Francesca Diano – Congedi. Viatico in undici stazioni

Francesca Diano è nata a Roma ma vive a Padova. Laureata in Storia dell’Arte, ha vissuto vari anni a Londra e a Cork, in Irlanda, dove ha insegnato all’università. Traduttrice letteraria e consulente editoriale di narrativa, saggistica e poesia dai primi anni Ottanta, sia dall’inglese che dal tedesco, per Cappelli, Fratelli Fabbri, Neri Pozza, Guanda, Crocetti, ha tradotto molti grandi scrittori e poeti americani, irlandesi, angloindiani, alcuni dei quali ha fatto conoscere per la prima volta in Italia. In particolare, nel 1998 ha curato per Neri Pozza, l’edizione italiana delle Fairy Legends (1825) di Thomas Crofton Croker, il pioniere del folklore irlandese, di cui si occupa da molti anni ed è la traduttrice italiana delle opere della scrittrice indiana Anita Nair. 
Come scrittrice, nel 2012 ha vinto il 42° Premio Teramo per un racconto inedito. L’unico premio cui abbia mai partecipato. Ha pubblicato la raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele,  (Padova, Edizioni La Gru, 2013) e un suo racconto è incluso nella raccolta Io sono il Nordest, (Adria, 2016). Nel 2016 ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese (Carteggi Letterari Le Edizioni)

cop francesca diano1.

Congedi. Viatico in undici stazioni

VII
LA LEGGE

Tra il borgo e il bosco, solamente una striscia
Di terra spoglia, e di erba giallastra.
In questa terra erano venuti
I nostri padri traversando il mare
Su vascelli di legno e le case del borgo
Son fatte del fasciame delle navi
A ricordare che un mare ci separa
Dal passato – che in una terra nuova
Il nostro cuore sarebbe salpato
Solcando nuove rotte – nuove vite.
Ma non intero il cuore e l’anima divisa
Tra passato e futuro. Tra borgo e selva
Inesplorata – dove potente sussurra
Un richiamo che io sola intendevo.
Ed eccovi schierati – come tanti birilli
Come un muro di cinta da cui tenermi fuori.
Autorevoli, onesti cittadini
Le vesti nere, il cappello e le scarpe
Con le fibbie d’argento bene ornato.
Tutti in fila – con lo sguardo severo
Ed io la peccatrice – giudicata da voi.
Le vesti lacere – i capelli selvaggi.
Ma era per la fame. Avevo fame
E nulla da mangiare.
francesca dianoTu mi guardavi, dall’alto del tuo rango
Di borgomastro ed io, la tua serva
Giovane e bella – mi dicevi allora.
Ma la bellezza non mi dava cibo.
Anche tu avevi fame. Un’altra fame.
Segreta, inconfessabile, ossessiva
Che attirava i tuoi sguardi
Su di me. Ma tua moglie,
La signora, padrona della casa,
Degnamente il tuo rango rispecchiava
Nella sua veste nera e con la cuffia bianca
Ornata di merletti, i gioielli preziosi.
Ma lei non ti sfamava.
Il corpo inaridito dalla dura virtù
Di donna onesta. Lo sguardo austero
E le labbra tirate – una fessura amara.
Come potevi sperare che il segreto
Non ti esplodesse in mano
Devastando quell’ordine e la legge
Dietro cui nascondevi i tuoi terrori
Le tue incertezze di senzapatria?
Avevo fame e il mio sguardo di selvaggia
Che ti accendeva dentro
No, non era per te – ma per il pane
Che poi mi avresti dato.
Io provavo ribrezzo del tuo corpo
Delle tue mani bianche – senza segni.
Non avevi vergogna di accoppiarti
Quando la tua di fame t’accecava.
Mai vidi compassione nei tuoi occhi
Ma avida follia. E quando un giorno
Il tuo peccato gridò la sua presenza
Perché non c’era legge che valesse
A tacere il crescendo della fame
Che ti mordeva l’anima
Io sola fui accusata. Io t’avevo stregato –
Dicesti. T’avevo preso l’anima
Con malefici e inganni – e mi scacciaste.
Votata a morte certa in quella selva
Vasta come l’oceano. Ma non avevo nave
Su cui salpare. O un porto.
Tu – il borgomastro – tu eri la legge.
Tutti mi giudicaste. Per non vedere
La trave che accecava i vostri occhi.
Con il dito puntato mi scacciaste.
Tu – nel vedermi andare –
Piegata in due per la disperazione
Provasti del sollievo.
Se ne andava a morire
Con me la tua vergogna.
Io la selva – voi il borgo
Io la strega e voi tutti la legge.

cop francesca diano3.

VIII
IL NULLA

La gola trema delle parole che s’avvitano
Come convolvoli alla tua fronte lunata.
Con te – dico – con te oltre le vette.
Niente più conta. Di tutto il resto
– e ti porsi la mano.
E quando uscii dalla mia casa che guarda il mare
Tacendo la tempesta del segreto – il cuore un lago inquieto –
Era per sempre. Non sarei mai tornata.
– Sali sulla mia nave – questo dici
Con un sorriso irrequieto a cui fui cieca.
Ed io salii. Per volare oltre me stessa
Per adattare il mondo alla tua sorte
Che diviene la mia contro la morte.
La morte t’è sbocciata tra le mani
Pervasa dal languore dell’assenzio
Che fu l’assenza dell’una parola mai détta.
Dètta dentro il tuo spazio limitato
Da cortei virginali di promesse
La legge degli opposti – la sinergia
Di feroci dolcezze che lambiscono il corpo
Con lingua di predone. Come radici malate
Fitte nelle midolla.
Umidore e rossore – rivoli come serpi
Sanguigne sulla pelle a fiotti da voragini
Slabbrate urlanti erompono in sorgenti.
Via se ne fugge la vita verso cui son fuggita
Resta sulle tue mani ormai svuotate
L’odore del mio sangue.

IX
LA PROFEZIA

Non mi voleste credere
Quando con il rigore della logica
Vi annunciavo il pericolo
La fine che incombeva su noi tutti.
Non ero un sacerdote né un veggente
Ma la mia mente seguiva i meandri
Della realtà che cela il suo disegno
Finale in ingannevoli apparenze.
La gente ch’era giunta da oltremare
Era contaminata. La purezza
Del cuore non era in loro e germinava
Soltanto il seme della distruzione.
Non mi voleste credere
Quando – leggendo i segni delle azioni –
Vi indicavo la falsità – l’opportunismo
Degli stranieri dalle lunghe barbe.
Sapevo calcolare riflettere e dedurre
Pur nel terrore di quello che vedevo
Quel che svelavano le relazioni
Dei messaggeri inviati alla scoperta.
Vi supplicavo invano di ascoltarmi

Di capire con me che il salvatore
Annunciato da tempi immemorabili
Che quel Santo che il mare avrebbe reso
Non era giunto. Non era lì tra loro
Il Dio Serpente – lì tra quella gente
Che si fingeva amica e ci avrebbe annientati.
Erano umani – come tutti noi
Ma avidi e bugiardi. Abili nella guerra
E nell’inganno. Voi non voleste credermi.
Avrebbero travolto e devastato
Distrutto e cancellato millenni di sapere.
E fui un vigliacco. Non seppi sostenere
L’orrore preannunciato – la morte d’ogni cosa.
Non la seppi affrontare con voi la fine.
Ero un aristocratico e il mio mondo
Era fatto di studio e di bellezza.
Ma la mia logica – la mia conoscenza
Non furono sorgenti di coraggio.
Quando salii sulla scogliera alta
Guardai le rocce aguzze e il mare ribollente.
Nel mio ultimo volo – a braccia aperte
Come un uccello dalle ali d’oro
Scorsi la libertà dalla paura.
Non percepii la fine. Non la morte.
Solo il mio corpo – disteso sulle rocce
Vidi dall’alto. Libero
Libero ormai – compresi.
Il mio posto era lì – con la mia gente.
Tolsi a me stesso e a voi la mia presenza.
Non mi voleste credere
Perché a me stesso io pure non credetti.

*

Una parte consistente dei miei interessi si concentra sullo studio del folklore  e della tradizione orale irlandese, iniziati alla fine degli anni 70 grazie alle Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland, di Thomas Crofton Croker (Londra, 1825) il primo testo di leggende orali mai pubblicato sulle isole britanniche, tradotto in tedesco dai Fratelli Grimm,  famosissimo in tutto il mondo ma da noi sconosciuto, di cui possiedo copia della prima edizione originale. Una prima edizione a mia cura fu pubblicata da Corbo&Fiore nel 1994 e nel 1997 da Neri Pozza con enorme successo col titolo Leggende di Fate e tradizioni irlandesi, pubblicazione che ha avuto molte ristampe e molte edizioni. Nel 1998, durante il mio soggiorno in Irlanda, ne ho curato anche l’edizione anastatica per l’editore Collins per celebrare il bicentenario della nascita di Croker e in quell’occasione l’Irish  Times pubblicò in seconda pagina una mia intervista. Il volume in italiano è stato poi presentato all’Ambasciata d’Irlanda a Roma su invito personale dell’Ambasciatore.Ho organizzato mostre, convegni, eventi culturali e concerti , tra cui l’allestimento dell’Harlekin di K.H. Stockhausen con maschere di Donato Sartori all’auditorium del Conservatorio di Padova per mimo e clarinetto e un evento sulla letteratura indiana per “Terrazza sull’India” al Festival dei Due Mondi di Spoleto, in cui sono stata anche relatrice.Ho pubblicato saggi e articoli su libri,  riviste e quotidiani, ho svolto e svolgo un’intensa attività di conferenziera. Collaboro col blog Scrittori in Causa (Sui diritti degli scrittori e delle scrittrici)  e col  blog Moltinpoesia.Dai primi anni 80 sono traduttrice letteraria di narrativa, saggistica e poesia. Tra i miei autori, Thomas Crofton Croker, Kushwant Singh, Themina Durrani, Pico Iyer, Susan Vreeland, Sudhir Kakar e molti altri e sono la traduttrice italiana di Anita Nair. Ho tradotto testi di poetesse angloindiane e di poeti irlandesi. Nel 2010 ho pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese. Miei testi sono stati pubblicati su vari blog letterari tra cui  MOLTINPOESIA  CARTESENSIBILI e FERNIROSSO

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4 commenti

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4 risposte a “Francesca Diano – Congedi. Viatico in undici stazioni

  1. GRAZIE Giorgio! Grazie di cuore

  2. Non era semplice indovinare la chiave di violino di questo pentagramma stilistico, anzi, era un sentiero irto di ostacoli e di trappole. Particolarità della poesia di questo “Viatico in undici stazioni” è il recupero della tecnica degli analettici (si chiama analessi la posticipazione di un avvenimento della fabula nell’intreccio – fenomeno simmetrico è la prolessi in cui si ha la anticipazione di un avvenimento rispetto a un altro) per sezioni anteriori alla narrazione di base. Tipica procedura di derivazione narrativa che viene importata nella poesia. Altro elemento da evidenziare è il montaggio che la Diano fa: il procedimento del “ritardamento” di un evento mediante la inserzione di digressioni e di riflessioni ad opera del personaggio femminile centrale. Attorno a questo asse portante: cioè la narrazione dell’evento narrato, si svolgono i motivi laterali che vengono ad intrecciarsi con la fabula centrale.
    Ovviamente. qui il tono e il lessico della dominante stilistica sono quelli del piano medio-alto del linguaggio, che concede all’autore la possibilità di svariare in basso e in alto mediante l’impiego di immagini e di iperboli (rare).
    Qui è la forma-poesia che fa propria tuta una serie di tecniche retoriche di origine narrativa, la capacità inusuale della Diano sta tutta qui, nel maneggiare un piano del linguaggio che oscilla tra l’andante largo e il moderato, il flusso del discorso ha la dispersione equilibrata degli accenti tonici, cosa che influisce sulla dominante stilistica senza sbilanciamenti metrici e fonici. Metrica e fonica procedono insieme lungo il viale alberato dello stile sobrio e pacato.

  3. Giuseppina Di Leo

    Perdonate, capita quando si hanno due blog sotto mano.
    Questo il commento per Francesca Diano:
    Il commento di Giorgio Linguaglossa aggiunge spunti importanti per addentrarsi nel nei versi, bellissimi, di Francesca Diano da altri angoli visuali, per coglierne le molteplici sfumature.

    Chiedo a Giorgio Linguaglossa di cancellare il commento precedente.

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