Renzo Paris IL FUMO BIANCO Poesie (1990-2012) letto da Giorgio Linguaglossa

Renzo Paris IL FUMO BIANCO Poesie (1990-2012) Elliot, 2013, pp. 136 € 17,50

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Poesie da «diario», «diario di viaggio» lungo più di quattro lustri che si snoda nel racconto di vicende né illustri né esemplari né paradigmatiche, ma intime, private. Un «diario» di vicende private aperte al pubblico, anzi, offerte alla pubblica curiosità, come una laica offerta votiva, un’ara di piccoli e perdonabili vizi privati e nessunissima pubblica virtù. Piccoli amori, piccole passioni per giovinette rumene e italiche, per signore della buona media borghesia, poesie in memoria della mamma, cadenza pascoliana, lessico post-moderno desublimato (di una realtà già in sé desublimata), vestito con un abito largo e comodo: la terzina pascoliana (non rimata ma ritmata) ripresa da Pasolini de Le ceneri di Gramsci (1956) dismessa cento volte e cento volte reindossata da epigoni (non della terzina ma del Pascoli) letterati illustri e meno. Un teatro della Roma «bene» o «quasi bene» situato tra piazza di Spagna e Villa Borghese, tra quartieri piccolo borghesi e meno borghesi, lì dove un tempo c’era la buona borghesia romana che adesso non c’è più, la piccola borghesia che adesso non c’è più, una inflessione elegiaca di un’elegia che oggi non è più possibile, come dismessa, abbandonata dal nuovo Ceto Medio telematico ed informatico che va di moda dichiarare «liquido» ma che liquido non è affatto, tanto bada agli affari propri e alle credenziali dei titoli di borsa sui quali specula e ingrassa. Dunque, si diceva della buona borghesia, quella romana, quella del finto golpe Borghese finito in operetta, quella delle stragi di Stato, quella della buona vecchia Democrazia cristiana (l’ossimoro di una democrazia fondata sul fatto di essere cristiani!) e PCI, quella della cultura tra Pascoli e Gozzano, magari corretta con una infiltrazione di aminoacidi del Moderno, così tanto per desublimarne la connotazione ormai non più presentabile («amavo la dittatura del proletariato… mia moglie è una femminista brizzolata / che sputava su Hegel, a suo dire superato»).

Quell’assetto delle classi sociali sul cui equilibrio si era costruito lo stile pascoliano gozzaniano, saltato il periodo del cosiddetto infortunio del ventennio fascista, si ripresenta, oggi, in termini di disequilibrio e dismetrie reddituali, opportunamente desublimato e disarcionato, in queste terzine (irregolari e dissestate come dal tempo, dalle intemperie e dagli anni trascorsi) che tentano di ripristinare in auge la malinconia di un mondo decaduto e derubricato in anticaglie per numismatici.

C’è come un assetto dello stile che mima e cita un altro stile, e questo è la continuità dello stile, quello stigma che un poeta intelligente non può evitare. Renzo Paris non si rifiuta allo stile, non si adopera per un riformismo moderato dello stile ma riposiziona lo stile di Totò Merumeni nell’italietta desublimata e decotta della crisi interminabile di questi due ultimi decenni. La poesia di questo «diario di viaggio» ci racconta appunto la «crisi» dal punto di vista di un intellettuale turista (ex ’68) di Roma, questa città eterna che durerà e sopravvivrà alla crisi, come è sopravvissuta al sacco ad opera dei Goti di Alarico nel 410 e a quello dei Lanzichenecchi del 1530.  (Giorgio Linguaglossa)

 renzo paris roma

 

 

 

 

 

Un Amleto formato mignon

 

Sono un Amleto formato mignon
non c’è tragedia nella mia vita.
Mio padre è morto senza essere

vendicato. L’ho avvisato, è inutile
che la tua ombra mi attraversi, troppo
tardi. Ofelia comunque non si è

uccisa per puro miracolo e non è vero
che io non l’ho amata. Solo che lei è
sempre stata una masturbatrice

accanita. Mia madre vive con la badante
ucraina giovane giovane e come s’imbelletta
prima di uscire con lei, neanche dovesse

correre al ballo delle debuttanti, invitata
a una festa lungo il viale. Sono un Amleto
invecchiato, sfigurato. Che diranno di me

i vermi nella tomba se sono dimagrito fino
all’osso, se voglio diventare trasparente,
se la mia anima risplenderà come un’ostia

d’oro. Sono un Amleto formato mignon,
non c’è tragedia nella mia vita ma neanche
posso dire di aver conosciuto la felicità.

Ho fatto tutto in ritardo e se una donna
consola la mia senilità quella non è certo
il ricordo di Ofelia, quando lei chiedeva

scarmigliata l’elemosina alle porte di
Amsterdam, incrostata di insetti,
innamorata del suo cane con un piercing

sulla sua lingua biforcuta. Sono a mio agio
nei fallimenti. Non sono niente, al dunque,
niente.

renzo paris in bianco e nero

 

 

 

 

 

Non sono né giovane né vecchio

Non sono né giovane né vecchio
ed è come se sognassi, in un meriggio
di sbronze, entrambe le età. Eppure

sono vecchio. In una nicchia dorata
l’autunno cede il passo all’inverno,
coperto di tenebre e sonno.

La parola perdono che senso ha
per me, inetto, senza alcun progetto?
Il sesso, il potere, mi fanno difetto.

Eppure sono giovane, mi batte il petto.
Mille voci mi rimescolano il sangue.
Al mattino mi alzo sempre più presto.

Non sono né giovane né vecchio, sogno
come un demente, queste due età infinite,
immerso nel secchio dl vino delle aurore,

in un tempo bambino. Sono vecchio, sono
vecchio, eccomi pronto per le sterminate
eternità

renzo paris viso

 

Dark lady

 

Ti ho atteso due ore in piedi
nei corridoi ventosi della stazione,
tra muri eritrei e regali senegalesi,

vestite con gli scarti delle signore
romane. Sei ancora tu la mia dark
lady, mi son detto, mentre mi

venivi incontro con quel vestito nero,
da islamica del sud. Mi hai subito
preso sottobraccio, raccontandomi

a modo tuo di incroci di metropolitane,
di un confuso tragitto della mente,
di quello che ti ha spinto, madre, a riabbracciarmi

Renzo Paris-Elliot

 

 

 

 

 

 

Bambolotto di pezza

a Massimo Cacciari
che vuole uccidere il padre

Senza involucro né barbaglio
alla fine ho chiesto a mio figlio,
che avrà diciotto anni nel duemila:

“Ma il comunismo per te che cos’è?”.
“In senso spiritoso” mi ha risposto
“è un cane che vive dentro un prisma”.

“E nell’altro senso?” ho chiesto “nell’altro senso?”.
“Questo solo posso dirti, i comunisti sono
signori che ubbidiscono al Comune.

Sei contento?

Cogito a Roma

 

 

 

 

 

 

Sparla

In presenza del marito Alice
sparla di me e quello sciocco,
ringalluzzito, felice. Non

capisce che se ancora mugugna
sul mio conto, arde e straparla,
Alice è innamorata. Non ho lasciato

Cinzia per lei, è vero, ma mi vuole ancora,
sia pure nel ricordo. Demente,
non le sono indifferente!

le gambe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pelo una patata

 

Non menar vanto con le amiche
d’un poeta brizzolato che hai
condotto alla follia. Non di te

era innamorato ma della tua ombra.
Tutto solo ora si pela una patata,
si cucina un’antica minestra,

speziata, guardando una mosca morta
da tempo sul lavello trascurato.

 

Laura Antonelli in Malizia

Laura Antonelli in Malizia

Il divanetto leopardato

 

Un divano si muove leggero
come una bolla sul mio capo.
Vi è disegnata una limpida donna

leopardo che carezza un ragazzo.
Ora scende sul pavimento
davanti alla finestra. Ha braccetti di legno

dorato. Le macchie del leopardo sono
un po’ scolorite, due gobbe appena accennate
ai lati, dove sedevano i signori della casa

dopo l’amore, ammirando le cineserie
dell’armadio difronte. io ricordo una lontana
estate, una tenda rossa mossa dal vento,

un letto d’angolo e una donna che non
si saziava mai dei miei baci. Nudi eravamo
e senza sospetto. Sudato e stanco leggevo

una poesia di Gozzano, forse troppo lunga
se Alice si alzò a gambe larghe davanti alla
tenda rossa. Il suo corpo rifulgeva più

dei versi accorati. In quella casa trascurata
che odorava di mele appassite, si sentivano
le grida dei gabbiani. Dischiudevi le gambe

sul divanetto leopardato, sicura della tua vittoria
sulla poesia. Venni strisciando in ginocchio a
rimirarti. Il divano cigolò ritmando

il nostro amore. Altro non dato alla poesia che
un leggero sussurro. Eccola la bolla luminosa,
la vedo alzarsi lenta, ora, polverosa

e volare dalla finestra, scoppiando
nell’azzurro del cielo.

 

 

 

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