Nazario Pardini AUTOANTOLOGIA – POESIE (2002 – 2014)

copertina nazario pardini lettura testi Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, copertina nazario pardini paesi da semprePagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, copertina nazario pardini scampoli2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

 

copertina nazario pardini le voci della sera Il volo di Icaro

Attratto dai richiami del meriggio
volò alto,
alto volò toccando cime immense,
azzardi che gli umani
cercano con l’anima e la mente;
ma ci si può bruciare
se il volo è troppo arduo,
si annullano in abissi senza fine
le nostre identità;
sperderci oltre la siepe,
o in cieli fra le stelle
copertina nazario pardini le simulazioni dell'azzurroè un naufragio per la nostra essenza.
E tu Icaro,
privo di remeggi, a braccia nude,
senza appigli,
brancolasti in vertigini d’azzurro
quando l’astro di vita e di morte
ti rammollì la cera.
Cadevi impaurito,
risucchiato:
“padre, tu che mi hai dato il volo,
aiuta questo figlio, dagli l’ali,
che il cielo non mi regge
ed io sprofondo incauto negli abissi.
????????????????????????????????????????????????????Padre, io sono qui,
corrimi incontro, arresta il mio naufragio,
tu puoi, con il tuo amore
e il tuo superbo ingegno”.
“Icaro, Icaro dove sei?
dove giace mio figlio eterni dèi?
Ditemi alfine! Ch’io sappia almeno
ove cercare; carne della mia,
figlio imprudente, dove il volo tuo
lontano dai miei occhi. Cosa fare?
che cosa potrà fare questo padre?”
Ma d’Icaro la bocca
fu chiusa dalle onde di quei pelaghi.
E quando il genitore
scorse le vane piume
sparse sull’acque a sfiorare gli scogli,
non poté che ergere un sepolcro
in terra d’Icaria.
Maledì la sua arte ed il destino,
gli azzardi degli umani, le imprese folli,
la violenza del cielo, il regno del sole,
maledì quella natura umana,
il suo continuo ardire e discoprire,
il suo coraggio eterno di sfidare
il mare nero, lo scoglio e le sirene,
quella pazzia di un fuoco che ci fa
scintilla degli dèi, impronta del divino
bocci di libertà

(da I canti dell’assenza, inedito).

Nazario PardiniQuel Natale

Mio padre levava il vino novello quel Natale
e mia madre profumava la casa d’aria di croccante
ed io con la sedia al focolare
bagnavo caldarroste in un mare d’allegria.
Per la via cristalli e vivide stelle,
dal pianerottolo angusto
quel Natale
cercavo con gli occhi mio padre
con la bocca mia madre
accanto ad un albero
imbiancato di farina
sulle cocche ancora aulenti.

Stenti mente stanca a ricordare
ma l’animo più saporito
s’incrosta di tempo perduto.

Quel Natale era povero,
carente di cose:
mi ricordo una Messa,
l’incenso, l’odore del biscotto,
ma mio padre suonava la chitarra
e mio fratello stonava
tra i brindisi del vino (idem).

 

wassily kandinsky yellow red blue 1925

wassily kandinsky yellow red blue 1925

La saga degli ulivi

La saga degli ulivi mi racconta
storie vissute alle lame di un sole
che spacca la terra. E dei ritorni
a mari che fragravano di voglie
di spazi aperti ai margini di un fiume.
Naviga l’uomo strinto alle sartie
di legni scricchiolanti in balia
di venti fedifraghi a promesse.
Si schiodano dagli antri delle Murge
tempi sepolti che tornano a galla
per dirci di guerrieri d’oltre mare;
per raccontare schegge di battaglie
su terre seccate dal cielo. Bisbigliano
le donne coperte di nero
nell’attesa di un arrivo all’orizzonte.
Ancora i tuoi castelli imperatore
sfidano le ferite degli ulivi
che cantano al grecale. Quelle note,
esperte di un millennio,
parlottano di amori cortigiani e con i falchi
volano indifferenti al treno che strèpe

(da Le simulazioni dell’azzurro, ETS, Pisa, 2002).

 

copertina nazario pardini i simb del mitoOltre quel muro

La notte
ai flebili lumi
e fra le stelle
belle le mie anime
sul prato al cimitero;
all’ora tarda,
quando i viventi
sono nei giacigli,
s’incontrano tra i tigli
ed i cipressi.
Escono dai marmi freddi
copertina nazario pardini l'azzardo dei confinisulla loro terra
e tra l’odore di cera
e il fumo della notte,
tra l’esalare di rose,
di gigli ed orchidee,
parlano di affetti e di ricordi
ai bordi dei sepolcri;
li puoi vedere:
ecco mio padre con mia madre
ed ecco mio fratello
che sorridente
per l’agognato arrivo
vola di gioia.

Restano le anime
fino a notte fonda,
non odi parole di spiriti,
ma vedi l’aria che vibra,
l’aria che tocca le fronde,
le lievi foglie
alle soglie dei sepolcri.
La vita, la morte,
le corte strade,
le rade immagini dei viventi,
gli spenti visi del passato:
tutto è beato ora.

Il regno dei morti
vive di nuovo,
sorge alla penombra
e si anima nel tardi;
se guardi sotto l’ombre
dei cipressi,
i tramonti attendono l’oscuro,
il puro regno
oltre quel muro
dei nostri cimiteri

( da I simboli del mito, I quaderni letterari di POMEZIA-NOTIZIE, 2013).

 

copertina nazario pardiniIl ritorno di Ulisse

Qui tutto è sapido. Lo so! I profumi
dell’isola, il ginepro, la lavanda,
e tu che ho ritrovato. Ho sempre in mente
il volo urlato della procellaria.
Mi strappava la carne. Le sirene
misteriose e adescanti e io che immobile
all’albero maestro volli fendere
i nascondigli fitti del sapere,
i più vogliosi. È questa la mia isola.
Qui alla sera torna a dilatarsi
l’idea dei meriggi e il lungo andare.
Helen of Troy Evelyn De_MorganE ancora estendo sguardi in lontananze
sperdute. Mi lasciarono nell’anima,
crepata di salsedine, le note
che tornano insolute. È sempre aperta
la sfida tra l’eterno e me che cerco
con gli occhi indolenziti quella luce
che mi soverchia. Ma stasera il mare
riporta chiare voci di Calipso
e di Circe. E il canto di una vergine
intenta al suo corredo.
Sento ancora la sua candida pelle
su me adusto di sale. Ritornare

Evelyn de Morgan, Cassandra

Evelyn de Morgan, Cassandra

era il mio sogno. Eppure condannati
siamo sempre dai gorghi della vita
che le spoglie depongono. Nell’anima
germinano e si fanno giganti al
calare. Ognuno tiene di Nausicaa
chiusa con sé nel fondo una sembianza
mai defilata. Ed ora salta fuori
e porta dietro ogni contorno d’anni
e di stagioni che non solo amore
significa, ma voglie e nostalgie
che trovano le vie le più nascoste
e avanti a noi si levano. La ciurma
è lì che attende. Ancora salperemo
oltre colonne, questa volta, mitiche
d’impedimento ai sogni. L’ora è giunta.
Se il mio destino vuole che ritorni
ai familiari usi ed ai barlumi
dell’isola agognata, porterò
con me più luminoso il cielo. Se
perire vorrà ch’io debba in mare
straboccante d’immenso sopra i limiti
del mio essere umano, perirà
assieme a me l’eterna primavera
di chi non sentì mai sopita in anima
la voglia del viaggio. Poi tornare
nuovi. O superbi spegnerci per via

(da Alla volta di Lèucade, Mauro Baroni Editore, Viareggio, 1999).

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Il canto di Saffo

A che cosa puoi pensare di più bello
sopra la terra bruna? Uno risponde
– Torme di cavalieri – oppure un altro
– Di fanti – un altro ancora – Di navi – Io
– Ciò che si ama, soltanto, ciò che si ama.
Come farlo capire a tutto il mondo.
Non è passato tempo tanto lungo
che Omero ce ne disse. Sarà mito
o forse storia vera. Il fatto sta
che pure il mito cresce sulle storie
eccelse degli umani. E giusto di Elena
Jean Cocteaudesidero cantare. Della donna .
più bella del mondo. Abbandonò
il marito (era prode) e la sua gente
e tutto. Se ne andò per via di mare
verso Troia. Non ebbe più pensiero
per sua figlia e i parenti. Solo Cipride
l’avvolse nella brama. Che memoria
mi desta l’Anattoria. Pur lontana.
Vorrei vedere di Elena il barbaglio
sopra il suo viso chiaro, vorrei scorgere
di Elena il portamento, il femminile
Jean Cocteau Il testamento di Orfeoincedere. Di ciò sono bramosa,
di questa libertà che provo anch’io
nel fondo del mio seno. E questo è umano,
è divino ed eccelso. Quest’amore
che strugge il mio sentire, la mia carne.
Cola sudore, un tremito mi preda,
mi faccio verde, più verde dell’erba
mi vedo, che la morte così tanto
lontana poi non pare. Ed il tuo trono
è vario e le tue trame sono subdole
Afrodite. Raggiungimi, raggiungimi.
Già un’altra volta ti giunse la mia
voce distante. Tu l’esaudisti.
Avevi messo al giogo del tuo carro
passeri lievi. Ed eri trascinata
sopra la terra bruna dal frullìo
folto dell’ali. È questo il carro d’oro
che strugge la mia anima e d’attorno
alita canti, suoni e incantamenti;
non di certo lo fanno i carri lidi,
o il greve stridere bronzeo dei fanti,
od il nitrire tetro delle guerre

(da“Canti arcaici” in “Alla volta di Lèucade”, Mauro Baroni Editore, Viareggio, 1999).

 

*

<<… Al di là della proiezione di una visione, che il lettore ha il diritto di crearsi autonomamente, non bisogna dimenticare quali potenzialità porta in sé il linguaggio poetico: anche quando Pardini insiste con la successione comunicativa di situazioni memoriali dell’infanzia, della sua storia, del suo vissuto in generale, egli riesce quasi sempre a lasciare spazio al lettore in modo che egli possa creare associazioni nuove e non chiudersi nella sfera di un privato che può non arricchirsi del valore della storia in cui quel privato ha acquistato un senso. […] La parola è modificabile. E anche la potenzialità creativa. La scrittura non solo ruota attorno ai problemi, ma li affronta, li morde ne fa giusto e nobile scempio, in nome della poesia. […] Il dubbio torna ad essere compagno di lavoro e la realtà, che attraverso il sistema sensoriale giunge come messaggio motivato ai circuiti cerebrali, viene rielaborata in pensiero e in parole, aggiungendovi anche il complesso delle emozioni che vi stanno dentro e attorno. […]>> (Dino Carlesi).

<<… Non è facile fare i conti, in termini specifici di lettura, con un poeta così effusivo e così straripante come Nazario Pardini. Il quale dispone al proprio arco creativo di tante frecce che pare gli debbano sempre sfuggire di mano seguendo traiettorie autonome e imprevedibili. Ma in effetti non sfuggono. E alla fine si lasciano ricondurre nel quadro di fondamentale equilibrio di una complessità armonica e bilanciata, dove l’abbondanza impetuosa della versificazione pardiniana risulta, (come ha scritto Floriano Romboli nella sua postfazione alla bella raccolta di fine secolo (e millennio) Alla volta di Lèucade splendidamente edita da Mauro Baroni nella collana “Mediterranea”) in ultima analisi, rigorosa e intimamente sorvegliata alla luce di una sensibilità raffinata e profonda. […] Poi il tema dell’amore, in Pardini, è qualcosa che travalica il contingente umano, per estendersi a slanci iperbolici verso azzurri e slarghi di cieli che toccano quasi l’inarrivabile…>> (Vittorio Vettori).

<<[…] Versi ricchi di motivi intensi ed espressi in forma ora moderna, ora classica ma sempre suggestiva; la natura è in stretta simbiosi con l’autore che ricorrendo ai suoi effetti evidenzia profondità, spontaneità e padronanza poetica. Ed è proprio la natura che fa da cornice ai temi d’amore, e non è semplice comparsa, ma ne concretizza attivamente gli impulsi interiori, per farsi significante metrico di un linguaggio figurato…>> (Antonio Piromalli).

<<…Ciò che subito si avverte dalla lettura dell’operadi Pardini è la grande musicalità che promana dai suoi versi, costruiti con notevole perizia tecnica. Il sottofondo è endecasillabo, ben rilevabile anche là dove il verso è spezzato in due distinte parti, formate da un ottonario e un ternario (“Imbrunire coll’anima / raccolta” – Anime d’ombre), da un settenario e da un quaternario (“Disposto il cavalletto / sopra il colle” – Il pittore), da un quinario e un senario (“Gronda la morte / sulla terra stanca” – Indifferente è il pino e il quercio) o da un quaternario e un settenario  (Tra i portali / quadrati d’arenaria – I vicoli delle case torri). Ne risulta una variata armonia, che accompagna tutto il percorso dell’autore, non venendo meno neppure in componimenti quali Piazzetta del mercato, in cui il Pardini abbandona la metrica tradizionale per affidarsi ad un verso libero, dall’andamento colloquiale. I contenuti sono ricchi di tematiche a volte impegnate a volte prettamente liriche, dove l’autore evidenzia una notevole capacità introspettiva, ma dove da padrona la fa la campagna Toscana, mai descritta solo con intenti elegiaco-bucolici, ma sempre oggettivazione di stati d’animo che da soggettivi si fanno universali. […]>> (Elio Andriuoli).

<<… Pardini tramuta leonardescamente il mondo esterno in personali moduli mentali, si fa interprete fra natura e arte, perché la poesia è sempre qualche cosa di più della realtà che esprime e di quanto il lettore più impegnato possa già sapere. Poesia, dunque, quella di Pardini, come Vita scampata, come ripensamento e conoscenza dell’oltre, come percorso Au rebours, di répêchage di immagini ormai salve, durature e degne di esistere alla stregua di quelle memorie incastonate nella Storia e rievocate dai cocci presenti sulle Terre del silenzio. […] Il linguaggio è vivo e allusivo, ricco di istanze verbali tendenti al figurativo, al simbolico […] che proviene dalle composizioni sinfoniche di cromi teneri in germoglio vibranti di echi di memoria. […]>> (Sirio Guerrieri).

<<… La memoria sola sconfigge la morte. Questo potrebbe essere definito il tema essenziale di questo straordinario poeta, il quale ha il pregio unico di saper amalgamare in perfetta compattezza stilistica e unitario canto lirico, non soltanto la memoria delle sue umane passioni, i cui elementi di paesaggio si ridimensionano in cromatiche rivelazioni metaforiche, ma anche la memoria dei classici greci e latini, o di Dante, Leopardi e Montale, con cui compie operazioni originali di dissimulato confronto. Questo fascino insolito, in cui l’amore per la poesia antica si arricchisce dell’estrema intensità della vita moderna, fa di Pardini un vero poeta…>> (Giuseppe Giacalone).

<<[…] Poesia, quella di Pardini, di indiscusso valore estetico, facilmente riconducibile a tutte le istanze esistenziali della nostra ultima vicissitudine letteraria. […] Visualizza gli impulsi dell’anima in incisioni semplici e lapidarie capaci di arrivare con immediatezza alla sensibilità di ognuno di noi. […]>> (Luigi Filippo Accrocca).

<<[…] Si individuano nella poesia di Pardini una dignità, un ritegno, un pudore, ecco, forse proprio un pudore, che conferiscono al dettato una sorta di autonomia espressiva, di nobile idioma, che si fa ammirare, certo, ma tiene, e si tiene a rispettosa distanza; distanza demarcata, tra l’altro, dall’uso di voci inconsuete (robbio, scancìo, butti, autunnare…). Così il poeta, anche per la sorvegliata incidenza dell’io, sembra scrivere o dipingere – pitture sono tante nella sua poesia – con aste o pennelli lunghissimi, e molto distanziato dalla tela; non si fa fatica ad immaginarlo con tuba e frac attillati, lucidi, piuttosto che col classico grembiule multicolore di strisci. Il risultato è una poesia, che percorsa da una memoria soffusa, delicata è tenero bisbiglio più che declamazione stentorea. […]>> (Aristide La Rocca).

<<Questa poesia mi ricorda l’entusiasmo dei miei versi giovanili, de La Barca per intenderci. Gli sprazzi simbolici aggrappati ad una natura antropologicamente vissuta e disposta a vestire fiammate e invenzioni evase dal dentro, si compattano in uno spartito tecnico sorretto da esperienza prosodica.

Ho letto qua e là versi dalle opere che gentilmente mi ha inviato e sinceramente in non pochi momenti poetici ho rivissuto, ripeto, quell’entusiasmo indispensabile a slanci di non comune fattura umana. […]>> (Mario Luzi).

 

<<… Immergersi quotidianamente nelle onde magnetiche della poesia, quella che rimane indelebile e profondamente incisa nella nostra memoria, per un non so che di misterioso e di affascinante, di melodico e di ancestrale, appare quasi sempre come una illusione che il nostro sub conscio incamera per elaborare e riguadagnare particolarmente ad occhi chiusi lo spazio tempo protagonista della scena esistenziale. Il poeta cerca di allontanare la discontinuità che nasce involontariamente dalle immagini, come colore e suono, per rimodellare il simbolo tra la realtà e le singole stravaganze del quotidiano. In presa diretta, senza troppi tentennamenti, il racconto che Nazario Pardini ricama reca un marchio di fabbrica inconfondibile, e gli scatti in avanti stimolano un inanellato imprimere delle intensificazioni, un tentativo per allontanare da sé ogni falsificazione del rito, scandagliando nei ritagli della speculazione ritmica. – Il canto nasce già variopinto, con una elegia che apre alla visibilità dei sentimenti, mediante incipit ed incisi di una esperienza che attinge ai ricordi e continua nelle immagini. “… Quante sono le sagome sperse/per strade, per monti,/sobborghi, marine,/ quante ombre su terre diverse/ a me sconosciute./ Quasi tutto nel nulla s’adagia/e in me che un notturno/ scolora/ perfino il ricordo vacilla.” – Le memorie si perdono purtroppo nello scorrere inesorabile del tempo, di quel tempo che ci rende sempre più vulnerabili ed irriconoscibili a noi stessi, sperduti nello sguardo di chi vorrebbe comprendere e descrivere con più profonda cognizione il susseguirsi dei frantumi, un privilegio che integra le relative apparenze e provoca il privilegio della espressione, sotto una normalità più o meno apparente che si avviluppa a scansioni alternando interruzioni, sconnessioni, disinganni – “Non sarà più la sera che calante/annuncia solo un giorno che va via/coi suoi colori vecchi. Declinante/il segno non sarà della mia vita/volta a rammemorare. Alla natura/riaprire le finestre di un ostello/ non varrà che annunciare alle mie mura /colori di serate ritrovate.” – Il poeta sa che è arduo essere classicamente contemporanei, ma sa anche che al giorno d’oggi non può fare a meno di esserlo. Di qui la sua ricerca lucida e appassionata che attinge nello straripare dell’assoluto, con richiami al quotidiano, con richiami a ricordi, con richiami a fantasie trascorse. Leggendo queste poesie si ha come la sensazione che non sia più possibile fare poesia oggi se non aderendo a quel programma espresso così bene agli inizi del Novecento per una «poesia da camera», dove l’occhio avesse anche una sua parte rispetto a quella svolta dalla funzione acustica, ancora inebriata da quella energia mitica, che dava, un tempo lontano, senso alle grandi narrazioni (Antonio Spagnuolo).

 

… Ma è nella splendida silloge Alla volta di Lèucade (Mauro Baroni Editore, Viareggio-Lucca, 1999, pp. 126, con prefazione di Vittorio Vettori e postfazione di Floriano Romboli) che il poeta, con risoluta dolcezza, prende il lettore per mano e lo guida nel suo mondo, a sentirne l’estrema ricchezza di elementi fisici, così necessari nella sua dialettica creativa, e l’intensità dei sentimenti, la quale ben si coniuga con un nitore formale che rivela una lunga frequentazione di autori classici: greci (in particolare Omero e i lirici), latini ( soprattutto Lucrezio, Catullo, Virgilio, Orazio, gli elegiaci), francesi (tra gli altri Baudelaire, Verlaine, Rimbaud), italiani (Dante in primo luogo, poi Foscolo, Leopardi, fino a Pascoli, D’Annunzio, Ungaretti, Montale).
Lèucade, innanzitutto: l’isola delle bianche rocce, del salto di Saffo e della catartica soluzione degli amori impossibili. Non sono certo che qui, in qualche modo, Lèucade richiami ai Dialoghi con Leucò di Pavese, come pur sostiene Vittorio Vettori nella prefazione. Mi pare piuttosto che il titolo ci riporti a un nome, Saffo, poetessa molto amata da Pardini per fatto umano e artistico, e a una condizione: il ri-acquisto della serenità, intesa come affrancamento dal turbinio delle passioni (il “gran salto” liberava – come è noto – in un modo o nell’altro dalla sofferenza d’amore); ma soprattutto il titolo ci riporta a un mondo, quello classico, paradigma di bellezza, misura, armonia. In più il bianco (λευκóς -> λευκάς -> Λευκάς -άδος, Lèucade), con tutta l’area semantica che a questo colore si richiama ( chiaro, brillante, splendente, limpido, candido, sereno), allude ad un processo di purificazione e di elevazione, ad una conquista quasi metafisica di sé, cui anche un moderno sacerdos musarum non può sottrarsi; o magari a un’ideale condizione da perseguire, se non da conseguire: quella di un terso e vivo equilibrio, in cui i fili del tempo si dipanano senza sussulti per una sottesa solida filosofia che aderisce saldamente alla vita e alle cose, pur nella consapevolezza della loro precarietà (Pasquale Balestriere).

12 commenti

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12 risposte a “Nazario Pardini AUTOANTOLOGIA – POESIE (2002 – 2014)

  1. impronta del divino/bocci di libertà: quale migliore definizione della Poesia?

  2. Fulvia Marconi

    Il Poeta Nazario Pardini ha l’esperienza della parola, ed è abilissimo nell’esprimersi con eleganza, creando suggestioni di forte presa emotiva.
    Ad meliora et maiora semper!

  3. Sandro Angelucci

    Ho avuto l’onore e il grande piacere di recensire più di una delle opere qui presentate. Mi riferisco a “Scampoli serali di un venditore di arazzi”, a “I simboli del mito” e, soprattutto a “Alla volta di Leucade”: autentico capolavoro di arte poetica. No, non sto esagerando: è un libro – quest’ultimo – che rimarrà nella storia della letteratura, un esempio di come la vera poesia resiste alle mode e viene consacrata dal tempo.

    Sandro Angelucci

  4. Pasquale Balestriere

    Perfettamente d’accordo con Sandro Angelucci. “Alla volta di Leucade” lascerà il segno nella storia della letteratura per la robustezza del mito epico-lirico.
    Pasquale Balestriere

  5. Nazario Pardini è un uomo di cultura che non finisce mai di sorprendere, a lui va tutta la mia stima e mi sento di aggiungere che questo artico mette in risalto, molto bene, alcune peculiarità della sua considerevole attività letteraria. Si potrebbe definire il tutto come un piccolo assaggio dell’uomo-poeta, tanto quanto basta per innamorarsene.

    Loretta Stefoni

  6. Il Mito è eterno e chi se ne abbevera non può che illuminarsene. Congratulazioni a Nazario Pardini per la sua eccellente poesia.

  7. nazariopardini

    Mio adorato Professore,

    Ricevo e pubblico:

    Carissimo Professore,
    potrei leggerLa fino alla fine del tempo e stupirmi fino alla fine del
    tempo.Sa posare sulla sacra sponda della poesia autentica la valorizzazione dei classici, l’ulissismo, il mito di Saffo, l’inno alla bellezza di Elena e, con la stessa, incantevole levità, le isole maggiori della memoria,
    la contemplazione, la saudade, il dolore e il sogno. Non so recensire un’Opera di tanta vastità, ma ho il dovere di confessarLe che nel leggerla, con i cinque sensi, ho sentito gli occhi inumidirsi. L’adozione della
    metrica, mai trasformata in gabbia, ma lasciata scorrere sullo spartito dei versi, lascia emergere il timbro, che sottolinea i toni meditativi, indaganti, dolenti, caldi, intensi…
    Se esiste la Poesia del Terzo Millennio credo abbia il volto della Sua, mio
    carissimo Amico… Ancorata al molo del passato, in perenne crescita, priva di artifici semantici, attenta a misurare le figure retoriche, tesa a un futuro
    che non sia alluvione di parole. Ho letto il sostantivo ‘pudore’: di quanto
    pudore e dignità vibrano i Suoi versi? Che infinito Dono, mio adorato Professore!
    Maria Rizzi

  8. Umberto Vicaretti

    Ho già avuto modo di scrivere, recensendo “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, che “la nobiltà di un linguaggio così alto e aulico finisce per dare alla raccolta, paradossalmente, un crisma di rivoluzionaria modernità, se vi sappiamo individuare e “leggere” originalità e invenzione, purezza visionaria e inesausta, straordinaria forza creativa”. Nel confermare quel mio specifico giudizio (da estendere idealmente all’intera produzione poetica di Pardini), aggiungerei che solo ad un miope potrebbe sfuggire la profondità e la disarmante bellezza di quel poièin; e che solo un – per così dire – (a)critico “daltonico” potrebbe scambiare Nazario Pardini per un epigono seriale dei modelli poetici del mondo classico, o confondere la sua sontuosa coniugazione di quel mondo per ciarpame arcaico, vecchiume da consegnare alla mummificazione del passato, residuato di un mondo definitivamente scomparso. Niente di più fuorviante. La lezione di Nazario Pardini, infatti, è tutta qui: nella riproposizione della ineliminabile “modernità” del mondo classico, superbamente certificata da una rivisitazione che fa, di quell’insegnamento e di quel modello artistico, una dimensione – per così dire – “strutturale”, connaturata con le ragioni stesse dell’uomo. Da quel mondo e da quel modello il poeta riparte, essendo la sua scommessa la scommessa stessa dell’uomo eternamente in cerca di risposte. Così Pardini/Ulisse/Icaro di nuovo salpano/prendono il volo, cercano il porto/la luce/l’approdo, in ciò “rischiando” di intravedere la terra promessa, di “indovinarne” le coordinate, di avvertirne quasi il profumo. Ovviamente, più la navigazione e il volo si fanno arditi e alti, più aumenta il rischio del naufragio e della caduta. Ma Pardini, consapevolmente, accetta il rischio, quell’ “azzardo dei confini” che fa del suo volo e del suo dettato poetico un unicum nel panorama letterario contemporaneo. Certo, si può persistere nella contemplazione del dito, piuttosto che guardare la luna; ci si può attardare nella verifica degli ormeggi, nel controllo delle sartie, dei remi, delle vele o nella verifica della resistenza delle ali, così come ci si può perdere e avventurarsi nel groviglio degli sperimentalismi e delle mode, degli avanguardismi e neoavanguardismi, dei minimalismi di ogni risma e natura (e nessuno nega che anche qui potrebbe spuntare un novello Ulisse a nobilitare la ricerca). Ma Pardini preferisce rischiare il naufragio, leopardianamente, nella bellezza di quel mare della classicità, di quella che tenacemente resta, per la parola e per la poesia, un’indimenticata, (ir)ripetibile età dell’oro.

    Umberto Vicaretti

  9. Franco Campegiani

    Quello di Nazario Pardini è un approccio al Mito del tutto sui generis. Qui non siamo in presenza di favole antiche, trite e ritrite, ripetute a pappagallo, ma ci si trova in presenza di racconti inediti, di una nuovissima e originale rivelazione dei moti e dei segreti profondi dell’animo umano. C’è anche l’uomo di ieri, indubbiamente, ma c’è soprattutto l’uomo di sempre. C’è l’essenza che accomuna l’uomo delle caverne all’uomo dell’età spaziale, facendone esemplari diversi di un’identica stirpe.
    Franco Campegiani

    • Il Mito non sempre consiste nelle “favole antiche, trite e ritrite, ripetute a pappagallo”. Le favole antiche, sempre quelle, possono ispirare opere modernissime che indagano nella profondità dell’animo umano. Ne dà prova Cesare Pavese nei “Dialoghi con Leucò”.
      Giorgina Buscs Gernetti

  10. nazariopardini

    Ricevo per e-mail e pubblico:

    Ho già avuto modo di scrivere, recensendo “Alla volta di Leucade” di Nazario Pardini, che “la nobiltà di un linguaggio così alto e aulico finisce per dare alla raccolta, paradossalmente, un crisma di rivoluzionaria modernità, se vi sappiamo individuare e “leggere” originalità e invenzione, purezza visionaria e inesausta, straordinaria forza creativa”. Nel confermare quel mio specifico giudizio (da estendere idealmente all’intera produzione poetica di Pardini), aggiungerei che solo ad un miope potrebbe sfuggire la profondità e la disarmante bellezza di quel poièin; e che solo un – per così dire – (a)critico “daltonico” potrebbe scambiare Nazario Pardini per un epigono seriale dei modelli poetici del mondo classico, o confondere la sua sontuosa coniugazione di quel mondo per ciarpame arcaico, vecchiume da consegnare alla mummificazione del passato, residuato di un mondo definitivamente scomparso.

    Niente di più fuorviante. La lezione di Nazario Pardini, infatti, è tutta qui: nella riproposizione della ineliminabile “modernità” del mondo classico, superbamente certificata da una rivisitazione che fa, di quell’insegnamento e di quel modello artistico, una dimensione – per così dire – “strutturale”, connaturata con le ragioni stesse dell’uomo. Da quel mondo e da quel modello il poeta riparte, essendo la sua scommessa la scommessa stessa dell’uomo eternamente in cerca di risposte. Così Pardini/Ulisse/Icaro di nuovo salpano/prendono il volo, cercano il porto/la luce/l’approdo, in ciò “rischiando” di intravedere la terra promessa, di “indovinarne” le coordinate, di avvertirne quasi il profumo. Ovviamente, più la navigazione e il volo si fanno arditi e alti, più aumenta il rischio del naufragio e della caduta. Ma Pardini, consapevolmente, accetta il rischio, quell’ “azzardo dei confini” che fa del suo volo e del suo dettato poetico un unicum nel panorama letterario contemporaneo. Certo, si può persistere nella contemplazione del dito, piuttosto che guardare la luna; ci si può attardare nella verifica degli ormeggi, nel controllo delle sartie, dei remi, delle vele o nella verifica della resistenza delle ali, così come ci si può perdere e avventurarsi nel groviglio degli sperimentalismi e delle mode, degli avanguardismi e neoavanguardismi, dei minimalismi di ogni risma e natura (e nessuno nega che anche qui potrebbe spuntare un novello Ulisse a nobilitare la ricerca). Ma Pardini preferisce rischiare il naufragio, leopardianamente, nella bellezza di quel mare della classicità, di quella che tenacemente resta, per la parola e per la poesia, un’indimenticata, (ir)ripetibile età dell’oro.
    Umberto Vicaretti

  11. nazariopardini

    Pubblico di nuovo:il commento di Maria Rizzi ricevuto per e-mail, in quanto, quello antecedente conteneva inutili ripetizioni:

    Carissimo Professore,
    potrei leggerLa fino alla fine del tempo e stupirmi fino alla fine del
    tempo.Sa posare sulla sacra sponda della poesia autentica la valorizzazione dei classici, l’ulissismo, il mito di Saffo, l’inno alla bellezza di Elena e, con la stessa, incantevole levità, le isole maggiori della memoria,
    la contemplazione, la saudade, il dolore e il sogno. Non so recensire un’Opera di tanta vastità, ma ho il dovere di confessarLe che nel leggerla, con i cinque sensi, ho sentito gli occhi inumidirsi. L’adozione della
    metrica, mai trasformata in gabbia, ma lasciata scorrere sullo spartito dei versi, lascia emergere il timbro, che sottolinea i toni meditativi, indaganti, dolenti, caldi, intensi…
    Se esiste la Poesia del Terzo Millennio credo abbia il volto della Sua, mio
    carissimo Amico… Ancorata al molo del passato, in perenne crescita, priva di artifici semantici, attenta a misurare le figure retoriche, tesa a un futuro
    che non sia alluvione di parole. Ho letto il sostantivo ‘pudore’: di quanto
    pudore e dignità vibrano i Suoi versi? Che infinito Dono, mio adorato Professore!
    Maria Rizzi

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