Boris Pasternàk – Una poesia:  “Su un battello” (1915) commento di Angelo Maria Ripellino e nota di Antonio Sagredo

Pasternak

 

  

 

 

 

 

 

 

 

Boris Pasternàk, 1915                                                                                                                                               

Era il gelo del mattino. Contraeva le mascelle,
e il fruscio delle foglie era come un delirio.
Più azzurra del piumaggio di un’anatra
dietro la Káma luccicava l’alba.

Il dispensiere acciottolava i piatti.
Un garzone sbadigliava, contando le oliere.
Nel fiume, all’altezza di un candeliere,
brulicavano in frotta le lucciole.

Penzolavano in un filo sfavillante
dalle vie lungo il fiume. Scoccarono le tre.
Il garzone con una salvietta cercava di scrostare
la stearina che sgocciolava sul bronzo.

Come una canuta diceria che strisciava da antichi tempi,
come una notturna canzone di gesta dei giunchi,
sotto Perm, sulla brezza nelle veloci perline
dell’increspatura dei lampioni, la Káma andava.

Affogando dalle onde, ad un pelo
dal sommergersi, dietro le navi
si tuffava e nuotava come un lucignolo
nel lumino delle acque fluviali – una stella.
Sul battello c’era odore di cibo
e di vernice e di biacca di zinco.
Per la Káma il crepuscolo navigava con ciò che aveva origliato,
non lasciandosi scappare nemmeno uno spruzzo, nuotava.

Tenendo in mano un boccale, voi con le pupille
strette, seguivate il gioco
degli errori di lingua libratisi a cena,
ma non vi attraeva il loro sciame.

Voi invitavate l’interlocutore alle storie,
all’onda dei giorni trascorsi prima di voi,
per naufragare in essa con l’ultimo
stillicidio delle ultime gocce.

Era il gelo del mattino. Contraeva le mascelle,
e il fruscio delle foglie era come un delirio.
Più azzurra del piumaggio di un’anatra,
dietro la Káma luccicava l’alba.

E il mattino avanzava in un bagno di sangue,
come nafta dell’aurora traboccata,
per spegnere i becchi del gas nel quadrato
ed i lampioni della città.

(trad. di A. M. Ripellino – dal corso del 1972-73)

Angelo Maria RipellinoRipellino-Bosco

n. 214)

È l’ultima strofa che costituisce la forzatura di tutto: tutto va navigando appena, appena svegliandosi lentamente, con lento lavoro del garzone che non si sveglia, coi brividi che vengono la mattina sulla nave. E poi c’è questo chiacchiericcio inutile delle vecchie storie, delle gesta dei giunchi; le cose inutili e incongrue che si dicono al mattino, quando si cerca di ringranare le macchine. D’improvviso poi dopo una ripetizione del gelo mattinale: il mattino arriva con violenza, e spegne tutto[214]. Una poesia estremamente mimetica, piena di folgori… d’anatre… d’albe, e con una cinematografica capacità di passaggi minuziosissimi, di tutti i gradi in cui si svolge un albeggiare, e dei riflessi che esso dà sulla psicologia, sull’atteggiamento e sul moto delle cose e degli uomini. Il verso, per esempio, della brezza e delle rapide perline dell’increspatura dei fanali è senz’altro geniale. (A.M. Ripellino)

*

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

[214] Si riconosce  l’influenza di Chlebnikov solo nei primi due versi della quarta quartina, la quale Ripellino, giustamente ritiene geniale. È un’altra straordinaria poesia specie per le fulminanti associazioni, quasi uno spreco ad ogni strofa, si ha timore perciò che il poeta non ce la faccia fino all’ultimo verso a tenere la stessa tensione; è quasi stremato dalle similitudini che dal battello si dipartono verso le rive e ritornano dagli spazi arancioni dell’orizzonte, ma d’un tratto, come per un colpo di coda, si riprende ripetendo la prima quartina, come per darsi lo slancio prima di tagliare il traguardo:  una sorta di sprint finale; e ciò gli è necessario per concludere la poesia con l’ultima quartina che è un inno al leuco, all’accensione del giorno (il primo verso) che col sangue del mattino – la nafta arrossata  dall’aurora sanguinante – spegne  i becchi del gas del battello e i lontani lampioni della città. Il verso “E il mattino avanzava in un bagno di sangue” di ascendenza tipicamente impressionista, quanto è  simile a un verso del poeta ceco-moravo Otokar Březina:” sangue,/è un oriente assolato, dove nel fuoco si bagna rinvigorito il giorno”; così scrivevo nella mia tesi  di laurea: Otokar Brezina : profilo critico del 1974-75  (pgg.144 e 234): “Spesso nei versi di Březina… i tramonti e i crepuscoli, le aurore e le albe e i mattini sono come ventagli variopinti, cangianti a secondo dell’umore del poeta; ma che succeda il contrario è nell’ordine delle idee del poeta. L’alba e il mattino sono quasi sempre tinti del rosso di un /dal fluido/ sangue [mi sovviene qui un verso impressionista del primo Pasternàk: ”avanzava il mattino in un bagno di sangue”]. — Sono talvolta similari le impressioni dei due poeti, per non dire della natura domestica: poesia da camera, insomma “casalinga”: luogo di creazione poetica preferito da entrambi [ma Březina volge il suo sguardo mistico al Dio-Universo; il russo alla sua riflessione interna, una sorta di implosione del/nel privato più intimo, e da qui alla storia/universo fuori che si svolge].Sottolineo che nelle vicinanze del fiume Kama, a Elaguba, si tolse la vita la disperatissima Marina Cvetaeva, nel 1941. //// Ripellino sembra correggere una prima versione edita del 1° verso della quarta strofa, là dove al posto di “vetusta diceria”, nel Corso è tradotto “canuta diceria”: il che mi pare più esatto. Per quadrato s’intende il quadrato del battello.

(Antonio Sagredo)

10 commenti

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10 risposte a “Boris Pasternàk – Una poesia:  “Su un battello” (1915) commento di Angelo Maria Ripellino e nota di Antonio Sagredo

  1. Francesca Tuscano

    Bellissima la traduzione di Ripellino (ma come potrebbe essere il contrario?), bella e giusta la sua riflessione (ma è addirittura offensivo dirlo) e anche quella di Sagredo (un buon allievo, direi! – scherzando, aggiungo, ma non troppo…). Io aggiungerei che in questo primo Pasternak trovo molto del Chlebnikov simbolista (il fiume, gli animali acquatici, la luce sull’acqua, e la quotidianità, infine, che l’acqua ingloba e trasforma – il correre del byt, nobilitato, in qualche modo, dal correre del fiume), tanto quanto (come già notato innanzitutto da Ripellino, in Italia, o da Jakobson) in Majakovskij si trova molto del Chlebnikov futurista. Dallo studio di questi giganti (come anche del Tarkovskij proposto qui, da poco) si potrebbe capire molto del come, ma soprattutto del perché scrivere poesia (cosa che Ripellino capì come pochi, in quanto traduttore, critico e poeta).

    • Steven Grieco

      “Si potrebbe capire molto del come, ma soprattutto del perché scrivere poesia…” è una frase davvero interessante, ma avrebbe bisogno di essere commentata e ragionata da F. Tuscano. Altrimenti rimane lì, un po’ come un busto senza la testa.

      • Francesca Tuscano

        Non riesco ad argomentare più di tanto in un blog. Non è il luogo nel quale mi piace esprimermi, a metà, com’è, tra il parlare e lo scrivere. Per questo intervengo raramente e in modo il più possibile sintetico. Naturalmente, argomentare quanto ho scritto a proposito dei grandissimi poeti russi (e non torno sulla questione della polemica che poi è nata intorno a Tarkovskij – che, se si legge bene, non ho messo al livello di Chlebnikov, Majakovskij e Pasternak; lui stesso non ci si sarebbe messo… – ma che è importante per la coerenza che dimostrò al suo “mandato”), insomma argomentare richiederebbe più spazio e tempo. Quindi, proverò a mettere qualcosa sopra al busto, anche se non dovesse necessariamente risultare una testa.
        Lo studio della grande poesia russa che si colloca a cavallo dell’Ottobre e che continua brevemente anche dopo, potrebbe assurgere, secondo me, a paradigma di ciò che dovrebbe essere poesia (paradigma che non allargherei alla generazione successiva; sinceramente, nessuno dei poeti che Ripellino scelse per la sua antologia dei nuovi poeti sovietici è all’altezza dei giganti precedenti – Blok, Chlebnikov, Esenin, Majakovskij, Pasternak, Cvetaeva, Achmatova, Mandel’štam…; e, per i miei gusti, alcuni sono anche di livello inferiore a Tarkovskij). In questi autori la tensione estrema tra musica e immagine giunge a livelli tali di coerenza da dare alla loro poesia il tono ermeneutico-profetico che la poesia vera dovrebbe possedere (non intendo profetico in senso misticheggiante, ma nel senso della capacità di leggere la storia in una prospettiva, come ha detto Bachtin a proposito di Dante, “verticale”). La forma, dunque, propria della poesia (il “come”), in questi poeti ha assunto una tale coerenza con la necessità del poeta di leggere la storia (prima ancora di testimoniarla: il “perché” della poesia, secondo me – e va detto che nella storia c’è innanzitutto l’esistenza, propria e altrui, l’amore majakovskiano), da renderli per l’appunto paradigmatici.
        Non credo con ciò di aver ricomposto il busto. Ci ho solo provato. Ma leggendo quanto i Formalisti scrissero a proposito dei “loro” poeti, si potrebbe costruire un’intera statua… (naturalmente, le mie sono battute; l’altra cosa che mi allontana dai blog è la mancanza di cortesia che troppo spesso vi si manifesta, là dove sarebbe ben più importante discutere che insultare)

  2. marcello mariani

    Chlebnikov simbolista? A modo suo, ma non perchè era del movimento/corrente simbolista russo: il simbolismo: nè della prima né della seconda generzione.
    “in Majakovskij si trova molto del Chlebnikov futurista” : ma questo è ovvio, poi che Chlebnikov era come il padre dei futuristi russi, e poi per stessa ammissione di Majakovskij, Pasternak (che più tardi invano negherà la paternità), e gli altri futuristi, e di tutta la critica formalista! Quanto a
    A. Tarkovskij, questo minore – un gigante?-, non gli darei molta importanza ( se mai il figlio è stato un grande regista), e poi Ripellino non lo nomina mai. E poi c’era poco da capire: era del tutto naturale.
    m. m.

  3. Francesca Tuscano

    Chlebnikov fu un serio lettore dei simbolisti (a partire da Sologub) e nel 1908 inviò, non a caso, le sue poesie a V. Ivanov. Nel periodo (per quanto breve) che va dal 1908 al 1909, partecipò direttamente alle serate di poesia organizzate dal circolo simbolista di Pietroburgo, e grazie al suo incontro con i simbolisti nacque l’interesse per il mito. Non bisogna appartenere ad una corrente poetica in modo “militante” per esserle vicini – anche questa è un’ovvietà.
    Il futurismo di Chlebnikov può risultare persino incomprensibile, per certi temi e certe innovazioni linguistiche, se non si pensa alla sua formazione legata al simbolismo (che, tra l’altro, è stata la corrente a cui tutti i poeti della generazione di Pasternak e Majakovskij hanno guardato come al punto d’inizio della nuova grande poesia russa – non a caso, accanto a Chlebnikov, loro padre fu Blok; ma anche questa è un’ovvietà).
    Quanto a Tarkovskij, è stato un grande poeta, senza dubbio – non è stato solo il padre di Andrej. Certo, non ho detto che è stato un gigante (con quel termine ho individuato Majakovskij, Chlebnikov e Pasternak). Il fatto che Ripellino non l’abbia inserito nell’antologia della nuova poesia russa (che è del 1961) potrebbe dipendere dal fatto che la prima raccolta di Tarkovskij edita è del 1962. In ogni caso, ci sarebbe comunque da indagare su eventuali conoscenze tra i due. E, in conclusione – forse proprio quello che ci sembra naturale andrebbe capito.

  4. Come ha ben chiarito il puntuale commento di Francesca Tuscano, Arsenij Tarkovskij pubblica le prime poesie nel 1962 mentre l’antologia della poesia russa di Ripellino è del 1961, è possibile, anzi, probabile che Ripellino non abbia avuto contezza dell’esistenza di questo grande poeta. Quanto al “minore” riferito ad Arsenij Tarkovskij io ci andrei con molto riguardo, certo, davanti alla triade Majakovskij, Chlebnikov e Pasternak, qualunque altro poeta risulterebbe minore, fatto è che Tarkovskij porta la poesia russa ancora in avanti, prolunga la grande stagione della poesia russa degli anni Dieci e Venti in direzione della Nostalghia, verso una poesia semplice e umile, di attenzione agli aspetti minimi dell’esistenza umana ma con una grande apertura verso i temi dell’immortalità, della natura, dell’esilio del poeta nella sua stessa terra, con accenti di una mirabile semplicità e autenticità.

  5. marcello mariani

    No, caro Giorgio L., l’antologia è del 1954 – Guanda editore! Tarkovskij non prolunga un bel niente! E la nostalgia lascegliela la figlio! Chleb…Non era un simbolista: non ne aveva la musicalià e la languidezza, la diafaneria ecc. e nemmeno il suo pensiero era simbolista: non cianciate a caso… Ivanov, lo so che ricevette le poesie, ma non le comprese, come la Zinaida G. non comprese Mandel’stam che poi era più vicino di Chlebnikov ai simbolisti…
    e allora Rip. non lo ha inserito perché semplicemente non lo interessava: ne parlammo alcune volte; che Chlebnikov abbia preso qualcosa dai simbolisti è evidente come è evidente che i futuristi russi erano molto vicino ai poeti maledetti francesi – Marinettii che traduce Mallarmè non è simbolista! basta così e non mi va di discutere ancora!
    M. M.

    • Dunque, come lei scrive l’Antologia di Ripellino è del 1954 (Guanda editore). Se lei legge bene le notizie biobibliografiche inserite nel post prima delle poesie, si accorgerà che il primo libro pubblicato da Tarkovskj è datato 1962. Per facilità di lettura dei lettori, riepilogo qui di seguito le notizie:

      «Nel ’46 viene rifiutata l’edizione del suo primo libro in quanto i suoi versi vengono ritenuti ‘nocivi e pericolosi’. Solo nel ’62 esce il primo volume di poesie:Neve imminente, cui seguiranno nel ’66 Alla terra ciò che è terreno, nel ’69 Il messaggero, nel ’74 Poesie, nel ’78 Le montagne incantate, nel 1980 Giornata d’inverno, nel 1982 Opere scelte. Poesie. Poemi. Traduzioni. (1929-1979), nel 1983 Poesie di vari anni. Nel 1989 muore»

      Dunque, Ripellino non poteva conoscere le poesie di Tarkovskij perché nel 1954 Tarkovskij non aveva pubblicato nulla. E quindi è ovvio che non poteva inserirlo nella sua antologia.

      Poi, se lei trova le poesie di Tarkovskij di livello basso, questo è una sua valutazione, legittima, ma che non coincide con la mia. Tutto qui. Per me Tarkovskij è un grande poeta, degno di essere tradotto in italiano e fatto conoscere. E lei è libero di restare fedele alle sue valutazioni.

  6. Francesca Tuscano

    Io facevo riferimento all’Antologia “Nuovi poeti sovietici” (Einaudi, 1961, quarta edizione) perché la più vicina alla prima apparizione pubblica di Tarkovskij, che, comunque, è dell’anno successivo. Ma se Lei ne ha parlato con Ripellino, e ci dice che a Ripellino Tarkovskij non interessava, perché non crederLe? Ciò non toglie che anche poeti che non piacevano a Ripellino (o non gli interessavano) possono essere dei grandi poeti. Quanto al simbolismo in Chlebnikov – sto traducendo proprio in questo periodo un poemetto ancora non tradotto in italiano che ha tutte le caratteristiche del simbolismo russo, che, mi permetta, ha poco a che fare con “languidezza … diafaneria ” (la musicalità è propria della poesia russa in sè) – basti pensare alla poesia di Blok. E nell’ideologia di Chlebnikov (dai miti asiatici, al culto della Bellezza) c’è molto del Simbolismo russo (e sottolineo russo). Ma anche a me non piace polemizzare. Tuttavia, prima di dire agli altri che “cianciano a caso”, bisognerebbe conoscerli. Magari, ho studiato inutilmente il russo e la sua cultura per trent’anni (e partendo proprio dagli studi di Ripellino, peraltro fondamentali proprio per capire il passaggio dal simbolismo al futurismo), perché il mio unico neurone non mi aiuta più di tanto, ma ho ragione di dubitare che anche Lei non sia l’unico conoscitore della cultura russa del Novecento…

  7. Antonio Sagredo mi fa notare (io non ne ero a conoscenza) che quanto riferito da Marcello Mariani, che cioè Ripellino conoscesse le prime poesie di Arsenij Tarkovskij fin dal 1946, corrisponde al vero, e che scelse di non inserirlo nella sua Antologia della poesia sovietica pubblicata poi da Guanda nel 1954.
    Non metto in dubbio questi dettagli, ovvio. quello che io affermo è che Arsenij Tarkovskij è comunque un poeta di alto profilo che vale la pena di essere letto e apprezzato da un lettore italiano.
    Pertanto, ben vengano nuove traduzioni come questa di Donata De Bartolomeo delle poesie di Tarkovskij.

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