“LA GRANDE BELLEZZA” DI ROMA – Marisa Papa Ruggiero UNA POESIA “Io, il Gladiatore” – Inedito

roma il gladiatore

roma soldati romaniroma Il-GladiatoreMarisa Papa Ruggiero è nata a Roma nel 1943, ma vive a Napoli, dove ha insegnato per un trentennio nei Licei. La sua attività creativa (poesia lineare-visuale, prosa e critica) è documentata in diverse pubblicazioni antologiche e in riviste quali: «L’area di Broca», «Offerta Speciale», «Oltranza», «Lettera Internazionale», «Novilunio», «Risvolti», «AD HOC», «Paradossi Visuali», «Accenti Mundus». In «Poesia» è apparsa nella rubrica a cura di Mariella Bettarini: «Donne e poesia». Tre sue raccolte poetiche: Terra emersa (1991); Limite interdetto (1993); Origine inversa (1995, Premio Minturno); Campo giroscopico (1998); Persephonia (2001, presentato più volte come evento teatrale); Oblique ubiquità (in Locus solus –2003); Energie di campo (in Al di là del labirinto, 2010); Paesaggi di confine (L’Arca felice, 2012); Di volo e di lava (puntoacapo, 2013). Tra i libri d’artista: Il passaggio dei segni (2003); tra le opere in prosa: Le verità bugiarde (2008). È stata redattrice delle riviste: «Oltranza» e «Risvolti». Ha collaborato come redattrice alla fondazione della rivista di letteratura «Levania».

marisa papa ruggiero 1
Io, il Gladiatore

Le stelle a quest’ora hanno inondato l’arena
ma da dietro le sbarre vedo la notte cadere
dentro il mio corpo
il nuovo giorno tra poco
spingerà il suo passo dagli orti lontani
e incendierà i profili dei templi…
io, il lottatore più amato, l’atteso
da tutte le folle, io il trofeo designato
per festeggiare il Proconsole,
a me è dato il privilegio supremo:
sarà la belva più fiera e possente
la svolta finale del mio fato
in questa scheggia del tempo,
in questa piccola piega dell’universo
che fu il faro eterno del mondo…

Ma qui su questa terra fradicia di stragi
che esala tanfo di morte
corvi e sciacalli inferociti fiutano
la miseria lurida del sangue
il contagio eretico in ogni cellula,

a me è dato conoscerlo
io lo conosco
quell’urlo vivo imploso nella cenere,

io lo conosco nella carne

cos’è lo strazio che smembra e squarta
cos’è la morte,
tu inginocchiati
dal tuo colle olimpico
se puoi inginocchiati,
a te racconto cos’è la grandezza di un uomo
e lo racconto a te che oscenamente ti allunghi
sulle gradinate di questo stadio circolare,
a te bestia immonda che dal mio
sangue ti nutri e ti riproduci

Dove sono i Lari miei tutelari,
le tentatrici ninfe, gli erborari sacri?
Io su questo giaciglio sento
il gelo dell’abbandono in ogni osso
come un lungo grido sott’acqua
che nessuno sente,
la cetra della mia donna è da tempo muta:
quel giorno lei, la cantatrice, sulla mia sorte
ne strappò le corde e si recise la gola
ma ancora morde alle tempie
il suo canto tra le sbarre
come lapilli infuocati!

Fuori di qui altra strage si appresta,
l’eccitazione lascivamente striscia dai vicoli
e sale oscura dalle fondamenta;
si dà olio ai carri da guerra
si affilano le onorate armi,
guerrieri baciano le spose, non sanno
che il mostro viene da dentro,
romperà selvaggio gli argini ed è
cieco furore e caos

Io domani
oltrepasserò l’intero stadio della carne,
sì, le stelle hanno già inondato l’arena,
servirò d’immagine al coraggio
di molti e sarò in una sola volta
tutti i miei rami spezzati e
rinati, ogni albero
nato da me e
ogni mia morte
io sono il seme che lotta divenendo
orma e memoria, divenendo fiato e furore

divenendo corpo
che finalmente recinterà
il niente che contiene, il nulla che aspetta
me per compiersi, la cui sostanza
ha una fondazione immortale
Nessun dio
nessun dio potrà
mai
potrà più
intervenire

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