Valentino Campo LA QUARTA GUERRA SANNITICA (poemetto) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Valentino Campo è nato e vive a Campobasso. Ha pubblicato L’arte di scavare pozzi, LietoColle, 2010. Ha fondato e diretto insieme a Luigi Fabio Mastropietro la rivista “AltroVerso”. Di prossima pubblicazione il poemetto “Chronicon”, il cui primo libro è stato pubblicato nell’antologia “Il rumore delle parole (Poeti del Sud)”  EdiLet di Roma, 2015 a cura di Giorgio Linguaglossa.

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Valentino Campo è nato e vive a Campobasso. Ha pubblicato L’arte di scavare pozzi LietoColle, 2010. Di prossima pubblicazione il poemetto  Chronicon, che sarà pubblicato nell’antologia dei Poesia del Sud che uscirà per i tipi di EdiLet di Roma a cura di Giorgio Linguaglossa.

Commento di Giorgio Linguaglossa

La «generazione degli anni Dieci», quegli autori che hanno pubblicato i libri significativi in questo scorcio del nuovo millennio, è una generazione particolarmente sfortunata. Direi per due ordini di motivi: 1) perché costretta a vivere in una zona di «invisibilità» (determinata dalla assenza di qualsiasi filtro critico e di confronto intellettuale); 2) dal «solipsismo stilistico», una sorta di solitudine stilistica (dove ciascuno mette in campo quello che può: una «ricerca privata» dello stile). È accaduto che nel corso degli anni Novanta del secolo scorso abbiamo assistito al verificarsi di due eventi: l’esaurimento della cultura dello sperimentalismo e la globalizzazione delle merci linguistiche, fenomeno quest’ultimo legato alla massiccia invasione dei linguaggi artistici da parte dei linguaggi mediatici. Senza tenere di conto questo quadro storico e concettuale, ogni tentativo di fare una critica della poesia contemporanea rischierebbe di diventare un atto gratuito, un atto meramente privatistico, insomma, un atto di delibazione privo di cognizione storico-critica. Accade così che la nuova generazione si trova ad essere in una posizione, ad un tempo, trasversale e scentrata, derubricata (rispetto alla tradizione novecentesca), minoritaria (rispetto alla invasione dei linguaggi mediatici), con un linguaggio poetico ereditato inutilizzabile (rispetto agli istituti stilistici novecenteschi). In questa nuova situazione operativa, anche un poeta di acuta intelligenza come il molisano Valentino Campo è costretto ad accusare il colpo. Accade così che le colpe dei padri e dei nonni ricadano non sui figli ma sui nipoti. Accade che oggi, ai poeti della «generazione degli anni Dieci», è praticamente impossibile ritagliarsi (o riallacciarsi a) una «linea centrale» del novecento, per la semplice ragione che non c’è più una «linea centrale» del novecento (se mai c’è stata): non quella che fa capo a Saba-Sbarbaro-il-crepuscolarismo, non quella che fa capo a un Palazzeschi con la marionettizzazione della iconologia borghese (ridotta ad una sub-specie: la linea ironico-ludica); non un anticrepuscolarismo fondato sul «quotidiano» de-poeticizzato e de-quotidianizzato, come avviene nelle esperienze epigoniche dello sperimentalismo; non un «quotidiano» disartizzato ed emulsionato, come avviene negli esponenti epigonici degli esistenzialisti milanesi; non un «quotidiano» ridotto a mausoleo-ipermercato del mondo mediatico, come avviene per i minimalisti di area romana; non un nuovo orfismo, ormai depauperato e saccheggiato dai tardivi seguaci della religione della «Bellezza», non tardive  e acritiche riesumazioni delle poetiche mitopoietiche.

roma lupa capitolinaDi colpo, si scopre che quello che resta di tutto questo cumulo di macerie fumanti è che siamo entrati, senza rendercene conto, nell’epoca della post-poesia. Di qui parte una poesia lirica dopo l’età della lirica (si apre il problema della modernizzazione del discorso poetico). Una situazione oggettivamente antinomica e paradossale. Così, la nuova «generazione degli anni Dieci» taglia via dal proprio albero gentilizio lo sperimentalismo novecentesco, l’orfismo, il post-sperimentalismo, il post-ermetismo, la «poesia degli oggetti», la poesia del «quotidiano», la poesia mitopoietica per riprendere dal punto in cui la poesia italiana del secondo novecento si era incagliata e arenata: dalla crisi della lirica degli anni ottanta-novanta, che aveva visto lo sviluppo abnorme di linguaggi idiomatici: il «parlato», il «quasi-parlato» che mimava il linguaggio piccolo-borghese, insomma, una koiné media e mediatizzata che imitava gli stilemi del linguaggio della piccola borghesia in fase di lenta e progressiva ascesa sociale in un quadro politico-partitico conservatore. Durante gli ultimi due decenni del novecento era diventato prioritario, man mano che si profilava e si faceva incombente un periodo di lunga stagnazione economica, dal punto di vista della piccola borghesia e dei suoi rappresentanti stilistici, indirizzare tutti gli sforzi verso la conservazione ad oltranza degli istituti stilistici tardo novecenteschi. Senonché quel «traliccio poetico» sul quale gli istituti stilistici egemoni degli ultimi decenni del novecento avevano fondato la propria legittimità e centralità, appare, nel nuovo contesto degli anni Dieci, colpito nella propria centralità strategica e nelle proprie capacità di autoconservazione. È la crisi stilistica e di egemonia degli istituti stilistici pregressi che si delinea con una autoevidenza assoluta.

Avviene così che una tranche della «generazione degli anni Dieci» tenta la rifondazione del discorso lirico puntando sulla oralità del monologo da teatro, eminentemente orale, oppure un discorso sulla soglia subliminale della coscienza, etc. evitando in questo modo di pagare alcun dazio alla riforma gradualistica del linguaggio poetico iniziata da Sereni con Gli strumenti umani (1965) e da Giovanni Giudici con La vita in versi (1965). Di fatto, nella «generazione degli anni Dieci» si assiste ad una presa di distanza, ad una estraneità nei confronti di una riforma che intendeva  introdurre surrettiziamente un genere di «scrittura» poetica paradigmatica. Quello che viene abbandonato e disconosciuto è il concetto feticizzato del «quotidiano» e l’adozione del linguaggio piccolo-borghese.

Capita così che in un autore significativo della nuova generazione come Valentino Campo si rinvenga il contrario di un linguaggio piccolo-borghese, un quotidiano de-quotidianizzato e de-poeticizzato, un contesto ambientale straniato e irriconoscibile, un «quadro» vulnerato e incidentato, con una versificazione che slitta a sintagmi e a spezzoni, sulla misura del frammento o del microframmento, come se la zattera significazionista fosse stata crivellata dai colpi delle scritture desultorie appoggiate su ciò che nel novecento veniva indicato come significante di un significato sfuggente ed elusivo. Da una parte, la normativizzazione delle poetiche del «quotidiano», dall’altra, la defondamentalizzazione delle post-avanguardie tardo novecentesche, hanno lasciato in eredità alla «generazione degli anni Dieci» un territorio linguistico contaminato ed inquinato, isotopi ed ipnotopi, idioletti «privati» e idioletti distopici, prodotti anch’essi della alluvione dei linguaggi mediatici della globalizzazione economica e della normativizzazione ideologica. Così, a Valentino Campo non resta altro che ripartire dalla «Quarta guerra sannitica» (quella che non è stata mai combattuta, la strenua resistenza opposta dai sanniti alla omologazione culturale ed ideologica dei «romani»); oppure dalle «Epifanie private», (quelle epifanie che si aprono come lacerazioni nel tessuto del «quotidiano» decontestualizzandolo); attraverso una severa scrittura  che procede per straniamento e dis-locamento del discorso poetico in una procedura che obbliga il poeta a transitare in un sentiero altamente problematico e stilisticamente «instabile». Un cammino olistico e un solipsismo stilistico tipico della globalizzazione e della sopraggiunta stagnazione, quasi che nell’epoca del digitale terrestre, degli aviogetti invisibili e dei treni superveloci non fosse possibile, per i poeti, che procedere con le stampelle e i lapsus di un linguaggio deturpato e denaturato, conservato in frigorifero, e sbrinato improvvisamente per una interruzione di energia elettrica.

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La quarta guerra sannitica

Vi scrivo da una zattera di pietra.
Ho inciso ogni tronco con la testa
del giavellotto,
unto di sterco il mio volto.
Cosa ci faccio
in questa selva di vetro?
I romani dove sono?
Non li vedo.
Non so la rotta
la mia e di questo scoglio,
non cerco indizi in alto, tra le foglie.
Affilo punte di selce
preparo il rancio,
passo in rassegna ombre
poi scavo,
ancora,
dove la terra cede
per farsi malta scura,
sprofondo fino al mento
e già le sento, le voci,
le loro,
chiedere perdono,
franare in questo fosso.

Roma_legionari in marcia

……………………………..
……………………………..
Sono giunti alla mia tana
anche stanotte i cani,
una dozzina,
ho perso il conto,
ho tagliato il fiume a nuoto,
arato il greto di sterpaglie,
una ninfa delle acque dormiva
l’altra cenava dai romani.
Il Biferno non è un fiume
e i romani lo sanno bene,
vogliono braccarmi da vicino,
murare l’antro del mio inferno,
gli hanno staccato la spina,
tolto il respiratore,
dicono che nel giro d’un anno
il nemico sarà curato,
la guerra non esiste
per chi ignora quando si muore.

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…………………………………..
………………………………….
Le ho impresse a fuoco
tutte le guerre,
a ritroso,
da questa che è la quarta
fino al taglio della cima.
Sciamano i volti,
i tamburi, il maglio,
l’eco è divenuta il mio riparo,
il sebo che mi sfama.
Si fanno avanti con le spade,
li sento ancora come da principio,
nulla è mutato,
la selva tace,
il merlo fa la ronda,
incide sopra un sasso
l’orlo delle ombre,
poi sono io che rendo i nomi
all’iride del tasso.
……………………………………
……………………………………
Così come è stato.
Il padre di mio padre,
il padre, vigilia
di mia madre, scroto.
Sia figlio di mio figlio, il padre
ed io semenza di mio figlio, fiato.

Io sono il bue,
mi dicono sacro
agli dei degli inferi, a questa lama,
alla fenditura
del cielo che s’assottiglia e che dirada.
Il bue inghiotte fili, impregna l’aria
di là dal campo dove i romani
con croci e spini celano gli altari.
La selva cuce cielo e strame,
il bue si ferma, segna
la strada ai piedi di un cerro
dove la terra s’apre.
I romani mi hanno già pesato,
un asse a chilo, carne da macello,
non getteranno nulla,
la lingua sarà lessata
il sangue bevuto a grumi.
Il bue richiama a gorghi d’aria
ogni lichene,
ridesta il fiume, le larve sul fondale.
A fuoco lento giungono i romani,
la strada è questa,
m’ inghiotte il ventre della madre,
nel magma torno seme e filamento.

Io ero il bue
in un altro tempo o in altro luogo,
agli dei degli inferi rendevo
il sangue dei romani.
La sento la bestia,
a squilli, mi veste d’armi,
“il sangue va lavato col sangue
sul capo dei tuoi figli.”
Sa ancora come chiamarmi,
il nome, l’accento che mi desta
e mi fa cieco a questi rami
al loro ventre che la notte fecondo.
Spargo la placenta nel cavo riarso,
raccolgo erbe, recido code,
attendo l’alba.
Alla prima luce giunge Ovio, il druido,
gli uomini si vestono, prendono le spade,
i romani dicono che sono ombre,
e riempiono di piscio l’aria.
Ovio li raduna
appena tremano di luce,
incide ogni tronco con la selce
getta erbe nella linfa scura.
A quell’ora i romani dormono,
sento il respiro che scheggia la selva,
i corvi non hanno più ali,
il sangue sa di terra.

La notte smeriglia il fiato dei morti,
ci hanno dispersi,
faccio l’appello nel quadrato della tana
rimesto i volti.

I romani hanno caricato i muli
stanno per partire,
dicono che torneranno a primavera
quando la mia carne sarà pronta.
Io sconto l’esilio nella mia cella,
preparo la guerra
con la mia morte.

Valentino Campo

Valentino Campo

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2 commenti

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2 risposte a “Valentino Campo LA QUARTA GUERRA SANNITICA (poemetto) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. campovalentino

    Giorgio, ti ringrazio per l’attenzione concessami. Solo una doverosa precisazione. Altroverso, il quaderno di segni contemporanei che tu citi, ha come direttore editoriale Luigi Fabio Mastropietro. Senza di lui, senza il suo apporto di fine intellettuale la rivista non avrebbe corpo.

  2. Questo poemetto di Valentino Campo, contenuto nell’esile libretto “L’arte di scavare pozzi” (2010), è un esempio di come si possa fare poesia moderna, anzi, modernissima, mediante il traslato temporale e spaziale; parlare d’altro per parlare di oggi, cercare le radici dell’oggi andando a scovare le nostre radici nell’ieri l’altro, nel lontano passato, piuttosto che nel nostro presente prossimo. La poesia ha questo di entusiasmante: che si rifiuta ai luoghi troppo affollati, si rifiuta di rifocillarsi alle mense a buon mercato del triviale quotidiano che va di moda oggi. Non è che la poesia va per suo conto, è che essa non sta dove i nostri contemporanei pensano che essa si trovi: occorre scavare pozzi, molti pozzi, ma non dove la maggioranza crede che essa si trovi ma là dove nessuno pensa che essa risieda. Bisogna andarla a cercare lontano, molto lontano.. eppure vicinissimo a noi.

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