Luigi Manzi – UN INIMITABILE ITINERARIO POETICO (1981 – 2014) con uno scritto di Gezim Hajdari e un Commento di Giorgio Linguaglossa

Luigi Manzi con Seamus Heaneay (1981)

Luigi Manzi con Seamus Heaneay (1981)

Presentazione di Gezim Hajdari

La voce alta e drammatica, quasi oracolare, che si esprime nei suoi versi sovrasta le rovine di un mondo arcaico e rurale, divenuto memoria di se stesso. Un mondo che sta scomparendo per lasciare posto all’inesorabile avanzata dell’alienazione

Helene_Paris_J.L. David.

urbana, specchio opaco di una globalizzazione disumanizzante. Il disagio e il male di vivere che vengono generati dal conflitto perenne fra queste due realtà e modi di essere segnano una profonda, terribile lacerazione del tempo vissuto; come pure la sensazione che la parola poetica sia incapace di rimarginare le ferite. Fuorivia, scritto in uno stato di elevata percezione, è in fondo un esilio dentro gli inferi dell’io centrale del poeta, laddove i conflitti risorgono in forme e figure inquietanti. Il libro è insieme testimonianza e presagio. Tanto da fare di Manzi l’unica voce, nel panorama della poesia contemporanea italiana, capace di rinnovare la tradizione visionaria.
Da sempre al di fuori delle gerarchie ufficiali, Manzi appartiene all’ultima generazione dei classici italiani che fanno grande la poesia di questo Paese, ormai costretto dagli spasmi di una grave crisi sociale e morale a ripensare i limiti e l’orizzonte della modernità.
(Gëzim Hajdari)

 

Dario Bellezza scriveva nella prefazione a La luna suburbana (1981) che “la tradizione in cui si ascrive Luigi Manzi è difficile da individuare; il visionarismo panico non non è mai stato proprio della poesia italiana, se si eccettua forse certo d’Annunzio e Campana; la tradizione ermetica, quella neorealistica fino al trionfo metalinguistico della neovanguardia hanno minato la possibilità del poeta italiano di procedere per illuminazioni invece che per ragionamenti e glosse illeggibili; così Manzi è in una via di mezzo: da una parte vorrebbe tener testa alla sua capacità di visione, dall’altra vorrebbe addormentarla in nome di uno sperimentalismo che è proprio della stagione piena di fermenti che va a cavallo degli anni Sessanta e Settanta. Può, Manzi, non scegliere per virtù di poeta ricco e sanguigno che le mode non possono guastare; pure non si può negare che, figlio del suo tempo, il poeta abbia subito il fascino non solo della poesia classica, ma anche dell’esistenzialismo ideologico di quegli anni”. Se c’è un poeta che che contraddice l’impostazione binomiale (sperimentalismo e linea lombarda) della poesia del tardo Novecento, è proprio Luigi Manzi. L’occasione per una rilettura della poesia di Manzi ci è fornita dalle due recenti antologie: Il muschio e la pietra – Guri dhe myshku (trad. in albanese di Gezim Hajdari, Nardò, Besa, 2004) e Rosa corrosa (2003), che includono una vasta selezione di testi che vanno da La luna suburbana 1967 – 1981 (1981), Cuore di lepre (1987), Amaro essenziale (1987), Malusanza (1989), Aloe (1993), Capo d’inverno (1997), oltre un gruppo di poesie inedite.

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa

La prima riflessione che viene in mente è la straordinaria coerenza del percorso poetico del poeta romano, che ha attraversato e bucato la rivoluzione mediatica degli anni Sessanta in giù. Un lessico spoglio, inattuale, tutto concentrato e rastremato ed un fraseggio prosodicamente attrezzato sul pedale basso della desublimazione e podisticamente calibrato sul verso libero. Se confrontiamo l’incipit dei una delle poesie degli anni Sessanta (“Che si può dire in generale di questi uccelli veloci / che al fioco rumore della lanterna dei miei passi / volano via a grappoli dal cespuglio di fichi”), con una delle ultime poesie inedite, troviamo lo stesso lessico basso e spoglio, stringato, lo stesso timbro, il medesimo cromatismo delle immagini antimodernistiche (” Brilla il falcetto del cantoniere / che, alto sopra la parete, / si tiene a un mazzo / di capelvenere “). Poesia fatta a sbalzo, con lo scalpello su di un marmo poroso e grezzo, figuralità premoderna, di ciò che è scomparso ( il cantoniere, la lanterna, il pescatore ); gli “uccelli” sono spesso designati nella sostantivazione astratta, ipostasi metafisiche che rimandano e riecheggiano la poesia di matrice simbolistica, oppure sono merli, cucù, c’è il tordo; il tempo è sempre un tempo di confine, di transizione, di latenza, preferibilmente l’autunno; i paesaggi sono sempre tutti rigorosamente appartenenti alla figuralità della civiltà preindustriale. C’è qualcosa di scabroso ove balugina, qua e là, un dualismo antinomico personificato dalla “lepre” e dalla “volpe”, trapela una atmosfera di “violenza e lussuria”. Il repertorio tematico e iconografico del simbolismo viene sottoposto ad severo processo di revisone critica: la superficie compatta di questa poesia indica come la figuralità arcaica depone a favore di un messaggio poetico ostile alla ratio della comunicazione mediatica.

Stilisticamente convivono un classicismo post-liberty e post-decorativo che si riallacciano all’unico grande poeta metafisico del primo Novecento: Dino Campana. Nella poesia di Manzi i segni dello “sfacelo” sono sottintesi ed intesi oggettivamente quale repertorio figurale. Con le parole di Adorno: ” i segni dello sfacelo sono il sigillo di autenticità dell’arte moderna, ciò mediante cui essa nega disperatamente la compattezza del sempre uguale”. Poesia che si rivela disperatamente “moderna” nella misura in cui allontana da sé ogni repertorio della modernità, resistenza spasmodica condotta con tutti i mezzi e con tutta la combustione di cui questa poesia è capace avverso la forma di merce dell’arte e i simulacri della “bellezza”:

*

Me ne vado per le fiere
a cantare, bere, bere.
Quanti bimbi scarmigliati. Quanti uccelli nella luce.
Io ho invece la mia croce. Porto vino per le fiere.
Lo distillo dal furore.
Poi lo spillo,
bere, bere.
Com’è scuro, scuro, scuro.
Come schiocca nelle vene
nere, nere.
Vien dal succo del penare,
vien da piaghe di catene.
Cola cupo
nel boccale .

* da La nuova poesia modernista italiana, Giorgio Linguaglossa, Edilet, Roma, marzo 2010

*

 

L’eco

Raggiungimi, dunque. Qui si tocca il cielo stellato
e il richiamo della ghiandaia pulsa ininterrotto.
A notte alta viene l’eco del cane forestiero
che al fondo delle valli insiste
e s’arrovella.
Forse sei in cammino. Ascolto il suono dei tuoi passi sul selciato
rimandati dall’andito.
Resto in attesa. Nel buio gelido risuona
il canto liquefatto del viandante che si ferma all’angolo
e al tuo somiglia; eppure tu sei altrove
e lui, per darmi ristoro,
a poco a poco s’addormenta, lascia che la melodia
si stemperi sulle labbra
e lenta
si disperda.

da Fuorivia, Ensemble, Roma, aprile 2013

Luigi Manzi e Edoardo Sanguineti

Luigi Manzi e Edoardo Sanguineti

Se potessi vedervi

Se potessi vedervi, giorni a venire,
oppure scoprire i tornanti della vita,
conoscere le spine al riparo delle foglie;
forse ora, su questo balcone dirimpettaio
alla fanciulla che si snuda,
mentre si guarda allo specchio e pare una mela primina,
e s’accarezza la treccia
nel bagno d’oro della luce;
ah! se fossi certo della bruma, allora,
che mi pieghi a balestra
la passione che resta, e in una volta sola
scocchi la freccia d’amore, fino alla sua bocca
rimasta come una ferita maliziosa
fra le imposte socchiuse.

(da Capo d’Inverno, 1997)

Luigi Manzi beveA ritroso

Corre nella pianura
il cavaliere obliquo in sella
al morello ombroso.
Dov’è la luna? chiede
e mostra il volto vuoto.
Il giorno e la notte
sono l’uno nell’altra –
risponde la bimba che salta la corda
con la treccia in mano –
il tempo qui non esiste,
c’è solo eternità;
cammini a ritroso
nel tuo tempo che passa
e il destriero è il nulla
dell’immutabilità.
Io sono te stesso: amami
solo per il piacere,
senza felicità.

( da Mele rosse, 2006)

*

Fra tutte

Fra tutte le rose tu, rosa essenziale,
mia alba serena venuta alla foce, mia
luna traslucida impigliata al fogliame,
mia lama;
fra tutte le rose tu, rosa sovrana,
mia riva pescosa arabescata dal mare, mia
isola chiara levigata dal fiume,
mia cruna;
o mio tormento, mia malattia;
rosa dispersa per ogni piega, dentro ogni vena,
mia schiava minuta, mia assoluta regina;
tu, mia follia, mia gola assetata,
screziata forma
desiderata.

(da Aloe, 1993)

*

Sesterzio

Sesterzio

Al mercato il giocoliere
pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci.
Di lato, la baldracca mostra la pancia al lenone
che titilla la catena d’oro
sul riquadro del petto. Un giovane indù
versa albicocche nel cesto,
poi lo solleva e se ne va.
Un rospo attraversa la piazza;
una rondine cuce e scuce
il cielo a zig-zag.
C’è odore d’acetilene nella cisterna;
gli operai con la testa che penzola
fanno luce sul fondo. Se si osserva bene,
il bimbetto che si sorregge allo sporto
ingoia il filo e riemette
un gomitolo.

*

In seno

Le gru osservano la città dall’alto;
sanguinano nel vespro,
come rosolio in un cucchiaio.

In seno a te riposo,
mio sobborgo disossato; mi ristoro
dai viali occlusi, dalle trombe altisonanti
sulle guglie.

In te riaffioro sgombro d’ogni assalto
o contumelia.

E quando ritorno qui, fra gli alti
spigoli di roccia,
provo il volo con la mente,
quasi fossi
di nuovo ritto
in cima al picco, felice quanto
un avvoltoio.

*

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Luigi Manzi con Seamus Heaneay (1981)

 

Presagio

Il geco, la vipera, il falco sul combusto
altopiano. Il tabacco giace arricciato
sopra i teli di canapa. Ti parlo, anche se tu non ascolti
mentre ti muovi in silenzio sui colli
abrasi, senz’uve.
– L’afa occlude la bocca,
come un sasso. Nella radura il traliccio girevole
dell’acquedotto
pende sulla vasca in frantumi – Ma già il ramo fulvo
che sporge dal petto dell’acero, è il presagio
del tempo futuro. Così io mi rivedo nell’arbusto costretto
nell’interstizio del muro: ultimo rifugio
dove l’arida radica
si nutre di tufo.

Jean Cocteau Il testamento di OrfeoNeppure

Neppure l’indizio breve d’un messaggio.
Nel perimetro deserto
tutti sono altrove. Nessuno ha lasciato
orma né traccia.
Eppure ciascuno è al suo posto,
dentro il proprio profilo. Possibile
che il bimbo
che trascina l’oca al guinzaglio sia scomparso persino
laddove è rimasto?

Afa

Tentenna il geranio. Nel bosco
la rana schiocca. Manca il respiro
nel deserto di zolfo.
Resto inerte – nell’afa –
a presidio del corpo. Non mi muovo.
Nell’incendio dell’aria,
la poiana ascende, colore di selce,
turbina nell’assalto.
Ha catturato se stessa,
e ora s’ingozza.

Ohlalà

Ohlalà, nella bocca rotonda
la bimba schiocca la lingua.
L’allampanato signore che suona il violino
si leva nell’andito buio: ha smesso
il brano della romanza.
Il marmoraro ha rifatto il filo al bulino. Il lattaio
ha ripreso il cammino.
La bimba,
fra le mani chiuse a conchiglia,
mostra un corvo.

Orfeo suona la lira

Orfeo suona la lira

L’ospite

Scrivi d’insonnie, di sonorità perdute.
Tu puoi ascoltare l’ortica e il caprifoglio
mentre crescono lungo i fossi; seguire di soppiatto
la lepre timida che salta nel cespuglio
o fissare la vipera prima dello scatto.
Eppure non ti è permesso entrare in città, se non
girovagare presso le mura;
essere l’ospite che mostra di sbieco
il suo lasciapassare.
Ti mozzeranno la lingua con un colpo,
la daranno in pasto alle larve senza lingua
per mutarla in altra lingua. Solo i dispersi.
ti presteranno ascolto.
O coloro che in silenzio
procedono sul bordo.

Tornanti

Chiuse le imposte e salutato il firmamento, il custode
abbandona la soglia per risalire il sentiero
che in larghi tornanti
lo conduce alle serpi che dormono
nel cavo dei dirupi.
Lungo il viaggio notturno – puntigliosamente –
ha divelto gli aculei alle siepi,
accarezzato gli stecchi, fino a quando
è apparsa la capra fra le prime nebbie, a dargli cenno
con lo sguardo raggelato.
Intanto in cima alla roccia il cavallante osserva l’Orsa
nel cielo antelucano.
La sorveglia coi sospiri.

*

Torno dove un tempo ero già stato.

Da qui ti chiamo
senza voltarmi; vado incontro all’orizzonte
carico di nubi vorticose.
M’allontano fra le siepi del sambuco tormentato
dalla merla, carico di bacche sanguinose. Il passo
ci divide. Procedo cauto
fra le bisce che succiano i coralli lungo gli argini
e il ramarro disteso nel turchino
a occhi socchiusi.
Però tu in città salutami gli amici; raccontami
il livore di chi, lungo le strade,
cerca un rifugio disperato
alla piena che travalica i ponti, tracima
dalle caditoie. Dimmi di chi è rimasto
fra i meandri rugginosi;
o si muove guardingo sotto gli ovuli grigi delle cupole;
o nel bianco nitore dei fulmini,
che appaiono e dissolvono,
si contrae esterrefatto
dentro un fotogramma.

(da Fuorivia, 2013)

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