A PROPOSITO DEL “REALISMO NEGATIVO ” DI UMBERTO ECO. Commento di Steven Grieco e un appunto di Giorgio Linguaglossa

Steven GriecoSteven Grieco

Il pensiero di Eco è sempre geniale, ricchissimo, una meravigliosa fortezza con tantissime porte per chi entra e chi esce.
Rimane però che ci sono domande che non hanno risposta. E’ questo a cui dobbiamo abituarci, volenti o nolenti, finita da tempo la stagione delle Grandi Certezze, ma anche la stagione della Grande Negazione delle certezze. Sarà pur vero che ci troviamo nella fase postmoderna, dubbiosa, della riflessione filosofica, ma ho l’impressione che il vecchio, ferreo pensiero binario sia ancora in ottima salute.
Forse sarebbe meglio che ci rendessimo conto umilmente, che, ahimè, ciò che sembra vero oggi, forse non lo sarà domani, ma potrebbe esserlo di nuovo dopodomani. Altre grandissime civiltà l’hanno sempre saputo: guai a cercare di legare ciò che è sovranamente libero, di cercare di immobilizzare il resto irriducibile delle cose. Questa semplicissima verità (sì, uso questa parola, “verità”) vale ancora oggi e ovunque nel mondo per l’artista (e forse anche per l’astrofisico) nel momento in cui inizia in lui un certo processo immaginativo e, subito dopo, quando egli tenta in qualche modo di dare espressione a quel processo. La fase creativa del pensiero, insomma. In cui egli deve dimenticarsi di tutto.
Anna Ventura copertina tu quoqueInfatti, in arte, ogni costruzione può, anzi deve, essere distrutta.
Nel mondo della teoria, della riflessione critica, invece, la costruzione logica è certamente importante, essenziale, imprescindibile. Ma comunque persiste, lo ripeto, la brutta abitudine che hanno le idee di slegarsi l’attimo dopo che qualcuno ha deciso di annodarle.
Malgrado ciò, e contraddicendo quello che ho appena detto, dico che il Realismo Negativo di Eco rimane il miglior modo di pensare la realtà del nostro mondo contemporaneo. In questo senso, egli ha lasciato che la domanda rimanesse domanda, e non posso che essere pienamente d’accordo. Se poi tutto ciò ha il sapore del classico bicchiere mezzo vuoto, ebbene, in questo tempo viviamo, e di questo ci dobbiamo accontentare.
Anche perché – non ce lo scordiamo! – il nostro mondo acefalo, così amaro e irriducibile, è anche strapieno di folgoranti sorprese (che non arrivano quasi mai con preavviso).

ritratto di G. Leopardi di Chiarini Vita

ritratto di G. Leopardi di Chiarini Vita

Andando avanti: talvolta mi vien da pensare che la tragedia degli ultimi cinquanta anni stia, in ambito artistico e specificamente letterario, in quel certo gioco combinatorio degli elementi del “reale” che sempre più abbiamo voluto praticare, a nostro detrimento. Visto che si trattava comunque di “finzione”, e non di “realtà vera” (povero Borges!), tutto era lecito, era lecito anche distruggere i giocattoli come fanno i bambini viziati. E’ bene chiamare questo per quello che è: Decadenza, con tutto quello che di negativo che tale parola ci suggerisce. Ahimè, lo stesso Calvino, iniziò dagli anni Sessanta in poi, dopo essere andato “alla corte di Lacan”, a considerare anche lui l’opera letteraria, come un gioco di pezzi interscambiabili secondo sofisticatissime regole. Si può fare, certo: ma bisogna anche capire che l’immaginazione si lascia talvolta catturare dall’uomo, mai dominare. Ecco perché alcune delle ultime opere di calvino sono imparagonabili alla produzione precedente, sempre freschissima, supremamente “semplice” e anche ingenua, ma proprio per questo libera – ad onta di tutti i sistemi interpretativi, dalla critica letteraria classica, allo strutturalismo, alla semiologia, etc.
In realtà, una volta che la stagione, una stagione di autori autenticamente grandi – e in questo caso intendo proprio la prima metà del Novecento, diciamo fino agli anni Sessanta – si era conclusa, si apriva un baratro che forse sarebbe stato meglio attraversare in silenzio, e non con lo stridulo vocio di mille epigoni e funamboli (complice l’editoria mondiale, che sempre più si trovò per “solide ragioni commerciali” a declassare l’opera letteraria a oggetto di entertainment).
439Paul_CelanAd esempio, nell’Ottocento Russo, dopo i primi tre decenni circa di grande poesia – Pushkin e Lermontov e altri – iniziò la stagione della grande prosa, in cui la poesia entrò in una fase di sostanziale silenzio (eccettuando Tjutcev, Fet e qualche altro) che durò fino alla fine del secolo, con l’avvento della seconda generazione di Simbolisti ( e poi tutto il resto, il Futurismo, l’Acmeismo, etc.). Nessuno trovò strano che le cose fossero andate così.
Quando non è la stagione dei carciofi, non si mangiano i carciofi. E se si mangiano lo stesso, non è utile chiedersi angosciosamente, “perche non hanno più il sapore di una volta?”
Tornando alla nostra epoca, ciò che ha contribuito non poco a spingere le cose verso questa odierna impasse dell’espressione artistico-letteraria, è anche un certo semplicismo scientifico, di bassa lega, che vedeva (e ancora vede) il “mondo” e la “realtà” come congegni, per quanto complessi, che il pensiero umano analitico “va rivelando sempre di più”. E quando questo modello interpretativo qualche volta sembra mostrare le corde, allora è subito un altro modello a rizzare il capo, quello del pessimismo, e cioè che niente più funziona, niente ha più senso.

Arsenij Tarkovskij

Arsenij Tarkovskij

Un freschissimo riesame epistemologico della posizione “occidentale”, lo troviamo possibilmente nella Nuova Complessità di Edgar Morin, che apre le porte a una visione del mondo in cui l’uomo non sarà forse mai in grado di pienamente capire non solo i grandi quesiti (“cos’è l’universo”), ma nemmeno la natura intrinseca del più piccolo granello di sabbia.
Non senza continuare sempre l’indagine del Reale, dicono Morin e altri proponenti della complessità, indagine che è in qualche modo naturale all’uomo, che si tratti di Scienza occidentale, Vedanta o Zen.
Devo dire che trovo l’epistemologia della complessità un’ispirazione anche per il mio lavoro di poeta. Perché nel suo articolo Eco non vi accenna?
Lasciando adesso alle spalle questo, aggiungo che sarebbe invece ora che in Occidente ci si slegasse dalla tentazione della Grande Sintesi, della celebrazione del Dio Padre della Conoscenza. In modo definitivo. Questi tentativi sempre e comunque tradiscono la loro altra faccia, quel grande baratro nero che il lontano Parmenide ci ha lasciato in eredità: il Non-Essere. Il Nichilismo.
Quando tutto è esaurito, tutto consunto, quando non c’è più niente: solo allora si apre la porta dell’indicibile.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Appunti di Giorgio Linguaglossa

 

sono sostanzialmente d’accordo su questa piattaforma di pensiero. Il pensiero deve essere negativo, il realismo (per essere vero) deve essere negativo. Ma non Negare per affermare… condivido il negare in quanto non-Fondare, ma Negare in quanto Negare. Negare in quanto il miglior modo per asseverare. Non soltanto quindi contro Parmenide, ma anche contro Hegel, contro la dialettica dello spirito che vuole inglobare tutto. “Il tutto è il totem” scriveva Adorno, e lo condivido. Il totem è pensare che pensare significhi andare alla scoperta del nuovo Fondamento. E, invece, semplicemente, non c’è alcun Fondamento, non c’è alcun Dio. E gli dèi sono tramontati. C’è dinanzi alla nuova forma di civiltà che stiamo abitando questo timore di non riuscire ad attraversare l’effimero della mancanza di Fondamenti forti. Quindi pensare come Albert Caraco o come Cioran o come qui da noi il filosofo siciliano che faceva il paroliere alle musiche di Battiato…
Forse, a pensarci bene, c’è un Fondamento: il Fondamento debole: ci sono io che penso… l’io che può mettere tutto in discussione…

*

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Il problema posto da Bertoldo di distinguere il “realismo” dalla “immanenza” cui conducono le recenti versioni postmodernistiche mi sembra sia centrale. Ma anche la categoria di “realismo” deve essere in qualche modo detassata da ogni improprio carico di immanenza teologica e positivistica. Il “realismo” è, oggi, una categoria “debole”, se la vogliamo dire tutta, e con tale aggettivo, e da qui occorrerà ripartire prima o poi per spazzare via tutta la muffa di una cultura che ha speculato su un concetto di realismo a proprio uso e consumo. Ma di qui ne derivano conseguenze importanti, e innanzitutto: “debole” perché e rispetto a che cosa. Se il “realismo” è una categoria debole rispetto a cosa si può misurare visto la caduta delle categorie “forti”? In fin dei conti oggi noi dobbiamo soggiornare entro l’orizzonte di categorie deboli, non abbiamo altra scelta.

Dirò di più: il problema del “realismo” è un falso problema, la nostra visione è antropocentrica in ogni caso e in ogni modo, ma il veleno che io poso sul tavolo è diverso dal vino che sta sempre sopra il mio tavolo; se bevo l’uno muoio se ingerisco l’altro ne provo piacere. Quindi il reale c’è, e questo il senso comune lo sa fin troppo bene, ma è l’utilità che è differente… e qui inizia il mondo sociale a stabilire le sue differenze e i suoi assiomi, ma si tratta beninteso di categorizzazioni ontologiche “deboli”, in quanto possono essere sostituite con altre categorizzazioni “deboli”, possono essere falsificate, o verificate, o temporaneamente essere né vere né false.

Ma non tutto ciò che alberga all’interno delle categorie “deboli” deve essere “debole”, la cosa non è così semplice, ci possono essere categorie “forti” che stanno in contiguità con le categorie “deboli”..

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