Una poesia di Wislawa Szymborska e una Intervista di Federica Clementi

Wislawa Szymborska

Sono io, Cassandra

E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,

e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se non fossero mai esistiti.

Ora lo rammento con chiarezza:
la gente vedendomi si interrompeva a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma amavo dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e da dove nulla è più facile del vedere la morte.
Mi dispiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

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Evelyn de Morgan, Cassandra

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di

È andata come dicevo io.
Però non  ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

*
W.S.: Sa, nella traduzione a volte bisogna trovare una ritmica diversa. Purché suoni naturale quel che si sta leggendo in traduzione.

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.

F.C.: Ho notato come anche nelle Lektury Nadobowiazkowe, Lei non lasci mai sfuggire neanche un’osservazione, un commento sulla traduzione del testo preso in esame. Quanto è importante per Lei come vengono tradotti i testi e cosa è per Lei l’interpretazione? Che significato ha questo termine, si può interpretare la poesia, ad esempio?

W.S.: Se prendiamo qualcuno che legge un verso, ad alta voce, e magari in pubblico, questa è già interpretazione: un tipo di interpretazione. Io amo quando un attore, un declamatore, legge i miei versi come se pensasse a voce alta. Vorrei fosse interpretata così la mia poesia. Nulla di più. La cosa peggiore è la nadinterpretacja (metainterpretazione): il voler aggiungere un qualcosa in più, qualcosa di troppo, che non c’è, alla poesia. Invece, sempre riferendomi ai miei versi, mi piace quando vengono letti guardando in faccia il pubblico, come in un discorso, con nonchalance, come si stesse riflettendo ad alta voce.
Questa è l’interpretazione che trovo più adatta ai miei versi.

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F.C..: E per quel che riguarda l’altra forma di interpretazione, la traduzione. Lei desidera che la sua poesia venga tradotta mantenendo il più possibile il senso letterale o le preme di più che l’armonicità e il ritmo vengano conservati. Più letterale o più ermeneutica?

W.S.: Ad ogni autore interessa soprattutto che quella poesia tradotta in una lingua straniera, suoni come fosse stata scritta in italiano, in inglese, in tedesco… Perché non vi risulti nessuna artificiosità, falsità, che al suono o alla lettura di quelle parole possa far dire immediatamente “ah, ah! è una traduzione”. La naturalità è indispensabile. E poi bisogna saper arrivare all’anima del verso; inutile arrovellarsi intorno al senso stretto. E’ necessario scoprire e comprendere su cosa l’autore vuol mettere più forte e deciso l’accento. L’accento di valore (contenuto), mentale, va a tutti i costi rispettato. E per quel che riguarda l’aspetto più letterale, dove siano presenti rimandi, riferimenti specifici, eccetera, va tenuto presente che non ogni termine di paragone o riferimento sarà accolto e sentito nello stesso modo in una lingua straniera, e allora bisognerà fare ricorso ad uno nuovo che si adatti alla realtà nella quale la lingua della traduzione si muove.

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F.C..: Le capita mai di pensare a quale sarà la traduzione di un verso che scrive, come uno specifico riferimento o gioco di parole e rimandi possa essere risolto in una lingua straniera?

W.S.: Mai. Veramente mai. E bisogna in anticipo darsi ragione del fatto che prima di tutto si scrive per un lettore familiare, nativo del proprio Paese, che parla la nostra stessa lingua. E non è possibile stare a pensare nell’atto della scrittura “non posso usare questo o quel vocabolo perché non è traducibile in nessun’altra lingua”. Forse esistono persino poeti del genere, che si danno preliminarmente di queste dritte, ma fanno del male solo a se stessi; che ci pensino i traduttori a tradurre, che risolvano loro il problema, il cui risultato solo in seguito potrà interessarmi, ma non mentre scrivo: in quel momento non mi sfiora l’anticamera del cervello. A scrittura ultimata sarà il traduttore a doversi stancare! E potrà risultare a volte che un verso, è spesso il caso dei miei, non sia traducibile. Bene, che non lo traducano, allora. Pazienza! [ride di cuore]

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