cui ho bisogno, e soprattutto mi lascia anche andare lontanissimo dall’inglese, e tornarvi, carico di doni.
La “lentezza”, come tu hai notato, della mia poesia penso sia dovuta in gran parte a uno studio attentissimo, durato una vita, del movimento dell’alap, il primo movimento del raga indostano, che non solo si sviluppa con questa densissima, stupefacente lentezza, ma ha un’intensità, che invece di scoppiare o risolversi in qualche modo, tira l’ascoltatore più giù nella sua totale quiete, ricordandogli che ogni suono nasce dal rumore, e ogni pensiero nasce da quella zona pre-cogitativa della mente che contiene tutte le potenzialità immaginifiche e analitiche del pensiero umano in stato immanifesto (l’attimo prima che iniziano ad “essere”). Il pensiero come “nuotatore oscuro”.

Per quanto poi riguarda “paesaggio”, ho fatto l’agricoltore in Toscana per sette anni, imparando lì il miracolo della nascita e crescita delle piante. Seguire attimo per attimo questo fenomeno ti lascia senza parole, ti cambia profondamente e in modo duraturo.

Caballo-china-Sig11186Il paesaggio italiano in genere, è del tutto aperto allo sguardo, in tutte le sue mille incredibili sfumature, suggestioni e sottigliezze. Quello greco, e in particolare quello epirota (dove è nata mia figlia 29 anni fa), nasconde non so quanti elementi appena sotto la soglia della percezione. Trema, vibra, fa delle distanze una cosa inafferrabile, invisibilità stratificate. Perché il paesaggio greco, certamente, è intriso dei 450 anni di dolore e sofferenza che i greci patirono per essere stati soggiogati da un popolo a loro alieno per etnia, cultura e religione. Allo stesso tempo, luoghi come Dodona, oracolo visitato dagli eroi omerici in epoca precedente a Delfi, luoghi come questo mormorano un’antichità che non ho incontrato da nessun’altra parte in Europa. I monumenti sono quasi tutti scomparsi, ma nello stormire delle foglie di una quercia, per esempio, è tutto presente quel passato eroico, tragico, quella presenza di voci sommerse.

Anni di lettura di poeti cinesi (in tutte le traduzioni possibili), e in seguito, il lavoro con un collega giapponese sulla traduzione di waka, mi hanno portato a capire abbastanza bene quale è la funzione del paesaggio nella sensibilità estetica di quella parte del mondo (seppure molto diversa la visione cinese dalla giapponese): è l’immagine, spesso di incantevole suggestione, che letteralmente inghiotte dentro se stessa l’animo umano con tutti i suoi pensieri crucci e gioie. Un sentire che penso di aver abbracciato, negli anni, senza quasi accorgermene. Quei poeti raramente scissero l’elemento paesaggistico dall’animo umano, reputando che le due cose fossero due aspetti della stessa realtà composita, allargata.

Si dice che il waka giapponese del periodo classico sia soltanto una celebrazione della natura, della bellezza, della brevità della vita umana. Tutto ciò è vero, ma io ho avuto la somma buona fortuna di lavorare e dialogare a lungo con uno studioso giapponese, che invece va più a fondo nel senso di questa poesia (la migliore, s’intende), scoprendovi la reale profondità di pensiero, la dimensione metafisica che generazioni di miopia filologica non hanno saputo cogliere.

Ki no Tsurayuki (IX-X sec)
hito shirezu koyu to omoishi ashihiki no yama shita mizu ni kage wa mietsutsu

senza che nessuno mi vedesse, così pensavo,
attraversai il monte: tutte le acque laggiù mi rispecchiavano

La questione del paesaggio è un po’ come quella del dialogo muto fra il poeta e l’albero fiorito. Il poeta gli chiede il perché delle cose, soprattutto del suo proprio insondabile sentimento per quelle cose. Gli chiede perché, se il mondo è uno e indivisibile, e lui e l’albero una sola cosa, allora perché questo pathos. L’albero non risponde, e nello stormire dei rami fioriti il poeta ravvisa una meravigliosa “bellezza”. Ma l’albero non è bello, l’albero semplicemente sta lì. E quello stare lì è come uno specchio, un invito a te di guardare più profondamente in te stesso, un invito a capire come anche tu rispecchi l’albero.

cinese paesaggio

.

In questo senso, provo estraneità per la tradizionale visione in Occidente, che a tutti gli effetti ha scisso le due realtà in soggetto e oggetto. “Soggetto” e “oggetto” esistono anche nell’atteggiamento asiatico verso la realtà (come si capisce dal paragrafo precedente): ma l’uomo sta all’interno di una realtà completa, non al di fuori di essa. “Soggetto” e “oggetto” sono sempre presenti, ma è necessario anche sempre ricordarsi che si tratta di realtà parziali.
Penso che negli ultimi decenni la riflessione sulla complessità di Edgar Morin abbia iniziato a smantellare questo aspetto primitivo e deterministico di un pensiero per altri versi così forte, geniale, creatore, come quello occidentale.
Un raga indostano (ma ugualmente una composizione musicale di Giacinto Scelsi) ci suggerisce che, almeno in arte, l’uomo non tanto fa le opere (seppure non possiamo mai liberarci del tutto da questa illusione, anzi dobbiamo sempre misurarci con essa), quanto osserva il loro farsi. Esiste un compiersi delle cose.

La poesia sulla luna che tu hai citato ho iniziato a scriverla nel 1995. Subito dopo aver scritto i versi iniziali, e aver fatto un certo numero di appunti per capire come dovevo continuarla, capii che non potevo ancora dire quello che avevo in animo, non avevo a quanto pare, allora, gli strumenti per farlo. L’ho ripresa nel 2012, e dopo qualche mese di tornarci e ritornarci sopra, ho finalmente potuto dire: la poesia è scritta. (Poi l’ho tradotta in italiano)
Ho anche scritto poesia in italiano, e una raccolta è stata pubblicata nel 1997 nella collana Biblioteca Cominiana di Enzo Mazza e Bino Rebellato. Precedentemente, avevo più volte provato a interessare riviste letterarie italiane alle mie composizioni, ricevendo sempre pareri negativi – emblematica la frase di un noto poeta milanese, allora anche direttore di una rivista di poesia, che mi scrisse, “la sua poesia non rientra nel solco della tradizione letteraria italiana”. Due esempi di quella mia poesia straniera:

donna cinese antica

VOLTO E RISVOLTO

Nella sala del museo lui guardò
attentamente l’antico quadro,
poi s’incamminò verso il suo infinito.

Giunto in fondo – in un baleno, avresti detto –
con un dito ne sfiorò la superficie
(un’altra fuga di stanze), e disse: «di là
non c’è niente.
Tutto quello che possiamo vedere,
afferrare, sta qui.»

Tu lo guardi e lo compatisci. Sai bene
quanto più complessa è questa realtà,
le asimmetrie nascoste nel suo cielo splendido,
nelle montagne e foreste, e grandi
città affacciate sugli oceani.

E mentre lui è fermo, rigido dentro il quadro,
tu spazi e ti libri, ma da ogni lato
la realtà avanza impetuosa, raggiungendo
anche in te il suo punto infinito.

1993

cinese donna con gonna

.

SENZA TITOLO V

Ineluttabile destino, il tuo, che fosti il primo
a volere uno specchio:
più gli antichi artigiani ti approfondirono
nel riflesso del vetro, più ti appiattisti
in quell’immagine, facendo della vita
una cosa unica, angosciosa,
in cui apparire è la sola ragione d’essere.
Perché loro, nella loro astuzia
non posarono gli arnesi fin quando,
foggiata una seconda realtà di te,
non ti ebbero disperso.

                                                 1992

Penso che quel poeta milanese avesse ragione, senz’altro. Ma forse è anche possibile essere ospiti della poesia italiana, senza appartenervi del tutto? Giorgio Linguaglossa, mi è sembrato, dà a questa domanda una risposta affermativa, e di questo lo ringrazio.

 

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5 commenti

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5 risposte a “DIALOGO SULLA LENTEZZA DELLA POESIA, VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA – Steven Grieco Rathgeb e Giorgio Linguaglossa

  1. Steven Grieco

    Faccio una piccola correzione al mio commento sopra: “Come ogni suono nasce dal rumore, e come ogni pensiero nasce dalla zona pre-cogitativa della psiche…”: be’, intendevo ovviamente “come ogni suono nasce dal silenzio”. Frase quest’ultima più ovvia di quella sbagliata, forse anche più banale, anche se imprescindibilmente vera. In effetti però la non-intenzionalità produce effetti talvolta sorprendenti, gli sbagli spesso vanno più a segno delle cose dette in modo corretto.
    Riguardo alla “lentezza” del verso, a cui tu alludi, Giorgio: il fatto è che la poesia in genere può avere, come sappiamo, un movimento lento o veloce, rimane il fatto che la condensazione tipica che la contraddistingue dalla prosa (la parola tedesca, Dichtung!), il suo vibrare ad un livello diverso di linguaggio, fa cose strane nella testa del lettore attento: iniziano a risuonare echi qua e là, i pensieri e le immagini arrivano velocissimi o con estrema lentezza (spesso questi due opposti si incontrano). Egli inizia in questo modo a captare un livello di pensiero diverso da quello abituale – non solo il livello “abituale” che noi usiamo per le nostre transazioni quotidiane, ma anche quello che usiamo per argomenti più “importanti”: questioni esistenziali o metafisiche (vedi filosofiche), o ragionamenti in area scientifica o matematica.
    La poesia è affatto diversa da tutto ciò: con il linguaggio poetico raggiungiamo una vibrazione, un’atmosfera intensificata, di significati compressi, specifica alla poesia soltanto.
    In quell’altro mio pezzo, che hai ospitato su “L’Ombra delle Parole” (“La Restaurazione della Middle Class”, del 17 marzo, 2014), riflettevo sul perché la poesia negli ultimi decenni sembra aver perso il proprio orientamento: lì insomma ho cercato di illustrare un’altra ragione per il bisogno oggi di questa lentezza: “nell’ottica del pronto consumo dei nostri giorni (in ogni area dell’attività umana, compresa ovviamente anche quella ‘artistica’ – così spesso declassata a ‘entertainment’), il lasso di tempo che per il fruitore intercorre tra il suo esperire un prodotto e la sua reazione estetica ad esso, deve essere ridotta più vicino possibile allo zero. Eppure (e questo vale anche nella vita di ogni giorno), la nostra fruizione di un dato fenomeno, interiore o esterno, non è sempre così immediata; oppure quella immediatezza è talvolta così fulminea da raggiungerci con una sorta di effetto ritardato.”
    Più quel lasso di tempo è ridotto, più il fruitore tenderà a pensare “questo già lo conosco” – reazione naturale, d’altronde, in un mondo stracolmo di ossessive ripetizioni visive e sensoriali in genere, in cui lo scivolamento e conseguente vanificarsi di un senso specifico, stanno in agguato nei luoghi più impensati. Da questo punto di vista, la lentezza di cui parliamo, al di là delle esigenze profonde proprie al poeta, avrà anche una motivazione “ideologica”: scoraggiare la fruizione immediata, il consumo immediato, per cui il fruitore si vede di colpo derubato del vero sapore estetico, “unico”, se vogliamo, della cosa fruita. E in questa ottica, importa già meno se la composizione è di matrice paesaggistico-naturalistica, di critica sociale o politica, o si ispira a qualsiasi altro aspetto della vita umana.
    Rimane il fatto che spesso, nella percezione o esperienza di un dato fenomeno, la lentezza desta più sorpresa della velocità: talvolta la lentezza è più veloce della velocità. Un bel paradosso, non c’è che dire.

    • Caro Steven,

      la “lentezza” è la suprema virtù della poesia e dell’arte in genere. La “velocità” è propria dei barbari. Mi chiedo: è mai possibile guardare per cinque secondi la Gioconda al Louvre e poi passare ad altro?, mi chiedo: che senso ha?. Mi fanno ridere tutti i turisti che vanno a visitare la Cappella Sistina. Io non ci sono mai andato né mi sogno di andare a fare il ficcanaso per cinque minuti nella Cappella Sistina. Conosco dei «poeti» che leggono libri di poesia in mezz’ora. Io dico: Lasciamoli nel loro immondezzaio. In verità, un vero libro non lo si finisce mai di leggere. C’è una “lentezza” anche in questo non finire. Una fine lentissima. È l’ideale, non credi? Come un orgasmo lunghissimo, che non vuole finire. Lentissimo…

  2. beata “lentezza”, tutta da riconquistare! cara sconosciuta dei nostri tempi…molto interessanti articolo e commenti…quasi un’oasi in cui sostare al riparo dalla furia esterna,così:

    “Per quanto poi riguarda “paesaggio”, ho fatto l’agricoltore in Toscana per sette anni, imparando lì il miracolo della nascita e crescita delle piante. Seguire attimo per attimo questo fenomeno ti lascia senza parole, ti cambia profondamente e in modo duraturo.”

    un carissimo saluto a voi, Steven e Giorgio, per questi giorni…

  3. “La questione del paesaggio è un po’ come quella del dialogo muto fra il poeta e l’albero fiorito. Il poeta gli chiede il perché delle cose, soprattutto del suo proprio insondabile sentimento per quelle cose”
    Caro Steven, non ho potuto qui non portarti un pensiero di Elytis, che direi magicamente coincidere con quanto approfondisci sul paesaggio, perfettamente stigmatizzato nei versi che riporti:

    “senza che nessuno mi vedesse, così pensavo,
    attraversai il monte: tutte le acque laggiù mi rispecchiavano”.

    Dico magicamente, e mi riferisco al tuo essere stato adottato da tutti gli idiomi che abiti. La lingua a volte cessa di essere un mezzo di comunicazione e diventa una manifestazione di moralità: evocazione magica della parola. Dice Elytis: “L’ho sentito chiaramente durante la guerra, nella ritirata del ’41, nel rigoglio della primavera, quando mi tuffavo nelle vallate piene di alberi in fiore, per nascondermi agli stukas tedeschi. Con il viso affondato nella terra umida imploravo aiuto, pietà, protezione; e che questi alberi in boccio mi sussurrassero parole di consolazione. Niente. Riuscivano solatanto a suggerirmi “l’eterno” che erano destinate a rappresentare. Così il poeta. Duro. Chiedendo l’impossibile.”

  4. PER UN ELOGIO DELLA LENTEZZA
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/04/15/dialogo-sulla-lentezza-della-poesia-steven-grieco-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-16997

    Affrettati lentamente – Festina lente
    (Svetonio, citando una massima dell’imperatore Augusto)

    Rivendicate la lentezza: nel nostro mondo a tutto vapore, è un diritto delizioso di cui siamo stati privati.
    (Jean-Pierre Siméon)

    Tutto ciò che è squisito matura lentamente.
    (Arthur Schopenhauer)

    Quella eccitantissima perversione di vita: la necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe.
    (Ernest Hemingway)

    Nel godere, si vada lenti; nell’agire, in fretta.
    (Baltasar Gracián y Morales)

    Credo che la malinconia sia un problema musicale, una dissonanza, un ritmo alterato. Mentre fuori tutto accade con un vertiginoso ritmo da cascata, dentro c’è una lentezza esausta da goccia d’acqua che cade di tanto in tanto. Ecco perché quel fuori contemplato dal dentro melanconico risulta assurdo e irreale e costituisce la farsa che tutti dobbiamo rappresentare.
    (Alejandra Pizarnik)

    C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge.
    Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo.
    (Milan Kundera)

    Nella corsa della filosofia vince chi sa correre più lentamente. Oppure: chi raggiunge il traguardo per ultimo.
    (Ludwig Wittgenstein)

    La velocità del web porterà a nuove forme di lentezza. Il sistema di comunicazione asincrono è più congeniale proprio a coloro che cercano un tempo nuovo per pensare le cose. E stiamo assistendo al paradosso dell’estrema velocità che ci sta portando a questa nuova forma di lentezza, a questa nuova forma di pensiero, a una organizzazione mentale diversa. Cambierà il modo di decidere ma cambieranno soprattutto le ragioni delle decisioni. Dunque anche l’etica e la politica. E sarà un’altra rivoluzione.
    (Roberto Cotroneo)

    Apparve allora il Crimiso e si videro i nemici che lo stavano attraversando: in testa le quadrighe con le loro terribili armi e già pronte alla battaglia, dietro diecimila opliti armati di scudi bianchi e che, a giudicare dallo splendido armamento, dalla lentezza e dall’ordine con cui marciavano, si suppose che fossero Cartaginesi. (Timoleonte, 27)
    (Plutarco)

    Scrive Milan Kundera nel romanzo “Elogio della lentezza”:

    «Mi torna in mente l’americana che una trentina di anni fa, con piglio insieme severo ed entusiastico, da vera militante dell’erotismo, mi diede una lezione (gelidamente teorica) sulla liberazione sessuale; la parola chiave che ricorreva più frequentemente nel suo discorso era “orgasmo”; tenni il conto: la pronunciò quarantatre volte. Il culto dell’orgasmo: l’utilitarismo puritano applicato alla vita sessuale; l’efficienza contrapposta all’ozio; la riduzione del coito a un ostacolo che va superato il più velocemente possibile per giungere a un’esplosione estatica, unico vero fine dell’amore e dell’universo. Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri tra i campi, insieme ai prati e alle radure, insieme alla natura? Un proverbio ceco definisce il loro placido ozio con una metafora: essi contemplano le finestre del buon Dio. Chi contempla le finestre del buon Dio non si annoia; è felice. Nel nostro mondo, l’ozio è diventato inattività, che è tutt’altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca».

    Provate a leggere contemporaneamente due libri usciti nello stesso anno, il 1956: Le ceneri di Gramsci di Pasolini e Laborintus di Sanguineti, vi accorgerete che il primo è scritto per una lettura lenta e il secondo per una lettura veloce. Che significa? Che i due libri erano incompatibili, erano agli antipodi. In verità, ogni buon libro di poesia richiede (ed impone) al lettore una diversa velocità di lettura, o una diversa lentezza.
    (Giorgio Linguaglossa)

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