LA GRANDE BELLEZZA DI ROMA – SUL TEMA DI ZBIGNIEV HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniev Herbert, Giorgio Linguaglossa, Sandra Evangelisti, Francesco Tarantino, Marisa Papa Ruggiero  

02  Zbigniev Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
roma lupa capitolinaquando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

Roma_legionari in marciaGiorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Il generale Germanico scrive al suo comandante di Coorte Giulio Decimo

…mio amato Giulio Decimo, tu dici
che «non son sicuro di voler tornare
ma tornerò alla corte di Cesare,
domani o anche dopodomani».
Cosa vuoi che ti dica?, un tempo
sei stato un valoroso soldato,
il tuo generale era fiero di te,
vessillifero della centuria, ti ho visto in
cento battaglie sempre davanti ai manipoli,
forse sei stato inviso agli dèi ctonii
se mille frecce non ti hanno colpito
e cento spade si sono spezzate sul tuo scudo…
Tu mi dici che adesso pianti gli alberi
di ulivo sui declivi dei colli di Miromagnum
roma soldati romanie insegni ai bambini le poesie di Ennio
e dei neoteroi di Roma, e che sei
contento così, che il tuo animo
ha trovato la quiete che cercavi…
Lascia che io ti dica come tutto ciò è fallace amico mio

statua romana l'imperatore Claudio

statua romana l’imperatore Claudio

Cesare si pasce della nostra quiete,
lui è munifico e beffardo, sordido
e astuto, distribuisce frumento
alla plebe, sesterzi ai fedeli pretoriani
e spettacoli con i tori, i leoni e con curiosi
cavalli dal lungo collo che vengono dall’Africa,
le arene sono rosse per il sangue
dei gladiatori, i prezzi della Suburra
sono alla portata di tutte le tasche
e il regime è democratico, temperato;
ci danno ad intendere che il Principato
sia lo sbocco naturale del peripato…
Cinquanta inverni ci pesano sul volto
attraversato da spighe di grano maturo.
Ti chiedo: per quanto tempo ancora dovremo
Roma1 roma cesaretollerare questo Cesare di argilla?
Per quanto tempo ancora dovremo fingere
assenso alle sue magagne e inneggiarlo
con iperboli sottili e lambiccate?
Per quanto tempo, Giulio Decimo?
Già, dicono le folle che Cesare è magnanimo,
che alla corte di Cesare c’è posto,
che c’è sempre un posto al sole
per chi accetta di stare all’ombra.
«Appunto – dico io – per chi accetta di stare all’ombra».

 

Roma2

Giorgio Linguaglossa

Epistola. E tu Selene

E tu, Selene, non ne hai abbastanza del despota?
È un mestatore, suona la cetra
e gorgheggia i suoi orridi
versicoli Roma3
alla plebe che lo acclama poeta urbi et orbi,
è un Cesare di terracotta, non lo vedi?
Guardalo nel volto. Lì c’è scritto tutto.
È un rotolo aperto. Basta saper leggere.
Bilioso, acido, infingardo,
ti ha usato per il suo piacere fintanto che eri
giovane e bella e adesso
che non è più virile giace con Roma statua2i giovinetti
di Pergamo e di Ctesifonte come una spintria,
e di notte si aggira per il lupanare come
una nottola al flebile lume delle torce;
oh sì, paga bene il capitano delle guardie
per i suoi servigi,
quel tizio che profuma di sesterzi
sarà la sua rovina…

 

Spartacus: Gods of the Arena 2011;Gallery

roma donna acconciatura

 

 

 

 

 

 

Sandra Evangelisti

 

 

 

 

 

 

Sandra Evangelisti

Epistola
Da Selene (la schiava greca) al Console Germanico e a Giulio Decimo condottiero

Germanico, magnanimo console, che mi ha reso libera
e tu valoroso Giulio Decimo, suo condottiero,
che hai combattuto battaglie e superato prove
più aspre di questa, tanto che hai detto “noli me tangere”,
(tamquat non esses iam de hoc mundo),
proprio a Voi mi rivolgo.

Da schiava ho condiviso con voi il desco di Cesare, da odalisca ho danzato per lui
scatenando lussuria,
senza decoro gli ho concesso il favore dei sensi.
Ma adesso che, lontana, lo sento intonare il canto
al suono di un’arpa male accordata,
e darsi alla crapula senza ritegno,
mi accorgo di come i favori che gli accordavo fossero riposti in un uomo
non (ille mihi videtur) pari agli dei,
ma nemmeno al più umile pater familias dell’Urbe.
Magnanimo Console, e tu Giulio capo di intere centurie,
non cedete alle lusinghe di Cesare che appare privo del controllo
dei sensi e dell’arte, e in preda a manie di smisurata grandezza,
ma rimanete uniti al comando del vostro manipolo.

roma donna acconciatura 4roma donna acconciatura 1

 

 

 

 

 

 

 

Sarà forse il suo canto come quello di Nerone, che accese Roma,
per vedere ardere il più grande dei fuochi mai dati agli umani?
A che cosa porterà, mi chiedo, questa corsa?
Tu, Giulio Decimo, dici di volere rimanere a Miromagnum fra i neoteroi nella quiete,
e tu Germanico, non accetti di tornare per stare nell’ombra e abbassare gli occhi.

Io, Selene, la schiava, ora libera, grido a Voi dalla provincia del Foro di Livio e vi dico con le mani sporche di terra e di sangue:
non cedete a lusinghe infruttuose e alle smanie di essere l’Eletto ex toto orbe terrarum.
La sua brama di onori non ha fondamento.
I suoi occhi hanno perso il senso di ogni onesta misura.
Non vedete il pericolo che Cesare è diventato per sé e per gli altri?

So, che da valorosi guerrieri e generali di schiere,
il dolore per il suo male vi opprime.
Credete, opprime anche la serva Selene,
la Greca che lo cercava con labbra suadenti.
Duplice mi avete chiamata, perché ho cercato fino alla fine il suo senno,
scongiurando ogni divisione e l’uso di forza non motivato da giustizia,
ma Selene si dichiara sconfitta.

roma donna acconciatura 3Per devozione ho cosparso a Cesare il capo di olio
e acceso incensi e mirra,
ma alla luce delle sue azioni sono fiera di essere fuggita in provincia, dove il Proconsole mi ha reso libera.
E tu Germanico, e Giulio Decimo e Marco suo condottiero dovreste unirvi a coorte
lontano da lui, e dare vita a una Nuova Provincia
in cui si possa innalzare un libero canto
come quella di Elisabetta e Matteo il Veronese a Ferrara, non lontano da qui,
dove alla corte ariostea si cantano inni di nuova fattura
oppure unirvi al manipolo di Paolo Dei Figli di Rufo nella contea di Treviso.

Ti raggiungerò appena possibile, Germanico, magnanimo console,
ma ho paura di tornare a Roma, paura di essere messa ancora in catene.
Ovunque può arrivare la cupidigia di Cesare, io temo.
Valete, consoli,
et ad maiora

roma Esercito in battagliaroma cesare

 

 

 

 

francesco tarantino 1

 

 

 

 

Francesco Tarantino

Risposta di Giulio decimo a Germanico

No, mio generale, non tornerò!
Ero, forse, indeciso ma ora son certo.
E sono ferito per quel che dici:
¿Può la corte ridurti allo squallore?
¿Come può il mio generale dire:
“un tempo”, e che era fiero di me?
Non ti riconosco, fratello!
Le frecce spezzate sul mio scudo
non eran saette degli dei
ma il destinarmi ad un altro disegno:
erano proprio gli alberi d’ulivo
ma non sui declivi di Miromagnum
bensì in quel di Castrumlaino;
ed è vero che insegno ai bambini
poesia e arte della potatura:
– di sicuro non saranno banchieri –
ma Cesare farà loro pagare
lo stesso le tasse e gli altri balzelli
per gli antichi vizi di Roma
per le matrone e i senatori
per i protetti e i protettori
per quest’impero da rinsaldare
con altri lutti e altro dolore.
¿Eri fiero di me! E ora non più?
Dovresti, Germanico, esserlo adesso!
perché quello che sono l’ho imparato
dal tuo esempio e dalla tua onestà;
e non è possibile che ora
per andar dietro alle sottane
di un giovinetto biondo e bello
non capisci che Cesare si pasce
del tuo rimbambimento.
Non lo chiederesti a me, altrimenti!
“Per quanto tempo ancora tollerare
il Cesare d’argilla e i panciapieni
le arene, i leoni e i cavalli d’Africa”.
Io vivo la mia quiete e intravedo altro:
leoni e agnelli sdraiati sul prato
e lance ormai vomeri per la terra.
Vivi tu la passione che t’acceca
e non parlarmi più né di Cesare,
né delle sue puttane e dei suoi tori;
e se stanco di stare all’ombra
vorrai raggiungermi un giorno,
lo sai, non hai bisogno di scrivermi.

roma soldati romaniroma Il-Gladiatore

 

 

 

 

messalina

caligola_malcolm_mcdowell_tinto_brass_012_jpg_krik

Francesco Tarantino

Giulio Decimo alla libera Selene

per il suo ultimo atto d’amore
Mi opprime il cuore
leggerti affranta per Cesare:
lascialo alla sua letale follia
e con lui lascia che crepino
gli astanti in doppia fila nella corte,
le veline, i nani e anche i pretoriani.
Hai potuto vedere che Germanico
ormai ha perso le palle e riposa
all’ombra, proprio a quell’ombra di Cesare,
che tu intravedesti non pari agli dei,
e dopo averlo abbeverato
di sesso, di sangue e giochi erotici
si è dato alla crapula indegnamente.
Il suo canto adesso vomita veleno:
quello dei morti per le sue battaglie,
per le sue grandezze smisurate,
per il trionfo della sua solitudine.
Vedrai, Selene, il fuoco colpirà te:
ogni oppositore, ogni figlio di troia,
ogni parvenza di sterpaglia.
Non avere timore,
mia libera e dolce amica,
non tornerò alla corte delle bestie
e scelgo un’altra ombra, quella degli alberi
che tuttora svettano al cielo,
sperando che la furia di Cesare
non verrà a reciderli
e con essi anche me e i miei figli.
E già odo, ancora lontana, la marcia
d’improvvisate orde di avvinazzati
al comando di Cesari iniqui
che non lasciano traccia di vita,
pronte a radere al suolo Miromagnum.
Ma io ora abito altrove
tra poesie, alberi e cielo
dove pianto le vigne e gli ulivi
e canto ai bambini la primavera;
e quando Cesare verrà a cercarmi
non avrò armi per difendermi!
Non è una sconfitta la tua, Selene,
ma un atto d’amore per chi non merita
altro che disprezzo e maledizioni:
la mano di un figlio che affonda
la spada nel suo stesso sangue
e non c’è ferita peggiore…
Vienimi a trovare di tanto in tanto,
senza che tu passi da Roma,
mi troverai qui a Castrumlaino
con la mensa pronta e un fiasco di vino.

Caligola_film_1979roma il_gladiatore_colosseo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giorgio Linguaglossa

Risposta di Germanico a Giulio Decimo

…sia fatta la volontà degli dèi
stattene nella tua Castrumlaino
nell’esilio che ti sei scelto,
gioca a dadi con i bifolchi
pianta pure i tuoi ulivi sui declivii
di Miromagnum se ciò ti aggrada
e dimenticami, porterò con me
pochi fidati, chi ancora crede
nel loro generale e la schiava Greca,
la bellissima Selene è ancora la più bella dell’Urbe
la sua bellezza acceca chi la guarda
ma io non mi volterò come Orfeo
ad ammirarla, no, la porterò
come trofeo di guerra al mestatore,
gli dirò che Germanico è tornato
alla corte di Cesare, gli dirò che voglio
servirlo e onorarlo, gli dirò, gli dirò…
di guardarsi dal capo delle guardie,
che ignoti, di notte, hanno spalancato le porte
del tempio di Giano…
lo metterò in guardia… sai, il despota
è sospettoso, acrimonioso, irascibile, gli insinuerò
il dubbio nell’orecchio scaltro,
il terrore nell’occhio sempre vigile,
vedrai, entrerò nelle sue grazie
con le arti del postribolo e della menzogna,
gli dirò che uccelli del malaugurio
volano a strapiombo sul tetto della Domus aurea
che una stella è caduta dal cielo,
gli dirò che indizi funesti e infausti
preannunciano grandi eventi e calamità
sull’Urbe e sulla sua onorevole persona…
sai, il menagramo è superstizioso
e vanitoso e ha paura anche delle nottole
che si levano in volo al tramonto.
Gli dirò, gli dirò…

 

messalina_1

volto donna romana 1

 

 

 

 

 

 

 

 

P1030728

Marisa Papa Ruggiero

Io sono l’adultera

Io sono, mio Console, la sposa
senza nome né diadema, l’adultera
fatta a pezzi sul peristilio bianco,
ho baciato artigliata ai capelli l’aquila incisa
sul tuo largo petto sovrano prima che
la spada bronzea mi aprisse il cuore,
ma ti ho lasciato dentro
ti ho lasciato per sempre
il virus fatato che ti ha bucato il cranio,
la scheggia rossa del mio sesso
nel fondo dell’utopia

Io, lisca spolpata, fosforo nel buio
sul Palatino ardente fui ramo anomalo
venuto a inseminare
il frutto nuovo d’una genìa eretica
ai piedi della dea
che scelse l’utero compatibile perché fosse
il cancro necessario
di un abortito tempo
sbranato dentro, e freccia e fionda,
la forma di un pensiero
mai stato,
che fa tremare

Ma ora su questa pietra sono
il gelo e l’arma, l’atterrito sguardo
del figlio, ultimo nato, il suo
vomito spento nel pianto,
io sillaba verderame intingo le dita
in questo feroce coma letargico
in cui ancora passa il respiro,
io qui sono la pietra
e l’attesa sacrificale che il tempo chiese
al suono dei miei bronchi,
io sono la lama
questa lama che è lama infinita,
questa lama, eccola è una lingua rovente,
questa lama, avvicinati,
è una lingua di rettile,
questa lunghissima lama, guarda,
me la sfilo tutta dal petto

Ed ora scrivo, su questa pietra scrivo
il peso il prezzo, la nudità cruda che
ha profanato il lutto e lo rivolta
da parte a parte,
coi denti scrivo istoriato da piaghe
l’intero viaggio del ramo,
l’intero stupro che compio
sul mio stesso corpo
come un parto
come un parto infinito,
come un dono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

2 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

2 risposte a “LA GRANDE BELLEZZA DI ROMA – SUL TEMA DI ZBIGNIEV HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniev Herbert, Giorgio Linguaglossa, Sandra Evangelisti, Francesco Tarantino, Marisa Papa Ruggiero  

  1. Niente fuga in ferrovia,
    nessun distanziarsi in autobus
    schiacciati senza intimità
    dentro tripudi d’indifferenza,
    dove cortili più che brevi
    scordano poche soffitte rosse.

    Caleranno i Vandali
    pochi e male armati
    spaventati cederanno
    al ritardo che li acceca,
    scagliati già supini
    dai mari alla Penisola.

    Noi dietro il vetro in utopie,
    ogni cosa non va bene
    qualche idea da collezione
    nasce morta, già rubata,
    paia di ciabatte all’ombra
    di vecchie colonie estive,

    caleranno i Vandali,
    gli Unni sono qui.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...