TORNARE ALLA CORTE DI CESARE? – SUL TEMA DI ZBIGNIEV HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE – Sandra Evangelisti TRE POESIE INEDITE EPISTOLE DI SELENE AL CONSOLE GERMANICO

statua romana l'imperatore Claudio

statua romana l’imperatore Claudio

volto romano di donna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sandra Evangelisti

 

 

 

 

 

 

foto di Daniele Ferroni. Sandra Evangelisti è nata nel 1964 a Forlì, città in cui vive e lavora. Dopo gli studi classici, si è laureata in Giurisprudenza. Ha pubblicato cinque raccolte di poesie: Lascio al mio uomo, 2008, L’ora di mezzo, dicembre 2008, Intanto tutto procede, 2010, Diario minimo,2011 e Cuore contrappunto, 2012. È collaboratrice del portale di arte e letteratura internazionale “Lankelot”. Ha una pagina a lei dedicata sul sito “Italian Poetry” e ha fondato il blog ladistensionedelverso.wordpress.com.

Roma statua2

 

Roma1

 

 

 

Sulla corruzione dei tempi

Da Selene al Console Germanico

Gli dirai , Console magnanimo, che l’inganno si nutre nella Provincia
e non solo nell’Urbe.
Nella città di Livio, Selene paga a caro prezzo la sua libertà.
Quando danzava nel gineceo ha imparato le arti del canto e della seduzione,
e di ogni governo terreno che si addice alla donna,
ma qui dove mercenari e gabellieri hanno la meglio sugli illustri Pretori che amministrano lo ius quod ad res et ad personas pertinet,
anche Selene è vittima di inganni.
Un villico della terra in cui si usò la verga per percuotere un sacerdote caro agli dei ctonii,
apparendo votato ad Ippocrate e fregiandosi del nome dell’Augusto Aurelio,
si è insinuato fra gli eletti delle Muse del Sacro Parnaso,
ma non per portare beneficio al Canto, bensì inganno
e parole contra ius et mala dicta:
così facendo ha reso il fato avverso a Selene.

Ella ne ha avuto conoscenza nel giorno dedicato al dio della guerra,
e il dolore ha invaso il suo cuore.

Io, Selene, dal canto argentino, ho innalzato il suo nome alla vetta del Parnaso,
e lui in cambio ha gettato menzogna
fra me e Cesare, o magnanimo console, e non solo,
ma anche davanti agli altri condottieri dell’Urbe e in Provincia
mi ha fatto apparire contraria a Diche e agli aruspici.

Il nome dei Lari ha turbato e ingannato la mente di Selene
con l’arte subdola che incanta il serpente e ha sede nel sonno.
Apparendo servo di Ippocrate ha carpito fiducia
e aumentato in sesterzi la borsa ed il peso.

Così in cambio della mia testa ha promesso a Cesare fama e gloria in Provincia
invitandolo a nozze tribali con un manipolo di autoctoni devoti alle erbe che bruciano (urtica dioica et urens).
Ma questo non a gloria degli dei, e Zeus Olimpio mi è testimone,
ma per innalzare se stesso, e prigioniero del male verso Selene,
che innocente gli offriva il suo canto, e solo il canto, mio Console, null’altro,
ti prego di crederlo nonostante egli vanti il contrario.

Selene, ignara, per via dell’insonnia e dell’ansia patite, si affidava alle cure,
ed egli tramava contro di lei ed in favore dell’ homen dell’Ara di Giano bifronte,
per portare qui Cesare e altri condottieri con l’inganno,
e adularli con sesterzi, matrone e i doni di Bacco e Proserpina.

Ecco come viene ripagato chi porta i doni del sacro Parnaso
a villici e indigeni rozzi e insolenti.

Roma donna romana che danza

 Roma5Germanico, valoroso Console,
ho ascoltato il canto di Giulio Decimo, e poi il tuo in risposta.

Verrò nell’Urbe fondata sul Palatino per sedere al tuo fianco e innalzare con te inni ad Apollo e a Minerva,
non come preda da mostrare all’Imperatore,
ma umile ancella del canto di Orfeo e delle Muse.
E, se Giulio Decimo vorrà onorarci della sua compagnia, sarò ben lieta
di accordare la cetra con lui,
ma tu, Germanico, fai in modo che Cesare e altri prodi non cedano
agli incanti molesti del villico figlio della Verga che esiliò Romualdo caro agli dei. Cesserò di coltivare il dominio in cui il verso si distende
per sedere all’ombra della parola con te, Germanico, se vorrai.

Dobbiamo sventare l’inganno dei provinciali devoti all’erba che brucia e rovina:
peggiore sarebbe non solo il destino di Cesare, ma anche quello del popolo di Roma,
se l’arpa di Cesare cara alle Muse cadesse nelle mani di gente
posseduta da arti invise agli dei .
Ed egli non mi sembra più, o Germanico, l’uomo impavido
e forte che mi ha imprigionato.

Gratia tibi ago, domine,
et salus

Roma6roma donne romane
 Da Selene a Germanico

 

Sì, è come temevo, valoroso guerriero,
la decadenza dei tempi è alle porte.
L’epoca delle logge e dei templi e di quelli che vi fanno ritrovo,
ha sopraffatto gli iura degli antichi pretori, e di Gaio,
e di colui che è stato chiamato per saggezza “il padre comune di tutti”.
Questo è il mondo in cui viviamo
e Roma non è immune da corruzione,
anzi la vastità dell’Urbe, rende forse più evidente il vizio.
Qui racchiusa nella Provincia,
vedo in uno specchio raccolto
quello che tu puoi notare evidente nella grandezza di Roma.
Qui conosco i capi dei gruppi, e le mosse evidenti del volgo,
ma tu console in ciò che è più grande puoi
osservare turbamenti importanti.
Eppure ciò che muove è lo stesso coacervo
di ingiusti pensieri e voleri:
l’interesse dei singoli che prevale sul bene comune
e un’assenza di pietas verso i vivi ed i morti.
Il governo della cosa comune non è più regolato
dagli antichi precetti di onore e decoro
e dal rispetto per la volontà degli dei e dei Lari.
Quello che dici di Cesare mi rattrista.
Non l’ho mai visto con maschere di cera sul viso,
ed ho letto i suoi tanti rotoli, ritrovando il suo canto
come un cupio dissolvi .
Eppure ho creduto avesse ancora speranza negli occhi,
come fosse immedesimato nel dolore di tutti
e l’avesse trascritto per noi.
Poi ho saputo che ha innalzato canti d’amore,
non li ho letti, però.
Nell’amore non si può mentire, Germanico,
tu stesso lo dici.
E’ difficile il canto d’amore,
la menzogna lo rende stonato.
E tu, Germanico, continua a tenere alto il vessillo
dello stil novo che sorpassa e annulla
il vecchio discorso
e si adegua al decorso del tempo.
Qui Selene accorda la cetra
e continua a cantare,
con la lingua mozzata, se occorre….

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