LA GRANDE BELLEZZA DI ROMA – SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniev Herbert, Giorgio Linguaglossa, Sandra Evangelisti, Francesco Tarantino

Il Mangiaparole rivista n. 1 

Zbigniew Herbert

Il ritorno del proconsole

Ho deciso di tornare alla corte di Cesare
ancora una volta proverò se è possibile viverci
potrei restare qui nella remota provincia
sotto le foglie del sicomoro piene di dolcezza
e il mite governo dei malaticci nepoti
quando tornerò non intendo cercare meriti
offrirò una parca dose di applausi
sorriderò di un’oncia aggrotterò le ciglia con discrezione
non mi daranno per questo una catena d’oro
questa di ferro deve bastarmi
ho deciso di tornare domani o dopodomani
non posso vivere tra le vigne tutto qui non è mio
gli alberi sono senza radici le case senza fondamenta la pioggia
è vetrosa i fiori odorano di cera
un’arida nube bussa sul cielo deserto
in ogni caso tornerò dunque tornerò domani dopodomani
bisognerà di nuovo intendersi con il volto
con il labbro inferiore perché sappia reprimere lo sdegno
con gli occhi perché siano idealmente vuoti
e con il povero mento lepre del mio volto
che trema quando entra il capitano delle guardie
di una cosa sono certo non berrò il vino con lui
quando accosterà la sua ciotola abbasserò gli occhi
e fingerò di estrarre dai denti le tracce del pasto
cesare del resto ama il coraggio civile
entro certi limiti entro certi ragionevoli limiti
in fondo è un uomo come tutti gli altri
e ne ha abbastanza dei trucchi col veleno
non può bere a sazietà incessanti scacchi
la coppa a sinistra per Druso nella destra bagnare le labbra
poi bere soltanto acqua non staccare gli occhi da Tacito
uscire in giardino e tornare quando già hanno portato via il corpo.
Ho deciso di tornare alla corte di cesare
spero proprio che in qualche modo ci intenderemo

(traduzione di Paolo Statuti)

Roma_legionari in marciaGiorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Il generale Germanico scrive al suo comandante di Coorte Giulio Decimo

…mio amato Giulio Decimo, tu dici
che «non son sicuro di voler tornare
ma tornerò alla corte di Cesare,
domani o anche dopodomani».

Cosa vuoi che ti dica?, un tempo
sei stato un valoroso soldato,
il tuo generale era fiero di te,
vessillifero della centuria, ti ho visto in
cento battaglie sempre davanti ai manipoli,
forse sei stato inviso agli dèi ctonii
se mille frecce non ti hanno colpito
e cento spade si sono spezzate sul tuo scudo…

Tu mi dici che adesso pianti gli alberi
di ulivo sui declivi dei colli di Miromagnum
e insegni ai bambini le poesie di Ennio
e dei neoteroi di Roma, e che sei
contento così, che il tuo animo
ha trovato la quiete che cercavi…
Lascia che io ti dica come tutto ciò è fallace amico mio

Cesare si pasce della nostra quiete,
lui è munifico e beffardo, sordido
e astuto, distribuisce frumento
alla plebe, sesterzi ai fedeli pretoriani
e spettacoli con i tori, i leoni e con curiosi
cavalli dal lungo collo che vengono dall’Africa,
le arene sono rosse per il sangue
dei gladiatori, i prezzi della Suburra
sono alla portata di tutte le tasche
e il regime è democratico, temperato;
ci danno ad intendere che il Principato
sia lo sbocco naturale del peripato…
Cinquanta inverni ci pesano sul volto
attraversato da spighe di grano maturo.

Ti chiedo: per quanto tempo ancora dovremo
Roma1 tollerare questo Cesare di argilla?
Per quanto tempo ancora dovremo fingere
assenso alle sue magagne e inneggiarlo
con iperboli sottili e lambiccate?
Per quanto tempo, Giulio Decimo?
Già, dicono le folle che Cesare è magnanimo,
che alla corte di Cesare c’è posto,
che c’è sempre un posto al sole
per chi accetta di stare all’ombra.
«Appunto – dico io – per chi accetta di stare all’ombra».

 

Roma2

Giorgio Linguaglossa

Epistola. E tu Selene

E tu, Selene, non ne hai abbastanza del despota?
È un mestatore, suona la cetra
e gorgheggia i suoi orridi
versicoli Roma3
alla plebe che lo acclama poeta urbi et orbi,
è un Cesare di terracotta, non lo vedi?
Guardalo nel volto. Lì c’è scritto tutto.
È un rotolo aperto. Basta saper leggere.
Bilioso, acido, infingardo,
ti ha usato per il suo piacere fintanto che eri
giovane e bella e adesso
che non è più virile giace con i giovinetti
di Pergamo e di Ctesifonte come una spintria,
e di notte si aggira per il lupanare come
una nottola al flebile lume delle torce;
oh sì, paga bene il capitano delle guardie
per i suoi servigi,
quel tizio che profuma di sesterzi
sarà la sua rovina…

 

Sandra Evangelisti

 

 

 

 

Sandra Evangelisti

Epistola
Da Selene (la schiava greca) al Console Germanico e a Giulio Decimo condottiero

Germanico, magnanimo console, che mi ha reso libera
e tu valoroso Giulio Decimo, suo condottiero,
che hai combattuto battaglie e superato prove
più aspre di questa, tanto che hai detto “noli me tangere”,
(tamquat non esses iam de hoc mundo),
proprio a Voi mi rivolgo.

Da schiava ho condiviso con voi il desco di Cesare, da odalisca ho danzato per lui
scatenando lussuria,
senza decoro gli ho concesso il favore dei sensi.
Ma adesso che, lontana, lo sento intonare il canto
al suono di un’arpa male accordata,
e darsi alla crapula senza ritegno,
mi accorgo di come i favori che gli accordavo fossero riposti in un uomo
non (ille mihi videtur) pari agli dei,
ma nemmeno al più umile pater familias dell’Urbe.
Magnanimo Console, e tu Giulio capo di intere centurie,
non cedete alle lusinghe di Cesare che appare privo del controllo
dei sensi e dell’arte, e in preda a manie di smisurata grandezza,
ma rimanete uniti al comando del vostro manipolo.

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Sarà forse il suo canto come quello di Nerone, che accese Roma,
per vedere ardere il più grande dei fuochi mai dati agli umani?
A che cosa porterà, mi chiedo, questa corsa?
Tu, Giulio Decimo, dici di volere rimanere a Miromagnum fra i neoteroi nella quiete,
e tu Germanico, non accetti di tornare per stare nell’ombra e abbassare gli occhi.

Io, Selene, la schiava, ora libera, grido a Voi dalla provincia del Foro di Livio e vi dico con le mani sporche di terra e di sangue:
non cedete a lusinghe infruttuose e alle smanie di essere l’Eletto ex toto orbe terrarum.
La sua brama di onori non ha fondamento.
I suoi occhi hanno perso il senso di ogni onesta misura.
Non vedete il pericolo che Cesare è diventato per sé e per gli altri?

So, che da valorosi guerrieri e generali di schiere,
il dolore per il suo male vi opprime.
Credete, opprime anche la serva Selene,
la Greca che lo cercava con labbra suadenti.
Duplice mi avete chiamata, perché ho cercato fino alla fine il suo senno,
scongiurando ogni divisione e l’uso di forza non motivato da giustizia,
ma Selene si dichiara sconfitta.

roma donna acconciatura 3Per devozione ho cosparso a Cesare il capo di olio
e acceso incensi e mirra,
ma alla luce delle sue azioni sono fiera di essere fuggita in provincia, dove il Proconsole mi ha reso libera.
E tu Germanico, e Giulio Decimo e Marco suo condottiero dovreste unirvi a coorte
lontano da lui, e dare vita a una Nuova Provincia
in cui si possa innalzare un libero canto
come quella di Elisabetta e Matteo il Veronese a Ferrara, non lontano da qui,
dove alla corte ariostea si cantano inni di nuova fattura
oppure unirvi al manipolo di Paolo Dei Figli di Rufo nella contea di Treviso.

Ti raggiungerò appena possibile, Germanico, magnanimo console,
ma ho paura di tornare a Roma, paura di essere messa ancora in catene.
Ovunque può arrivare la cupidigia di Cesare, io temo.
Valete, consoli,
et ad maiora

messalina

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Francesco Tarantino

Giulio Decimo alla libera Selene

per il suo ultimo atto d’amore
Mi opprime il cuore
leggerti affranta per Cesare:
lascialo alla sua letale follia
e con lui lascia che crepino
gli astanti in doppia fila nella corte,
le veline, i nani e anche i pretoriani.
Hai potuto vedere che Germanico
ormai ha perso le palle e riposa
all’ombra, proprio a quell’ombra di Cesare,
che tu intravedesti non pari agli dei,
e dopo averlo abbeverato
di sesso, di sangue e giochi erotici
si è dato alla crapula indegnamente.
Il suo canto adesso vomita veleno:
quello dei morti per le sue battaglie,
per le sue grandezze smisurate,
per il trionfo della sua solitudine.
Vedrai, Selene, il fuoco colpirà te:
ogni oppositore, ogni figlio di troia,
ogni parvenza di sterpaglia.
Non avere timore,
mia libera e dolce amica,
non tornerò alla corte delle bestie
e scelgo un’altra ombra, quella degli alberi
che tuttora svettano al cielo,
sperando che la furia di Cesare
non verrà a reciderli
e con essi anche me e i miei figli.
E già odo, ancora lontana, la marcia
d’improvvisate orde di avvinazzati
al comando di Cesari iniqui
che non lasciano traccia di vita,
pronte a radere al suolo Miromagnum.
Ma io ora abito altrove
tra poesie, alberi e cielo
dove pianto le vigne e gli ulivi
e canto ai bambini la primavera;
e quando Cesare verrà a cercarmi
non avrò armi per difendermi!
Non è una sconfitta la tua, Selene,
ma un atto d’amore per chi non merita
altro che disprezzo e maledizioni:
la mano di un figlio che affonda
la spada nel suo stesso sangue
e non c’è ferita peggiore…
Vienimi a trovare di tanto in tanto,
senza che tu passi da Roma,
mi troverai qui a Castrumlaino
con la mensa pronta e un fiasco di vino.

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Giorgio Linguaglossa

Risposta di Germanico a Giulio Decimo

…sia fatta la volontà degli dèi
stattene nella tua Castrumlaino
nell’esilio che ti sei scelto,
gioca a dadi con i bifolchi
pianta pure i tuoi ulivi sui declivii
di Miromagnum se ciò ti aggrada
e dimenticami, porterò con me
pochi fidati, chi ancora crede
nel loro generale e la schiava Greca,
la bellissima Selene è ancora la più bella dell’Urbe
la sua bellezza acceca chi la guarda
ma io non mi volterò come Orfeo
ad ammirarla, no, la porterò
come trofeo di guerra al mestatore,
gli dirò che Germanico è tornato
alla corte di Cesare, gli dirò che voglio
servirlo e onorarlo, gli dirò, gli dirò…
di guardarsi dal capo delle guardie,
che ignoti, di notte, hanno spalancato le porte
del tempio di Giano…
lo metterò in guardia… sai, il despota
è sospettoso, acrimonioso, irascibile, gli insinuerò
il dubbio nell’orecchio scaltro,
il terrore nell’occhio sempre vigile,
vedrai, entrerò nelle sue grazie
con le arti del postribolo e della menzogna,
gli dirò che uccelli del malaugurio
volano a strapiombo sul tetto della Domus aurea
che una stella è caduta dal cielo,
gli dirò che indizi funesti e infausti
preannunciano grandi eventi e calamità
sull’Urbe e sulla sua onorevole persona…
sai, il menagramo è superstizioso
e vanitoso e ha paura anche delle nottole
che si levano in volo al tramonto.
Gli dirò, gli dirò…

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2 risposte a “LA GRANDE BELLEZZA DI ROMA – SUL TEMA DI ZBIGNIEW HERBERT: IL RITORNO DEL PROCONSOLE. Zbigniev Herbert, Giorgio Linguaglossa, Sandra Evangelisti, Francesco Tarantino

  1. Niente fuga in ferrovia,
    nessun distanziarsi in autobus
    schiacciati senza intimità
    dentro tripudi d’indifferenza,
    dove cortili più che brevi
    scordano poche soffitte rosse.

    Caleranno i Vandali
    pochi e male armati
    spaventati cederanno
    al ritardo che li acceca,
    scagliati già supini
    dai mari alla Penisola.

    Noi dietro il vetro in utopie,
    ogni cosa non va bene
    qualche idea da collezione
    nasce morta, già rubata,
    paia di ciabatte all’ombra
    di vecchie colonie estive,

    caleranno i Vandali,
    gli Unni sono qui.

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