ANTOLOGIA DI POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA – Antonio Sagredo, Chiara Moimas, Meeten Nasr, Franco Fresi, Lucia Gaddo Zanovello, Vincenzo Mascolo, Ambra Simeone, Patrizia Pallotta

Parnaso 1

Parnaso1

 

 

 

 

 

 

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Sagredo

La metamorfosi della finzione

 

Quando il tempo il vuoto dei miei atti scorre umile e inquieto
possa io convertire il passo umano in ambio dislocato,
il ferro equino calzare come una corona non domata la giostra
di un torneo che muterà rogo e croce in volto circense e scespiriano.

La clessidra il vuoto del tempo e dei miei atti mescola con la cenere,
con una figura che abiura il tratto secco, la matita e il disegno non ornato,
ma le dita schizzano scellerato il segno e la visione di un pensiero declinato
per quella fede perduta nel perdono, per il rimorso di un palco non calcato!

Saprò io con ferrigna mente disseccare un salice e le lacrime custodire
io in un ricordo collassato e nello schianto attutito di un’arteria terminale
cedere io a una stella vespertina la struttura di un marcio crocefisso…
ah, vorrei una misericordia non divina, ma umana per Cristo e Giulio!

E un linguaggio cordigliero da un pulpito d’avorio alle navate vorrei
risonare come vessilli tra ostie insanguinate e mitrate angeliche parole,
quando una clessidra vuota inquieta scorre la gerarchia dei miei atti –
libertini se volete condannarmi, ma pietosi, lacrimosi – come Pierrot!

Roma, 28 marzo 2014
(all’ora quarta)

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

antonio sagredo Teatro Politecnico 1974

 

 

 

 

 

 

 

*

Stermini, e ti lasci andare al sogno ovunque e rosicchiano i secoli
il chiavistello della tranquillità, e t’accorgi inerme come la voce assenta
la lingua nei deserti della consapevolezza e il raccapriccio inventa
un mestiere al poeta, la sua parola tu bevi dal calice dell’inconsistenza.

E i suoni non hanno senso sui ghiacciai, liquidi cessano d’essere Maestri
di canto all’uomo… l’ugola non regge l’errata corrige di una volta che ci sovrasta
e marcia è la matematica e i disegni di un linguaggio che non sai… sfacelo
delle laringi, e il cerebro e il vuoto e il pensiero si specchiano in contumacia!

Non puoi dire se giostra è la finzione, se circo e tornei una imitazione,
i versi, le parole e i sensi sono meno di una tavoletta d’argilla che squilla
adesso come una lanterna antelucana – per l’aurora è un azzardo il giorno!
e i tramonti non hanno più una tazza dove affogare la propria morte recidiva.

E il lutto non s’addice più alle nostalgie dei nastri funebri, a quegli angeli
che sui feretri sono marionette… il conforto agli umani avanzi non è più
un dono e i loro occhi e le lacrime e quelle mani… non sappiamo nulla…
non sappiamo nulla… e il riso è solo un ricordo cartapestato… logoramento

delle felicità e delle tristezze ci corrode il futuro… non è il caos, né la rovina,
né gli stermini – e il divino ci disturba, ci ha succhiato la coscienza, ci ha rubato
la storia e la nostra stessa essenza e la natura e quella terra… io la miravo, e non
è più la mia origine, non più la sede di dei che mai furono – e io, interdetto, me ne vado!

Roma, 10 aprile 2014

Chiara Moimas

Chiara Moimas

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Moimas

Dafne

Rincorsa da Apollo invaghito
Dafne braccata non sa che fare
inconsapevole d’ essere un mito
vergine e pura vuole restare.

Il dio è vicino stanco e sfinito
già la ghermisce: non può scappare.
– Che il desiderio venga punito.
Che la bellezza possa mutare-.

La chioma fulgida fronda diventa
e già le dita alloro si fanno.
Non è l’ignoto che la spaventa

è l’ansimare d’Apollo, l’affanno.
E’ la sua bocca che il pube rasenta
e trova corteccia. Mirabile inganno.

fuggi, ché amor

Fuggi, prima che intoni l’usignolo
struggente verso di malinconia,
prima che il senno si diparta in volo,
rapito dall’incanto e da malia…

fuggi, ché amor, desiderato e inviso,
tendendo l’arco scocca la sua freccia
e crudeltà nasconde con sorriso
mentre scalfisce il cuor per farsi breccia.

Se il dardo tocca, avvampa la ferita
e lente son le briglie del pensiero,
allor tu brama stringi fra le dita
e doma l’indomabile destriero:

fidati diverran gli infidi venti,
ogni sospiro un sorso d’acqua pura,
le lacrime saran stille lucenti
da stemperare nella notte scura,

le mani si faranno inquieti fiumi
ed il silenzio stridente melodia,
prima che il tempo a morsi si consumi
dà fuoco ai fianchi della tua follia.

E poi rimani ad affrontar mattino
e il canto dell’ allodola impietosa,
rendi le armi al gioco del destino
e nelle braccia dell’amor riposa.

 

Meeten Nasr

Meeten Nasr

 

 

 

 

 

 

 

Meeten Nasr

Glicine, Merlo

Da tempo sormontando l’alto muro
dell’ospedale un getto di corolle
sciorinava l’azzurro, s’appellava ed era
glicine conscia del mio sguardo. Nere
penne distende un merlo che risvola
verso aiuole solinghe e ci saluta,
umani noi troppo umani. Due letizie
tracciano l’arco che ci accoglie, segno
del nostro indenne transito e la vita
d’ogni organismo qui vedi e qui abbandoni,
foglia staccata, impronunciate sillabe, splendore.

*

Due Ikebana

a Maki Igura
1
Fior gentile, ginestra, che prorompi
fuori dal nero vaso, fra i tuoi cespi
odorati nascondi campanule violette.
2
Ignorando il richiamo di rigidi bambù
sinuosa s’affaccia questa rossa
calla fa i rami già secchi dell’estate.

 

Franco Fresi

Franco Fresi

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Fresi

Oggi. Basta pensarci

Facciamo poco uso di movimenti di labbra,
danze di lingua a calibrare
respiro e toni.
Basta pensarci, vicini o lontani,
magari seduti nello stesso divano.
Succede che uno pensi “domani
arrivano i figli, bisognerebbe…,”
e che l’altro dica “ricordiamoci
che domani arrivano i ragazzi,
dobbiamo essere al porto di buon’ora…”.

Che sia il segno per un altro tempo,
di una possibile rinuncia
alla consunta archeologia della parola,
o soltanto un esercizio
per tenerci in contatto quando uno dei due
uscirà per primo tirandosi la porta?

 

Dammi oro, Signore.

Non chiedermene conto:
sono solo un fabbro
abituato al baratto
del ferro per l’acciaio. Dammi oro,
Signore, in cambio alle mie scorie
di fumosa fucina. Una fiammella
un giorno scaturì di sotto il maglio
da mille percussioni. Non poté
alzarsi a divampare,
ma è sempre accesa. Salvami per quella.

L. Gaddo Zanovello

L. Gaddo Zanovello

 

 

 

 

 

 

 

Lidia Gaddo Zanovello

Esemplitudine – per Ipazia

Finché esisteranno il dove e il quando
i sempre e i mai più
l’incoerenza dell’umano destino
sarà esemplitudine del mondo.

Ipazia volle tendere allo spasimo le dita
stretta alla trasparenza dell’arco del respiro
mirando allo zenit
per la nobiltà d’esser carne delle idee,
improntitudine ardita
che leva e scruta alto e profondo
il cosmico oceano dell’ignoto.

Sarà che ogni sguardo aperto in viso
conduce per lenze lanciate dalla sorte
gli incunaboli felici delle infelici vite occorse,
sarà per la fragranza della vita
che s’ode ornata di primavera
quando nasce da umano seme,
sarà per te, per me, per lei
per quante si vollero materne
di un altro sé,
che tutto perfetto il cielo
sempre intero torna all’orizzonte
con l’onestà di un bacio,
e che la volta sempre fiorisce della stanza,
quando apre alla voluttà del bosco
immaginifico che cresce
sul dorso alato della terra.

Fianco breve, il femmineo dischiuso dal creato
ma costola piena di grazia
attende a che tutto il male inferto alla verità
dall’empietudine del mondo
cambi l’essenza in bene.

13.02.13

vincenzo mascolo 2

Vincenzo Mascolo
3
PRESAGI DEL FUOCO

Dell’identità molteplice del treno
– forse, perché no, persino della mia
prima che il mistero rimanga chiuso in me
e il nome mio si sperda fra terra e discendenza –
parlerei con voi per ore e ore
approfondendone con scrupolo ogni aspetto
e analizzandola in ogni disciplina
che l’ha elevata a simbolo e ad emblema,
in un viaggio ideale che percorrendo l’arte
attraversi la psicoanalisi e la scienza
(lo intraprenderei usando proprio i versi
perché credo in potenza sia tutto la poesia
e tutto possa quindi assumerne la forma,
sempre che una forma è vero che ci sia:
il non detto l’invisibile i fasti del sentire
ma anche i filamenti del pensiero razionale
e il brulicare oscuro di elementi primordiali
che si combinano e si legano tra loro
generando la composita materia
che non si crea e nemmeno si distrugge
ma da sempre di continuo si trasforma.
E’ tempo di vegliare anche noi notti serene
e di tornare insieme ad osservare il cielo
per raccontare adesso con parole nuove
la profonda densità di quel mistero
che declina la vita dell’uomo e delle cose,
è tempo ormai che la poesia e la scienza
riprendano a parlare con una lingua sola
dei sentieri notturni del loro ricercare
l’immutabile principio originario
dell’eterna infinità dell’universo
e di tutto ciò che è per legge naturale.
vincenzo_mascoloE’ tempo, sì, è questo finalmente il tempo
di andare con lo sguardo oltre il confine
che divide l’umanesimo e la scienza
e di scrutare la natura delle cose,
tutte le cose visibili non viste,
unificando ragione e irrazionale
ipotesi concrete e fantasia
la logica stringente all’utopia
perché riunendo le due dimensioni
le due metà che formano il reale
si toccano le viscere del mondo
che come aruspici possiamo interpretare
in cerca dei presagi di quel fuoco
che fu per noi rubato ai primi dei.
Andare verso l’Uno è il senso di ogni cosa,
lo è ricondurre all’unità tutto il duale
che ci compone e nel contempo ci separa
corpo e anima vita e morte bene e male
notte e giorno sole e luna terra e cielo
e chi ne ha di più ne aggiunga se lo vuole
a questo risgranare opposti universali
che si ripete uguale da quando è nato il mondo
dai tempi del big bang e da prima forse ancora
dal tempo in cui non esisteva il tempo
quando era il caos a governare la materia
prima, prima dell’ordine del Verbo
che tutto, generando, ha separato.
Di questo ci troviamo a conversare
con il mio amico Gigi nelle giornate estive
mentre proviamo ad ingannare il tempo
– ma è lui a ingannarci con il divenire –
rimanendo immobili per ore
a misurare con lo sguardo dalla riva
la distanza che divide l’orizzonte
dalla superficie curva della vita.
E se Gigi non mi sta in cagnesco
quando mi attardo nelle mie teorie,
vostre eccellenze, non ci manca molto
perché lui abile chirurgo del cervello
è sempre la metà fisica del tutto
che privilegia nel nostro dialogare,
la forma di realtà che già conosce
la più rassicurante, abituale
che non richiede di scavarsi dentro
in cerca della fiamma originale
e come Giovanni Drogo nel deserto
nel corso del mio dire sul duale
asserragliato nella sua fortezza
al confine nebuloso del reale
scruta e riscruta in lontananza i segni
dell’incedere nemico che minaccia
la difesa del suo credo razionale.
“Il mondo che disegni è molto bello”,
mi ha detto Gigi un giorno sorridendo
scuotendo però il capo lungamente
come a volersi scrollare dal cervello,
da quale degli emisferi poco importa,
ogni residuo delle mie parole
anche le particelle elementari
e la radiazione cosmica di fondo
emessa dalle mie onde vocali,
“la lotta tra gli opposti è suggestiva
e mi rimanda al mare dell’eterno
nel quale forse è dolce naufragare.

Vincenzo Mascolo

Vincenzo Mascolo

Ma io vedo intorno a me dolori atroci
io vedo grande sofferenza e pianto
e torno in quei momenti alle tue voci
sull’unità infinita che governa
la natura dell’uomo e delle cose
e a tutti gli altri tuoi racconti
sull’andare e venire dell’essenza
per unirsi alla coscienza universale
e allora penso che nell’esistenza
noi con la finitezza dobbiamo fare i conti,
è quella la realtà, è lei la nostra sorte,
nessuna tua parola, per quanto luminosa,
potrà mai diradare il buio della morte”.
Ci siamo salutati poi al tramonto
stringendoci la mano un po’ più forte
come volendo apporre nuovamente
il suo sigillo al libro del mistero
che sfogliavamo poco prima insieme
ma ricordo che ancora dopo ore
ripensando da solo al nostro incontro
e alla voce di Gigi senza incrinatura
ho sentito più volte risuonarmi dentro
l’eco lontana di quel suo dolore
e nel guardare il cielo della notte
per un istante o forse per mezz’ora
del suo silenzio ho avuto come lui paura)

Cercai la scaturigine segreta
del fuoco che si cela nel midollo
della canna, maestro d’ogni arte,
via che si apre.

(Eschilo, Prometeo incatenato, tr. di Enzo Mandruzzato, ed. Rizzoli BUR)

 

Ambra Simeone

Ambra Simeone

 

 

 

 

 

 

 

Ambra Simeone

la fantasia è una grande risorsa

ecco quello che voglio dirvi, che noi siamo tutti un po’ dei fantasiosi,
e questa cosa è molto bella, e si nota soprattutto in questi strani periodi,
paese di sfiduciati, mammoni, pensionati, cassaintegrati, malpagati e stagisti,
così la fantasia prende il volo, per questo io penso che è una grande risorsa,
cioè mi leggo i commenti su facebook, perché non ho nulla da fare,
e tutti sono su facebook, e sarà perché anche loro non hanno nulla da fare,
e io sento l’importanza di essere fantasiosi, sopratutto quando si parla del lavoro,
così guardo nelle informazioni personali dei miei amici e dei miei conoscenti,
collaboratore presso poetessa e scrittrice, lavora presso se stesso, editor c/o scrittore,
lavora c/o general war, ufficio ricerche minerarie e perdite di tempo,
allevatrice di cenobiti presso Lemarchand’s box, lavora presso la via di casa mia,
figlio di famiglia lavora presso figlio di famiglia, lavora presso pensaci tu che io ho da fare,
lavora c/o ministero dell’istituzione te ne devi annà, lavora presso della sapienza e della pazienza,
lavora come collaboratore parlamentare presso camera dei deputati, questa sì che è bella,
e leggere queste cose qua, mi fa tanto piacere, allora è vero che abbiamo sconfitto la crisi,
e finalmente il lavoro ci sta, magari è gratis, così ce lo inventiamo un po’ tutti quanti,
ma almeno siamo abbastanza creativi e su questo nessuno può dirci niente,
allora ho deciso magari anche io me ne invento una nuova,
lavoro presso fantasia applicata al nulla.

 

Patrizia Pallotta

 

Patrizia Pallotta

Non guardare la Gorgone

Perché tu sai cosa fluisce ora
nella mia testa affranta.
Perché una preghiera rimane sospesa.
Perché fisso una luce e perdo le tracce
quel mutismo che conserva e conta
gli anni senza mani, senza code.
Perché intreccio murene fra i capelli
con disappunto mentre gioco con la coscienza,
non guardare la Gorgone, è letale.
Lasciami quieta dunque, non scuotere le fronde
della nebulosa fra i gorghi
dei miei capelli o nel pozzo dei desideri.
Lasciami la pace meritata forse
dopo tutte le domande
che mi deridevano per essere stata la tua Musa
o il tuo sortilegio.
È il cerchio della guerra, dicevi,
la porta dell’assurdo,
quel tratto di terra dove corre la morte
dei valorosi, dove il corvo grida:
“Non lasciarmi!”.
Sparisci, allora, affoga il tuo soffio mortale.

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6 commenti

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6 risposte a “ANTOLOGIA DI POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA – Antonio Sagredo, Chiara Moimas, Meeten Nasr, Franco Fresi, Lucia Gaddo Zanovello, Vincenzo Mascolo, Ambra Simeone, Patrizia Pallotta

  1. A parte i poeti inseriti in questa ulteriore puntata dell’Antologia, tutti meritevoli e degni di attenzione, mi sia consentito rendere un giusto omaggio alle due poesie di Antonio Sagredo, un poeta di rango, raffinatissimo, dotato di un bagaglio lessicale del tutto evidente a chi sappia leggere, forse addirittura eccessivo, se per eccesso intendiamo la capacità di infilare metafore ed immagini ad un ritmo quasi ossessivo e deflagrante come nessuno mai ha tentato dal secondo Novecento ad oggi. Certo, si dirà che la ricchezza verbale e metaforica in poesia non è tutto, sì, è vero, la ricchezza, anzi, l’abbondanza metaforica e di immagini è talmente grande da rendere il lettore un po’ smarrito, come dinanzi ad un labirinto di segnali semantici e metaforici che lo sviano in continuazione. C’è qualcosa di Amleto e di Arlecchino in questo stile dove una voce monologante, una voce scenica per eccellenza (non si dimentichi che Sagredo da giovane ha studiato teatro ed è stato allievo del più grande poeta della libertà verbale del secondo Novecento come Angelo Maria Ripellino), diventa un polittico di voci, voci che si affollano e si sovrappongono quasi a voler soffocare il silenzio, quasi a produrre un infittirsi del rumore verbale per togliere al silenzio quell’aura di sacralità che, in realtà, il silenzio non ha. Sagredo, in realtà, è un vessillifero della parola poetica, della sua purezza che si mescola con il rumore di fondo delle parole del mondo, e della peccaminosità della parole, della loro incapacità a giungere all’osso della significazione.

    Metonimie, metafore, analessi, prolessi, immagini, chiasmi, rafforzativi di fonemi, sovrapposizioni lessicali, anadiplosi… tutto converge in un imbuto, in un buco nero della significazione dove tutti i componenti della lingua vengono attratti da una forza misteriosa e oscura che tutto annulla e inghiotte.
    Del resto è l’autore stesso che ci informa del carattere scespiriano della sua poesia: «la giostra / di un torneo che muterà rogo e croce in volto circense e scespiriano», del dato di fatto che la sua è una poesia però solo in apparenza orale, teatrale, ma anche iconica e concettuale, e il concetto guida dato dal titolo: «Metamorfosi della finzione». È la finzione scenica che subisce una metamorfosi durante il tragitto del tempo (vedi l’accenno alle icone della «clessidra» e del «vuoto»).

    Possiamo dire che la poesia di Sagredo è il prodotto di questa gigantesca combustione implosione della materia verbale in quell’infinitesimo buco nero che annienta la materia verbale nel mentre che la enfatizza. È la forza del discorso monologante che fa precipitare la materia verbale in questa gigantoscopica implosione dove è inutile che il lettore si affatichi a capire che cosa c’è in questo discorso tumultuoso e torrentizio, quale sia il senso e se senso v’è. Ma, chiedo io: perché dobbiamo porci il problema del senso quando proprio questa poesia vuole scientemente cancellare, e per sempre, la possibilità che la poesia abbia un senso, e che comunque esso non è il senso che noi vogliamo darle, e non è nemmeno il senso che il lettore vuole affibbiargli. È un discorso che si vuole sottrarre all’ermeneutica, che si vuole sottrarre alla cattura:

    «E un linguaggio cordigliero da un pulpito d’avorio alle navate vorrei
    risonare come vessilli tra ostie insanguinate e mitrate angeliche parole…»

  2. antonio sagredo

    risposta in veri postlucani al gentile ufficiale:

    Dunque del labirinto mio Tu hai forse varcato la soglia giusta, /ma effimero è ancora il tragitto che non t’aspetta, e nemmeno a un clown/ la pioggia ha cancellato il trucco che tu stesso non ricordi!
    antonio sagredo

  3. Ambra Simeone

    “… e t’accorgi inerme come la voce assenta
    la lingua nei deserti della consapevolezza e il raccapriccio inventa
    un mestiere al poeta, la sua parola tu bevi dal calice dell’inconsistenza”

    in questa frase si coglie tutto il senso della poesia, seppur il linguaggio poetico è ancora troppo presente, ma ci sono tanti modi per rispondere al raccapriccio dei poeti… questo risponde alla poesia inconsistente con la poesia consistente!!!

  4. pagale63alessandra

    “Foglia staccata, impronunciate sillabe, splendore”. (Meeten Naasr)
    “Lavoro presso fantasia applicata al nulla”. (AmbraSimeone)
    “È il cerchio della guerra, dicevi,/la porta dell’assurdo” (Patrizia Pallotta)
    Nessuna tua parola, per quanto luminosa/potrà mai diradare il buio della morte” (Vincenzo Mascolo)
    “I versi, le parole e i sensi sono meno di una tavoletta d’argilla che squilla
    adesso come una lanterna antelucana” (Antonio Sagredo)

    Sono solo alcuni dei versi che hanno suscitato in me particolare risonanza rispetto a quanto credo sia il tema dominante di questa antologia: la consunzione della parola, l’impotenza di chi scrive a rinnovare il mondo. Il definitivo superamento del simbolismo, forse, ma anche la necessità di tenere alta l’idea di poesia, senza cedere a minimalismi rinunciatari.

    Un tema importante, che ha a che fare con l’autenticità.

    Non esiste evidentemente una soluzione univoca: per questo le voci qui antologizzate sono tanto diverse.

    Occorre per prima cosa tenere desta la domanda. Poi continuare a riflettere.

  5. Ambra Simeone

    cara Alessandra è vero “tenere desta la domanda” e ricevere quante più risposte possibili ognuna diversa dall’altra!

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