Adriano Accattino da “Poesia dell’impoetico” e un inedito, con una nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

Adriano Accattino 

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Adriano Accattino Poesia dell’impoetico Mimesis, Milano, 2012 pp. 130 € 14

Questo libro di Adriano Accattino, un mix di componimenti riflessivi sull’essenza del «poetico» e di considerazioni sull’«impoetico», è una singolare riflessione sulla riconoscibilità del «poetico» nel suo rapporto fenomenologico con l’«impoetico». È una riflessione sull’essenza ontologica della poesia come di un ente che si situa all’interno e all’esterno di un altro ente che l’autore chiama l’«impoetico». Che cos’è l’«impoetico»? Accattino lo rivela subito: il «poetico» è «l’impoetico non ancora rivelato». E così continua la sua interrogazione, si chiede: che cos’è il «poetico»?, «è agevole individuare una composizione poetica: ci soccorrono la letteratura, la scuola, l’orecchio; ma di fronte all’impoetico ci troviamo del tutto impreparati. Esso… è un poetico altro, lontano ancora dal diventare universalmente noto e accolto. Non è un valore affermato, ma qualcosa che si deve andare a cercare e si deve imparare a riconoscere… L’impoetico è dunque una questione di scoperta precoce… Per scovare l’impoetico e cioè il poetico non ancora rivelato, il cercatore s’indirizza a un segnale, a un richiamo che l’impoetico stesso alza: l’affermazione… della sua poeticità, mentre tutti sono convinti del contrario. (…) Il problema sta dunque nel riuscire a captare l’impoetico nel momento in cui appare…». (p. 114)

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Dunque, tra il «poetico» e l’«impoetico» si instaura una sorta di nemicizia, di estraneità e di oppositività. Il discorso di Accattino è dunque una riflessione sulla riconoscibilità di un demanio (il poetico) che esclude sempre l’altro (l’impoetico); una oppositività non dialettica né dialogica ma che definirei ontologica e topologica. Ciascuno dei due demani occupa un luogo, ma si tratta di un luogo post-dialettico, instabile, «liquido» per dirla con un aggettivo alla Bauman, che io invece tradurrei con «soffice», dove interno ed esterno si scambiano di posto, e così l’alto e il basso sono delle cose non più misurabili o perimetrabili. Tra il poetico e l’impoetico si stabilisce una relazione come di vasi comunicanti, di traslazione-versamento di un liquido da un contenitore all’altro.
C’è il rischio, ovviamente, che con questa impostazione del discorso non resti spazio alcuno alla interpretazione del testo intesa come attività critica in quanto essa resterebbe sempre dipendente dal concetto di poeticità prevalente o maggioritaria. Ciò che oggi sta in un contenitore domani starà nell’altro. L’attività critica si ridurrebbe ad essere una mera attività di contro spionaggio.

magritte-2Una sorta di bocciatura in toto del pensiero critico che proviene dalla stessa percezione dicotomica entro la quale Accattino vede la questione della poesia. Il risultato di questa impostazione concettuale è la convinzione secondo cui il poetico apparterrebbe alla sfera del «miracolo»: «la miracolosa transustanziazione dell’impoetico nel poetico»; «ma quale senso può mediarsi da ciò che è immediato o non è? (…) La poesia non tollera intermediari né intromissioni; resta inspiegabile e non sopporta spiegazioni, che in effetti la impoveriscono. È una lingua speciale che non può essere interrotta dai nostri grugniti di commento» (p. 87).
Dove è evidente che dichiarare «l’inspiegabile» della poesia equivale a dichiarare la bancarotta del pensiero critico.

«La poesia… tende a trasformarsi nel proprio opposto, l’impoesia, mentre questa, a sua volta tende alla poesia» (p. 118) «la poesia si nutre del suo contrario e verso il luogo del contrario si muove e si sviluppa (…) Continuamente insoddisfatta di sé, si spinge verso qualcosa che le sta fuori e oltre: dilaga verso l’esterno (…) mentre la poesia si allarga a coprire e incorporare nuovi spazi, insieme si ritira dai vecchi ambiti ed espelle le vecchie sostanze» (p. 121).

Molto brillanti e acute sono alcune riflessioni e aforismi sparsi nel testo, ad esempio: «spiegare il senso della poesia è come alitare su uno specchio e disegnare col dito ciò che si vede dal riflesso»;.(p. 87) Al di là di ciò, altrettanto indubbio è che l’adozione di un impianto concettuale dicotomico preclude all’autore l’approfondimento della questione, questa sì ontologica, della esistenza della poesia nel nostro tempo, della sua giustificazione ontologica, della sua funzione conoscitiva, del suo essere una funzione antropologica dell’uomo nel corso storico della sua civilizzazione, del suo rapporto con l’attuale fase di civilizzazione. (Giorgio Linguaglossa)

 

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da “Poesia dell’impoetico”

Molti corrono lungo la superficie
dell’esterno, altri al suo interno:
pochi all’interno dell’interno
e pochissimi si buttano fuori
dall’interno nel cavo sfondato.

Ma veramente speciali sono quelli
che spaziano su tutto e dall’esterno
dell’interno, e poi risalgono
nello spessore fra le due facce.

*

Se sloghi
le sue giunture
se smonti quella scatola
evi pratichi aperture,
puoi trovarti fra le mani
un resto lucido e bello
o anche uno sterco
ributtante: cento volte
questo e una quello.

Sarebbe facile
consegnarti la ricetta;
ma esiste solo
quando riesce; la seconda
volta che la applichi
non funziona più.
Ogni volta ti tocca
cambiare: questo rende
la faccenda divertente.

*

Orfeo Giorgio De Chirico

Orfeo Giorgio De Chirico

Una parola non resta
la stessa: ogni volta che è profferita
si differenzia dalle mille
apparentemente uguali
pronunciate prima.

Per un granello di diversità
modifica la muraglia
del linguaggio:
toglie qualcosa e aggiunge
qualcos’altro.

Così il linguaggio risulta
un corpo variabile,
in continua avanzata su un lato
e in continua ritirata su un altro;
in tal modo si sposta.

*

Poesia è quanto mai lontana
da ogni stabile fondamento;
ciò che viene fermato per forza
di parola è perduto alla poesia.
La mobile parola, invece, non lotta contro
il travolgimento ma lo seconda;
non fissa il limite all’illimitato,
non riduce a misura lo smisurato,
non impone blocchi all’agitato.

La parola poetica consiste
in altre condizioni: così
essa resta all’aperto e nomina.
Se non possiede la facoltà
diretta di dare nome ed esistenza,
di donare senza mediazioni, non serve;
tra mondo e parola è riuscito
a infilarsi quel solito terzo incomodo
che fa da padrone nella storia.

*

Poesia è un colloquio impossibile.
Non costituisce certo
il fondamento su cui
ci troviamo uniti. Assolutamente
non fa nulla per sorreggerci.

Non facilita gli incontri
che presuppongono l’appartenenza
a uno stesso piano: qui
le lingue sono quanto mai distanti.

Ci si può ridurre in comune a prezzo
d’altezza; ci si mette
a comunicare diminuendo
la velocità. Ma qui altezza
e velocità sono sempre al massimo.
Sole con cerchi

Inedito: ARIE CONTRARIE

A

È dunque tutto cavo
e solo la vacuità esiste?

Ecco cos’è quest’illusione
che stenta e si trascina!

A

È dunque tutto colmo
e solo la pienezza esiste?

Ecco cos’è questa certezza
mai spenta che va baldanzosa!

B

O parola che manca!
Che cosa capire del senso
se oscuro è il fondo?

Che cosa comunicare
se resta indecifrabile
il nesso?

Si procede dall’interno
verso l’esterno, dal fondo
verso la superficie,

ma ciò che preme è andare
da quell’interno verso
l’altro interno, da quel fondo
verso il fondo sottostante.

B

La consapevolezza avere,
che non sia supponenza
ma chiaroveggenza;

la cognizione lasciare in fondo
quando a galla si forma
quella schiuma vaporosa.

La consapevolezza segreta
che non mostra neanche un osso
e si stempera nell’incolpevole.

Abbia un senso smarrire il senso.

C

Beato il poeta che sa stringere
le sue scritture in poche pagine.

Beatissimo quello che le riassume
in poche parole. Angelico colui

che di queste parole ne ha
così tante da riempire cento libri.

C

Di mille parole reperire
quell’una che le riassuma

e come questa
trovarne poi altre mille.

D

Luogo dove si consuma
l’essere. Dove la parola

s’addossa al biancume
e lo scrivere si estenua
cadendo a gocce rade.

Luogo che mostra
lembi di ferita.

D

Luogo dove si smorza
lo scrivere, nel pari tempo
presente
e assente in una specie di ondulante interregno marino.

E

Perviene il vincitore,
diverso in quasi niente
dal perdente.

Ogni vittoria s’impone
per il peso di una piuma.

E

Supera il colmo, vincente
per un pelo,

il velo d’acqua sborda
come se riempisse il cielo

non trabocca più di un filo
ma quel filo lega il mondo.

F

L’inizio risulta d’improvviso
sorpassato,

l’opera incominciata
irrimediabilmente tardiva.

Esercizio di mente, questo
lavoro è fatto per niente.

F
Si evidenzia uno spessore
dove viene a mancare;
un’ombra quando
si entra in luce;
un avvallamento
dove la costa si rileva.

Si conosce una forma
dal bordo che la contiene,
oppure da ciò che dall’esterno
delimita il suo contorno?

G

Sulla piatta dimensione
della pagina segni
raggelati nell’istante
in cui stavano cercandosi.

Questa gabbia
ha preso il posto di altre
cento che si sarebbero
potute combinare.

 

G

Una forma si assesta
su cento soppresse;
una forma si stabilizza
su perdite irrimediabili.

Vale infinitamente meno
la forma che si è fissata
di quelle che sono trascorse
senza potersi impaginare

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1 Commento

Archiviato in critica dell'estetica, critica letteraria, recensione libri di poesia

Una risposta a “Adriano Accattino da “Poesia dell’impoetico” e un inedito, con una nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. trascrivo un commento di Adriano Accattino giunto alla e-mail di Giorgio Linguaglossa:

    Caro Giorgio,

    ti ringrazio molto per la nota di lettura e per la pubblicazione delle poesie.
    Vorrei però dirti che la tua interpretazione della struttura basilare del libro,
    pur ragionevole, si differenzia dalla mia e non corrisponde al concetto del
    libro che mi sono fatto. Sicuramente la colpa di questa differenza è
    totalmente mia e delle mie fallibili espressioni.
    Poetico e impoetico, alla mia riflessione, non sono demani (o domìni) separati e opposti, luoghi distinti, sia pure in relazione tra loro, come vasi comunicanti.
    In quarta di copertina affermo: “L’impoetico non è la negazione e
    l’antitesi del poetico, ma ne è la punta. Ed è precisamente questa l’affermazione che sostiene il libro: la poesia davvero poetica di un determinato periodo è quella che sembra ai contemporanei per nulla poesia, mentre in essa è esplicita la volontà di proclamarsi poesia.” Mi sembra difficile sostenere ora “l’adozione di un impianto concettuale dicotomico”. Forse induce all’errore il carattere paradossale della visione che genera il libro. Possiamo immaginare, per aiutarci, il cono di perfetta visione che viene rilevato da una lente che si faccia scorrere su di un mappamondo. La parte che finisce ingrandita sotto la lente è la poesia attuale; se spostiamo anche di poco la lente al fuoco vanno diversi nomi. Questi nomi entrano nell’occhio della lente, mentre altri nomi, ormai esausti, escono dall’altra parte.

    Questa è la mia visione del movimento che anima la poesia: un paesaggio in continua agitazione e sostituzione. Si tratta di una visione dinamica di una continuità ininterrotta che prosegue per tutto il tempo e per tutta l’estensione della superficie.

    Il linguaggio subisce un identico processo nelle sue variazioni e ramificazioni, nel morbido trascolorare da un linguaggio a un altro. Voglio riferirmi alle zone dove si trapassa da una lingua a un’altra. Ugualmente il mondo della poesia si stende dappertutto e si allunga a coprire ogni punto del mappamondo.

    Su questa distesa, in qualche punto si accende la lampadina della poesia attuale, poi si accendono luci che stanno più in là. Si può dire che tutta la superficie del globo è impoetica, mentre il poetico sta dove si accende la lampadina oppure sotto la pancia della lente. E queste si spostano.

    Siamo lontani da una visione dicotomica; posso piuttosto essere accusato del contrario in quanto dappertutto ho concepito un’identica natura (l’impoetico) che non resta mai uguale a se stessa, ma si sposta e in particolari punti momentaneamente si converte.

    Caro Giorgio, non ti ho scritto per polemizzare, ma solo per dichiararti il mio pensiero. Ti sono profondamente grato per il tuo intervento dotto e intelligente.

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