Steven Grieco. Sulla Poesia: La restaurazione della middle-class – II parte – Una poesia: IL BUON AUGURIO ovvero “Die Entzauberung der Welt”

Steven J. Grieco-Rathgeb, poeta, traduttore e ideatore di progetti letterari. Nato in Svizzera nel 1949, da padre italo-americano e madre svizzero-tedesca. Vissuto a Parigi, Roma, Zurigo, Firenze, Jaipur e in Epiro (Grecia). Parla Inglese, Italiano, Francese, Tedesco. Buona conoscenza di Greco, Russo, Hindi-Urdu. Vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). Collabora da venticinque anni con l’ufficio stampa del gruppo industriale paneuropeo KME,
leader mondiale nella produzione e commercializzazione di prodotti in rame, curando, fino al 2004, la rivista in inglese SMI Review Art & Technology. Dal 1977 al 1984 ha vissuto nella campagna toscana, dedicandosi alla produzione di vino, olio d’oliva e alla coltivazione di piante aromatiche ed officinali. Dal 1980 pubblica poesie e racconti in riviste di Bombay e Delhi.
Attualmente collabora con la rivista in lingua hindi Samas. Ha partecipato, negli anni, a diversi eventi letterari con letture di poesia, organizzati dalla Sahitya Akademi di New Delhi, l’Accademia Nazionale delle Lettere e dall’Università del Rajasthan.
Nel 2006, ha presentato, all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in collaborazione con Shree Ashok Vajpeyi, intellettuale e poeta hindi, sue traduzioni della produzione del poeta urdu Mirza Asadullah Ghalib. L’anno seguente, una selezione del lavoro è apparsa in “Pagine”, rivista letteraria romana.
Con l’appoggio dell’Indian Centre for Cultural Relations (ICCR), prosegue il progetto delle traduzioni della poesia di Mirza Asadullah Ghalib che prevede la pubblicazione in Italia di un intero volume di Ghalib nel tradizionale componimento “ghazal”; questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare, in Italia, la poesia del grande poeta urdu, in chiave non strettamente filologica e più accessibile agli amanti della cultura e della poesia.
Attualmente sta ultimando un altro progetto di traduzione in lingua inglese di poesia giapponese waka del periodo Heian, in collaborazione con il Prof. Teppei Yamada, dell’Università Meiji di Tokyo.
Ha pubblicato Maschere d’oro (Biblioteca Cominiana, 1997), raccolta di 33 poesie in italiano. Nel 2016 esce per Mimesis Hebenon la raccolta poetica Entrò in una perla. Dieci sue composizioni sono presenti nella Antologia di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016).

Steven J. Grieco-Rathgeb

 IL BUON AUGURIO  ovvero
 “Die Entzauberung der Welt”

La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera,
e questo paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“Fermi!» esclamò d’un tratto il Regista:
«avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!»

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.
Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le spente scenografie
come fantasmi, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte, «Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!» e tonfi sull’assito, le grida di stupore
quasi visibili nell’aria
che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista,
sprofondato nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su,
quasi gioisse di noi, o di queste fronde d’albero che ora stormivano
solo immaginandosi;
quasi ce l’avesse fatta, avesse infine preso il largo
un re dalla mantella azzurra in una barca sull’oceano,
in viaggio verso la salvezza.

Altro non potei fare che cercare in me
il tuo viso nella sua estrema, sfaccettata durezza,
da cui tuttavia sorgevano molteplici profondità,
sul semplice amalgama di sabbia
la luce respinta si approfondiva in un lungo
corridoio, e da laggiù avanzavi,
seppure di sbieco superavi uno dopo l’altro i rovelli,
lo sguardo non più derubato avanzava fermo
oltre i molti presenti in ogni dove, la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.

Di nuovo guardai lo specchio. Era una finestra. E il paesaggio
un inaspettato presagio.
I campi di grano, morbida onda, prossimi ormai alla mietitura,
il fiume verde-bruno che muove tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri:
e molto più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
qualche usignuolo.

“Non vedete,” gridò ancora la voce fuori campo,
“come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo – volto del paesaggio
– in questo conoscersi e non riconoscersi
sorgeva un tasso d’intensità sconosciuto, come se irradiassimo luce
inaudita.

Come se fossimo sempre stati
nient’altro che noi stessi.
Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.

(1987-2012)
 

magritte-1Oggi non abbiamo paura di dire che la strada della poesia, dagli anni Cinquanta del secolo scorso fino ad oggi, è stata atomizzata e dispersa da troppi poeti e troppe poesie mediocri, ma soprattutto dalla restaurazione tipicamente middle-class, negli ultimi decenni, di un debole poetare in stile Georgian o crepuscolare-intimistico, come se l’espressionismo e altre avanguardie del primo Novecento non fossero mai state. Una sorta di ritorno insomma ad uno stadio di crescita infantile, o di innocenza totalmente ingiustificata.

Non possiamo addossare la colpa di ciò soltanto alla attuale commercializzazione della cultura, alla profonda trasformazione dei modelli di istruzione pubblica nei paesi occidentali. I poeti sono essi stessi in larghissima parte responsabili della perdita dei loro lettori.
L’ulteriore percorso della poesia non sarà certo facile, ma sembra di poterlo individuare in un freschissimo riesame della sua anima interna. L’anima interna della poesia sicuramente esiste, ma va cercata.
Partiamo da una delle prime definizioni della poesia, nello Shujing (Libro dei Documenti) che risale in alcune sue parti fino all’XI sec. avanti Cristo:

la poesia è quello verso cui si muove ciò che è intensamente presente nella mente. Nella mente è “intensità”; quando esce nella lingua, è poesia.[1]

Helene_Paris_J.L. DavidCome vediamo, la poesia è senza tempo. Il senso della definizione viene espresso perfettamente anche dalle parole tedesche Dichtung, poesia, ma anche concentrazione, intensificazione, e da dichten, poetare, concentrare, intensificare.
La definizione dello Shujing suggerisce, e questo mi sembra cruciale, che esiste un pensare “poetico” prima della lingua, e sicuramente prima della scrittura, quindi della poesia scritta. Così come, forse, esiste nella mente umana la tendenza ad un pensare narrativo, a un pensare scientifico, a uno matematico, etc. etc.

Ecco, questo può essere un punto davvero primordiale, in quanto pre-cogitativo, per iniziare una riflessione sul perché la poesia middle-class di oggi così spesso è debole o addirittura disfunzionale.
Il disagio che investe la poesia certamente rientra, come già detto, in un fenomeno più grande, che riguarda tutta la cultura attuale, ormai a livello mondiale. Ma invece di piangere quello che oggi va dissipandosi, e ciò che magnificamente e trasgressivamente è stata l’arte in Europa agli inizi del Novecento, occorre guardare con più attenzione la nostra contemporaneità, e ciò che di profondamente creativo e inaudito essa mostra, ma spesso anche nasconde allo sguardo superficiale.

Che poi il disagio (sempre rimanendo in ambito artistico) sia più grande della poesia, ce lo dice anche la musica classica occidentale contemporanea, dove vediamo che dopo un grandissimo Giacinto Scelsi (che ha indicato così tante vie alla musica) molti dei suoi successori, vedi gli Spettrali, rimangono sostanzialmente fermi – quasi ancorati – ad un impressionismo già ampiamente e magnificamente esplorato (e dunque in qualche modo anche esaurito) da Debussy.
Di nuovo, registro questa innocenza ingiustificata, questa esitazione, questa timidezza a spingersi in territori ignoti e pericolosi – territori che non sono altro che il nostro presente, ciò che viviamo ogni giorno.

magritte-golcondaDa tutto ciò può sembrare paradossalmente che io abbia una visione lineare e deterministica della storia della cultura. Invece, penso che intellettualmente siamo dove eravamo cinque o dieci o trentacinquemila anni fa, e le caverne di Lascaux ce lo dimostrano senza alcun dubbio. Il mito più grande è quello di un’umanità che progredisce continuamente verso una vita più perfetta e più felice. (Mito al quale ha molto contribuito anche la visione prospettica del mondo.)

Cosa significa “rinnovamento” nella cultura? Significa esplorare il profondo mistero della nostra contemporaneità, il nostro essere qui perché solo qui possiamo essere, e di questa contemporaneità le vertiginose e infinite ramificazioni.
Perché è proprio lei che forse ci ha dato la possibilità di concepire quell’altra parola, “eternità”.
Oggi, l’immagine – in una società sempre più satura di immagini – viene in genere elaborata in modo tale da raggiungerci in una frazione di secondo. Tale procedimento si basa sul concetto,  anch’esso “primordiale”, che ciò che è “vero”, “reale”, è per sua natura anche subito fruibile. Ma il mondo-tempo che trascorre di fronte a noi è anche misterioso o si mostra solo in parte.
E’ da più di mezzo secolo che tale inganno “realista” va spostando la scrittura, il cinema, e persino la musica, verso un limbo di realtà fittizia, di realtà fictional, che il fruitore si è ormai abituato a consumare come entertainment.

In quest’ottica del pronto consumo, il lasso di tempo che per il fruitore intercorre tra il suo esperire un prodotto artistico e la sua reazione estetica ad esso, deve essere ridotta più vicino possibile allo zero. Eppure, la nostra fruizione di un dato fenomeno, interiore o esterno, non è sempre così immediata; oppure la sua immediatezza è talvolta così fulminea da raggiungerci con una sorta di effetto ritardato.
Perché allora l’autore dell’opera deve pre-masticare e pre-digerire per noi la sua esperienza umana? Facendo così, ci toglie la vera intelligenza-percezione del fenomeno che egli vuole presentare. Simili metodi creano quasi sempre un falso. Sono una truffa.

Jean Cocteau Il testamento di OrfeoL’immagine in cinematografia ha bruciato i tempi, andando avanti in modi sicuramente contraddittori e problematici ma anche fortemente creativi (un Bresson vale centomila film commerciali), costringendo la poesia a scomparire, oppure a radicalmente rivisitare le radici stesse del suo essere. E bene ha fatto. Ma si tratta di una lezione che la poesia deve ancora recepire: come non ammettere, ad esempio, che di fronte alla minaccia dell’immagine “immediatamente fruibile”, essa ha quasi sempre preferito ripiegarsi su se stessa, rintanandosi nella sicurezza del “già fatto”? Ripeto che sono pochissimi i poeti, nella seconda metà del XX secolo, che hanno avuto il coraggio di recepire il dato “reale” del nostro oggi, e volgerlo in Poesia.

Visto tutto ciò, è opportuno oggi che, in ambito poetico, il senso del dire arrivi al fruitore in modo graduale, “ritardato”, di modo che questi non abbia la possibilità di “consumarlo”. Non parlo di una tecnica artificiale. Un esempio: un mattino di marzo, con il cielo coperto, e noi assorti nei nostri pensieri, attraversando la città in tram scorgiamo inaspettatamente un albero fiorito in un giardinetto trascurato e polveroso. Di fronte ad una esperienza percettiva come questa, di un certo impatto, il processo di interiorizzazione non sarà uniforme: a causa dell’elemento di sorpresa, di gioia, di stupore che l’albero fiorito ha provocato in noi, la sua immagine sarà ripetuta mentalmente (la cosiddetta after-image, scia d’immagine) anche infinite volte nello spazio di qualche secondo. Di tanto è capace l’onnipotenza del pensiero, simile all’universo studiato dagli astrofisici (e ugualmente inafferrabile). Ma il fatto che tale esperienza percettiva non sia liscia e uniforme, apparirà più chiaro alla fine del processo di interiorizzazione, una volta cioè finito il sentimento di sorpresa e l’emozione concomitante, e ancora più chiaro sarà quando tale esperienza vorremo esteriorizzarla in forma descrittiva, narrativa, orale. In un primo tempo il nostro dire uscirà frammentato, interrotto e ripreso, mentre cerchiamo il modo migliore di fare giustizia all’esperienza. E’ solo in seguito che l’esperienza prenderà ad assestarsi nella nostra coscienza, depositandosi e lasciando lo spazio a nuove esperienze percettive, nuovi pensieri, etc.

Jean CocteauAnche qui sta il fulcro misterioso della visione poetica, che ritroviamo non solo nella poesia in quanto tale, ma in tutti i campi dell’attività artistica.
Un esempio di cosa intendo può essere costituito da certe sequenze “silenziose” del cinema d’arte. Sequenze quasi del tutto prive di sonorità, senza musica, solo forse qualche fruscio dei vestiti o stormire di alberi. Eppure esse possono letteralmente urlare, creare frastuono in noi. Ecco, questo tipo di silenzio può essere anche della poesia contemporanea – o meglio, anche la poesia può interiorizzare la propria dimensione sonora (il suo rumore), e ritrovare la gradualità, la musicalità che così spesso in poesia è precisamente silenzio. Assenza di parole.

…Schwestermund,
du sprichst ein Wort, das fortlebt vor den Fenstern,
und lautlos klettert, was ich träumt, an mir empor.

Il testo kashmiri del IX secolo, Dhvanyaloka, del filosofo Anandavardhana (commentato due secoli più tardi da un altro grande filosofo, Abhinavagupta), studia l’essenza del messaggio poetico. Semplificando assai: la poesia, secondo Anandavardhana, contiene in genere un senso letterale e uno figurato. Il senso letterale ci raggiunge con una certa velocità, mentre quello figurato si stacca dal senso letterale e ci arriva “in ritardo”, ovvero dopo un lasso di tempo maggiore: è questo scarto temporale che crea la suggestione, il senso, il sapore estetico.

Se il lasso di tempo in cui il senso di un verso arriva alla nostra comprensione (il “tempo di scadenza”, che in sé nasconde la consapevolezza che tutto ha un termine) è “giusto”, esso romperà inoltre tutti i preconcetti culturali che stanno in agguato per “normalizzare” la vera profondità della fruizione estetica. In questo modo non sarà possibile cioè che il nostro stesso bagaglio culturale frapponga filtri indesiderati a monte della fruizione estetica, quei filtri che scatenano la sensazione del “sì, ho capito, l’ho già visto, l’ho già vissuto”, rubandone ogni verginità. Così la poesia avrà recepito la lezione del cinema, dell’immagine “reale”, della “realtà” del messaggio artistico, che nel migliore dei casi è: nessuna barriera tra immagine e presa di coscienza dell’immagine. (Per quanto lungo o corto il lasso di tempo che fra i due intercorre.)
Quando ciò è avvenuto nel fruitore dell’opera, il facitore dell’ “immagine” potrà anche lui muoversi più speditamente, il dialogo fluirà più spedito.

* Nota: la prima poesia citata in questo testo è di Basho, poeta haiku del XVII sec; la seconda è di una rinomata poetessa giapponese del IX sec. Il brano su questa pagina è tratto da Ich bin allein di P. Celan.


[1] “The poem is that to which what is intently on the mind goes. In the mind it is “being intent”; coming out in language, it is a poem.” Gregory Evon, Tracking a Ghost: Chong Chisang and a Forgotten Style of Sino-Korean Poetry, KAREC Discussion Paper Vol. 3, No 6, 2002. Korea-Australasia Research Centre of the University of South Wales.
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1 Commento

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Una risposta a “Steven Grieco. Sulla Poesia: La restaurazione della middle-class – II parte – Una poesia: IL BUON AUGURIO ovvero “Die Entzauberung der Welt”

  1. Molto spesso la poetica,l’argomento sono solo delle mode ,da cui l’odierna poesia dovrebbe essersi liberata,resta il “genio poetico”,,capace d’uscire fuori dalle normalità distrutte e in un lampo(Pascoli) illuminare ,dare la visione in un attimo.

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