SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI  di Böcklin (Stige o Acheronte) – Poesie di Giuliana Lucchini, Salvatore Martino, Silvana Baroni, Gian Piero Stefanoni, Ivan Pozzoni, Ambra Simeone

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

arnold bocklin Toteninsel (L’isola dei morti)

La spiaggia di Levrechio sull’isola di Paxos si trova di fronte alla foce dell’Acheronte fiume che attraversa l’Epiro, regione nord-occidentale della Grecia, e si congiunge col mare nei pressi della cittadina di Parga. L’Acheronte è un affluente del lago Acherusia e nelle sue vicinanze sorgono le rovine del Necromanteio, l’unico oracolo della morte conosciuto in Grecia. Ma Acheronte (in greco Ἂχέρων, -οντος, in latino Ăchĕrōn, -ontis) è anche il nome di alcuni fiumi della mitologia greca, spesso associati al mondo degli Inferi. Secondo il mito sarebbe proprio un ramo del fiume Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell’oltretomba, attraverso il quale Caronte traghettava nell’Ade le anime dei morti; suoi affluenti sarebbero i fiumi Piriflegetonte e Cocito. Il suo nome significa “fiume del dolore”. (nota di Francesco Aronne)

 

Isola dei morti, quarta versione

Isola dei morti, quarta versione

giuliana lucchini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuliana Lucchini

Ashes in the Museum

(a mia sorella Ilva)

 

Portammo
ceneri al museo, in una cripta d’argento,
raccolte dentro il cuore di una tela,

ceneri dalle rive d’Acheronte.

Nella trasparenza della luce
il velo sulla forma, il velo
che si stampò della bellezza

nella sua bara :

la tua creatura di cenere, Alma-Tadema*,
che si sbriciola tra le dita
appena implode al solco dello Stige.

Via della Croce sopra le spume,
struggente raffinatezza del deperibile
che la mano dell’artista eterna :

abbandona il peso, esce dal chiostro,
brilla di tutte le stagioni,
cammina da sola verso l’immateriale.
* (mostra al Chiostro del Bramante)
** “Sei nell’anima
e lì ti lascio per sempre ..” (canta Gianna Nannini)

 

opera di Dalì

opera di Dalì

 

 

 

 

 

 

 

 

salvatore martino col sigaro

Salvatore Martino

Sopra un quadro di Böcklin

Ritornato dal caotico inferno
e dalla solitudine
l’immagine appare
schiacciata contro il muro
affatto rettilineo il tracciato del cuore
privo di ossigeno il cervello

Dopo quaranta giorni nel deserto
a combattere l’assenza di me stesso
muta discende una preghiera

– Angelo atterrito
che abiti le caverne del mio fiato
tieni lontana
dall’orma del mio piede dall’approdo
la bianca figura dell’Isola dei morti
riportala nel gorgo della sua tela
con l’alito atroce della tua parola-

Isola di morti, versione originale

Isola di morti, versione originale

Silvana Baroni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Silvana Baroni

Tornare alle nozze

Sul lago
dove non è più lecito specchiarmi
chiedo di poter dar seguito alla vita
ma chi tace mi invita a seguirlo nell’acqua
a sciacquarmi dalla materia fogliosa.
Mi fletto in osservanza
alla maestria del silenzio
nell’illesa chiarità di uno stormo finale
dietro l’atto libero e lento d’un felino
che m’anticipa e obbedisce alla notte.
Sulla barca buia a guardarmi
occhi di perla trapassano il medesimo confine.
E’ la folla di Pompei – penso-
tutti avanti a me e per dove – chiedo
con occhi sbarrati sull’immanente vuoto.
La morte ancora non risponde
altèra sulla soglia del bianco monastero
nell’isola orfana di sabbia e gorgheggi.
La mia voce braccata dalle alghe
si fa brusio informe, precipita nella palude
perde le parole del vocabolario segreto
del modo mio di pronunciarle
e s’infrange l’idioma, i suoni infantili
sulle morbide dune del deserto materno
battute da oblique ventate di padre.
Allora intendo
esser questa l’ora a compimento
d’integrare in ombra il chiaro della vita.

 

isola dei morti versione originale

isola dei morti versione originale

gian piero stefanoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gian Piero Stefanoni

Acheron

(Parga, Epiro, settembre 2013)

risalendo dal mare il fiume che nel mito conduceva all’Ade.

 

ACHERON
prima un nome

poi la violenza illuminata
che senza presupporre ottempera,
nel tempo che rimane a dare

la luce che da sé di sé prende.

Durante un viaggio in un giorno d’amore

TERRA DEL SOGNO
bordata dal mare.

Aduggia la bestia in differente battuta
a contornarci di viole, profonda purezza.

Guida il cielo al cielo,
le lacrime alle lacrime:
UN LENTO ANDARE NELLA DOLCEZZA DEL PERDERE

(eravamo tutti pazzi con il nostro solo pallore?).

Più mite s’infossa,
evocato dagli alberi
IL FIUME

l’oscura palude dell’ultimo favo promesso.
Un luogo del nostro andare rasi dissolvono, gli uccelli
piegando il confine

MA
non ha attracchi la lingua.

Al primo variare dell’onda
il primo variare dell’ombra,
gli altari corrosi che forse scorgemmo:

TERRA DEL RICORDO
macchiata dal sole.

“Per quale arena vagammo?

Quale caprone ci apparve
con occhi remoti, il passo lieve
come entrando un Dio fra le mura?”-

(..)

Noi morte, noi sogno,

voi noi

NOI LUCE..
(In “Quaderno di Grecia”, Ebook LaRecherche.it, 2011).

 

de chirico Ettore e Andromaca

de chirico Ettore e Andromaca

Ivan Pozzoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ivan Pozzoni

Caronte, in riva al lago

Seduto su una roccia, in riva all’acque turbolente
macchiate di ricordi del mio Lete lacustre,
mi tramortisco col rumore ombroso
delle onde che cantano dei miei vent’anni,
d’amori e attese blande.

Cerco un Caronte astioso e ansante,
che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente,
rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante,
scorbutico maleducato, rude bifronte.

Cerco un Caronte, un Caronte vero,
temerario consulente abituato a transumanze
d’ogni genere, con remi, barba stanca,
obolo di scorta che difenda all’arma bianca.

Seduto su una roccia, rinvio a domani
l’insulsa immaturità delle mie mani.

 

Picasso the shadow 1953

Picasso the shadow 1953

 

ambra simeone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ambra Simeone

se ancora c’è un Dante o un inferno io non lo so

quanto a oltrepassare un mare o un fiume l’ho visto fare più di una volta,
e l’idea di morte non è più vera, né più presente di quando si cammina per strada,
c’ho le immagini fissate in mente, c’ho tutte le barche che ho visto al mio paese,
certo che ce ne sono di yacht, paranze, scialuppe, gusci di noce che galleggiano,
certo che i pescatori che tirano su le reti ti sembrano più morti dei pesci presi,
e invece di stare lì vorrebbero andare tutti in ufficio con le loro cravatte usate,
certo che i migranti, sembrano più vivi quando vedono terra che quando poi la calpestano,
certo che i turisti di lago maggiore, quasi tutti tedeschi, sono più morti di quanto
vorrebbero far credere, e quei ricchi italiani che vogliono solo affittargli le case,
di questo ne sono sicura o almeno credo, potrei anche sbagliarmi, essere morta anch’io,
ma davvero non so distinguere né cercare metafore giuste per tutto questo,
neppure un Caronte con le sue anime quasi dannate potrebbe reggere il confronto,
Dante poi non ci capirebbe niente, se tutto rimane uguale ma in realtà tutto cambia,
poi sarà questione di tempi, e la memoria passa anche lei, muore un po’ alla volta,
e la visione non può essere sempre la stessa, così muore anche un tòpos in settecento anni,
invece a me, la vita, la morte funzionano allo stesso modo, ti fanno scordare quel che è stato.

 

 

 

 

 

 

 

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2 commenti

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2 risposte a “SUL TEMA DELL’ISOLA DEI MORTI  di Böcklin (Stige o Acheronte) – Poesie di Giuliana Lucchini, Salvatore Martino, Silvana Baroni, Gian Piero Stefanoni, Ivan Pozzoni, Ambra Simeone

  1. Francesco M.T. Tarantino

    LO STIGE

    Era lo Stige
    un corridoio di vascelli,
    un crepuscolo di anime ansanti
    incontro al giorno incerto
    di un divenire in dissolvenza;
    un ingorgo di incognite
    e di rassegnazioni,
    un andare sconsolato
    tra le nebbie silenziose
    dove appaiono e scompaiono le ombre.
    E’ lo Stige un transito
    verso destinazioni sconosciute:
    l’anticamera dell’insula mortis.

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