“L’incontro di Telgte” romanzo di Günter Grass, letto da Marco Onofrio

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Il romanzo L’incontro di Telgte (1979), di Günter Grass, comincia con una frase emblematica: «Ieri sarà quel che domani è stato». La storia, cioè, è sottoposta a un fluire irresistibile di eventi concatenati, che trasforma in “ieri” ogni “domani”. Grass capovolge questo univoco scorrere attribuendo il futuro al passato, o viceversa; per questo pone a soglia del libro la “cifra” storica incarnata nella sua stessa operazione narrativa: di un recente “ieri” (il 1947) fa un tempo remoto, affidandolo alle ricorrenze – eterne, e forse immutabili – della vicenda umana. Nella Germania sconvolta dalla catastrofe bellica, due giovani scrittori, Hans Werner Richter e Alfred Andersch, fondano a Monaco, nel 1946, la rivista “Der Ruf”(cioè “Il grido di richiamo”). La rivista viene presto bloccata dal governo militare americano, ma fa in tempo a proclamarsi organo della generazione dei reduci (da cui il romanzo cosiddetto “lemurico”, che rappresenta lo smarrimento e la disperazione dei prigionieri di guerra, traumatizzati da ciò che hanno visto e vissuto) e di chiunque creda in un’Europa socialista unita, sotto la guida di équipes intellettuali. Nel settembre del 1947 nasce intorno a Richter il “Gruppo 47”.

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Ne L’incontro di Telgte Grass trasferisce l’esperienza (ormai trentennale) del “Gruppo 47” nella Germania del 1647, altrettanto provata dalla guerra dei Trent’anni. A Telgte si radunano i principali letterati del Barocco tedesco, in un fittizio incontro di fondazione che anticipa di tre secoli quello effettivo. Grass legge la storia in senso anti-hegeliano, come costante riprodursi delle medesime occasioni: gli esiti sono volta a volta diversi solo perché tutto è caos dominato dal caso, al di là dei patetici, disperati tentativi che l’uomo attua per imporre la misura di un “ordine”, che la forza stessa delle cose inesorabilmente scompone e poi dissolve, come i castelli di sabbia in riva al mare. Anche la mancata fondazione seicentesca del “Gruppo 47” è dovuta al caso, sotto forma di enigmatico incendio che distrugge la locanda della riunione e il manifesto politico tanto faticosamente stilato dai letterati. L’occasione perduta verrà appunto afferrata tre secoli dopo.

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Ci sono almeno un paio di analogie profonde tra i due momenti storici indirettamente posti in parallelo (l’uno in controluce dell’altro): a) disunita è la Germania del 1647 (quando, sotto l’occupazione delle armate straniere, si prepara – con l’imminente pace di Westfalia – ad essere spezzettata in decine di principati autonomi) e disunita è la Germania del 1947 (quando dalle 4 zone di occupazione interalleata sta per scaturire l’irreparabile divisione in BDR e DDR, contro cui si oppongono invano, sulla rivista “Der Ruf”, Richter e soci); b) svilita è la lingua tedesca nel 1647 (i letterati barocchi ne lamentano l’imbarbarimento, dovuto all’invasione straniera) e svilita è la lingua tedesca nel 1947 (Wolfgang Weyrauch propone il “Kahlschlag”, cioè il “taglio del bosco”, per estirpare retorica e barbarie naziste). L’incontro a Telgte è un’occasione a un tempo culturale e politica: occorre contrapporre alla “Germania delle armi” la “Germania della cultura”, di coloro che custodiscono «l’ultimo legame rimasto»: la lingua-madre tedesca. Grass considera la Germania anzitutto un “concetto letterario”: «In ciascuno dei due Stati tedeschi è ormai rintracciabile una sola cosa unitariamente tedesca, che non si attiene ai confini: la letteratura». Da qui la sua proposta per una Fondazione Culturale Nazionale, con sede a Berlino, per abolire almeno in un punto l’avversario di tutte le culture: il muro. La Germania si può anche dividere; la cultura tedesca no.

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L’incontro di Telgte mette in questione il rapporto sempre controverso tra intellettuali e potere, alla luce di una coscienza etica che impone loro di non restare indifferenti a quanto riguarda l’uomo, la storia, la società. Scrive Grass: «In fin dei conti s’erano radunati per questo. Bisognava farsi ascoltare. Se non reggimenti, potevano almeno mobilitare parole». Ma la ragione politica non ascolta le ragioni della cultura: «(…) ai poeti mancava ogni potere, salvo quello di metter giù parole giuste, sebbene inutili». Anche gli scrittori convenuti a Telgte sanno già, ancor prima di scriverlo, che il loro manifesto politico resterà lettera morta: tuttavia lo scrivono. «Perché allora rimanevano riuniti? (…) Anche per strappare all’impotenza un sommesso eppure». Gli scrittori, per Grass, sono i soggetti responsabili del processo di riforma civile e democratica della società. Spetta proprio a loro, infatti, la palma della dissidenza, e dell’opposizione a tutte le forme di potere totalitario – sia pure travestito da democrazia. Come nell’incontro del 1647, alle riunioni del “Gruppo 47” si leggono testi ancora inediti: l’autore, chiamato alla ribalta, legge i suoi testi e poi ascolta, senza diritto di replica, le critiche dell’assemblea. Il leader degli scrittori seicenteschi è Simon Dach; quello del “Gruppo 47”  Hans Werner Richter, al cui 75° compleanno è dedicato L’incontro di Telgte. Grass si “nasconde” probabilmente dietro Grimmelshausen, grande narratore picaresco, al quale – fra tutti – può essere utilmente accostato per la scrittura ancorata al corpo e ai bisogni materiali; il cibo, infatti, ricorre in tutto il romanzo, servito nei convivi succulenti che, alternandosi alle dispute letterarie, uniscono il sapere al sapore entro un gustoso florilegio di consonanze.

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Che cosa si portano a casa, i convenuti a Telgte, malgrado l’impotenza dinanzi alla storia e alla realtà? Quasi nulla; anzi no: un potere incomparabile e irriducibile. La certezza che lo spirito invisibile della scrittura, nessuno avrebbe mai potuto fermarlo o dominarlo: il pensiero umano non ha limiti. «D’ora in avanti ciascuno poteva sentirsi meno isolato. E chi a casa sua sentisse incombere l’oppressione del luogo ristretto, il prodursi di nuove sofferenze, l’inganno del falso splendore, la scomparsa della patria, costui doveva ricordarsi (…) di Telgte, dove il linguaggio aveva loro promesso vastità, ceduto splendore, sostituito la patria e dato un nome a ogni male di questo mondo. Nessun principe poteva uguagliarli. Il loro potere non era comperabile. E se si fosse voluto lapidarli, seppellirli sotto l’odio, dal pietrame sarebbe ancora sporta la mano con la penna».

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