ANTOLOGIA DI POESIA CONTEMPORANEA (VIII) – Renato Minore, Laura Canciani, Antonella Antonelli, Gino Rago, Ivan Pozzoni, Francesco De Napoli, Carla Guidi, Roberto Piperno, Luciano Troisio, Mariano Menna, Rossella Seller, Domenico Alvino, Ivano Mugnaini, Claudia Zironi, Danilo Mandolini

renato_minore 3Parnaso 1  Renato Minore

Non esistere
sarà forse impossibile.
Nel multiuniverso-patchwork,
a pochi millimetri
dal nostro presepe,
un altro lo replica
con lane di pastori,
scintillio di stagnola,
verde muschiato,
neniette a ricarica.
La luce batte e rimbalza

come in gabbia.
Mai lo vedremo,
mai sapremo
se ancora nella santa notte
le streghe alzino la selce
per fare malie
se chi nasce vince
l’esitare del vuoto.

2Laura Canciani

da L’aquila svolata (1982)
Canciano Canciani

Sono tanto stanco sotto questo sole
e le braccia dei dodici figli
lo adagiarono piano. Sentì il
letto odoroso oltre il bosco
oltre la stalla, sentì il cuore
scoagulare, calma dei colori
senza vento…
Intorno al suo letto di ferro battuto
– uccello intarsiato dalle piume di fuoco –
i dodici figli, anche quelli lontani
i morti i bambini, le femmine in fondo
le figlie in convento, colombe
arruffate straziate…
Disse a qualcuno: ti dono
il mio lungo patire – e pianse
abbandonato il volto ancora bello
bianco scarnificato. La notte insonne
bruciava senza vento la
fronte ghiacciata, il varco del respiro
un crescere affogato, quando
le ali intarsiate si levarono
con sfarzo sulle membra martoriate:
gli alberi il cielo la luna ghiacciata
il vuoto paiolo la madre la terra
bambino sperduto che vaga nel buio
nelle voci chiamanti – additate –
dei vivi e dei morti…
(l’alba nasceva a ustionare la vita)
giunse le mani: chiamate la mamma. Il volto
percosso da quell’unico buio
i capelli raccolti di vergine antica
la sposa avanzò, i passi accecati.
«Come sapevi tacere tu» – e – per l’ultima volta
aprì la mano:
si udì il lamento della madre
succhiata – madre impotente a succhiare la vita –
Allora si mosse la prima campana
compagna sgomenta e smarrita
disse: «vi sento ma non vi vedo più»
e giacque più abbandonato
dormiente o come fosse morto
più bianco e scarnificato.
Appeso al muro un orologio antico
batteva testardo, pareva impazzito…
Il primo dei figli – Daniele –
che lo regolava quando era bambino
«fermatelo» – disse –
il vecchio fu un’onda urlante, spiegata
«guai fermarlo!»
e si ruppe sulla roccia destinata
la giovinezza ha forse solo
questo dono della sorte

essere così lontana così
disgiunta dal pensiero della morte
*
ci gettammo a capofitto
nella macina vorace del geroglifico

un cartello «posti in piedi»
calca giovanile di sapienza
– in buona o mala fede –
sudore e odore
e, all’improvviso – quando
tutto sembrò chiuso definito
liquidato, conoscemmo la sua voce
– voce paziente – lacerata…
Capimmo alfine.
*
erano migliaia le astérie abbarbicate
sul fondo
tra tante, ne scorgemmo una, isolata
diversamente pulsante
intenta a cercare il suo flutto
il suo impossibile volo

Antonella Antonelli in orangeAntonella Antonelli

Non ti voltare (dedicata ad Euridice)
Qui il buio è più buio e il freddo, più freddo.
Mi dicono “resterai qui, con noi”.
Ho lasciato andare il corpo ma quello si è agganciato,
come ombra mi segue implorando.
Salvami tu, qui non vedo che orbite stanche,
niente luci a scaldare sorrisi
niente denti a mangiare parole.
Mi dicono che arriverai
per riprenderti il corpo che mai ti saziava.
Lo isso come una bandiera
su questa scheletrica parvenza,
scivola sulle ossa spigolose,
così bianche da illuminarmi tutta.
Come un vestito largo sul corpo di
sposa reietta sto qui, aspetto il tuo arrivo
sulle sponde di Stige, come Penelope ad Itaca,
intreccio i miei capelli, cadono a ciocche
come la neve stanca, una musica su questo imbuto
porta l’eco della tua presenza.
Trovo la forza di allungare quel che resta
dei miei ricordi “eccomi” grido senza ascoltarmi.
Ma sono dunque morta alla fine?
“Eccola è qui, venite!” Sei tu, amica cara, che hai occhi
per l’amore sofferto e disarmante,
tu, che mi trascini come velo d’altare
al vento del crepuscolo.
“Eccomi a te, mio unico sovrano. Non ti voltare.
Sono io, che te lo chiedo”.
Si sposta l’anima, drappello leggiadro,
correndo dietro alla tua mano salda.
“Non ti voltare” dico “dolcissimo mio amore”.
Il sangue sale dalle zolle gelide della terra,
come linfa che arrivi fino in cielo, oltre le tenebre,
ben oltre l’infinito.
La luce è là, davanti al tuo bel viso che io non vedo,
ma che mi rassomiglia più nel ricordo che nel tuo specchiarti.
L’ultimo guado e tornerò fallace.
Mi meraviglia, come tutti i rientri, pensare
sulla soglia a chi mi ha pianta.
Ma tu, ti volti. “Perché non mi hai creduta?”.
Nella tua mano, l’anima mia intera.
E tu, non mi hai creduta.

Gino RagoGino Rago

Silenzio di cometa
Non vedi che stelle…
Qualcuno ce le spegne
una ad una, la luna poi spunta,
vaga, sosta e dispare
segnando curve sghembe,
mappe d’aria sconosciute.
Dal falso mito al rito
il passo in fondo è breve,
la vita stessa dura quanto un sorso d’acqua
se basta un cirro inquieto
a oscurare il sole.
Passa il vento
ma rimane il mare
a raccontare fiabe di fuochi nelle aurore,
storie ed occasi d’ambra
e di gabbiani
a spalancare il cuore verso finis terre.
Scrivo parole di fede sull’acqua,
lancio messaggi nelle bottiglie,
sollevo all’azzurro segnali di fumo:
il resto è sentore
d’alghe secche sulla ghiaia,
sale che mi scava,
tonfo cupo di remi all’avventura.
Dissipare me stesso è il comandamento
per sentirmi fiamma nel roveto,
lucerna tremolante alla finestra,
silenzio di cometa
nella fissità del firmamento.

Ivan PozzoniIvan Pozzoni

PATROCLO NON DEVE MORIRE

Patroclo non vuole morire vittima della sua dolcezza
mascherata dall’ansia della diffusa aggressività [contemporanea],
l’imbarazzo della città indaffarata nello scudo d’Achille non doveva essere indossato,
l’incontinenza delle macchie di sangue sulla corazza d’Achille imbracciata,
incedendo col correre a vuoto, stereotipato, di ogni eroe post-moderno
nelle sabbie inquinate della piana di una Troia padana.

Ettore non vuole commettere un loop di medesimi gesti
orientare il carro, mirare, immerger la lancia nel cuore
immerger la lancia nel cuore, mirare, orientare il carro,
un rude guerriero mai gode a vedere lacrime di donna o cavalli,
concentrato a trovare giusti vocaboli d’addio da rassegnare alla moglie,
anti-dionisiaco deus ex machina, slot machine, disponibile a inforcare
Patroclo, i corretti meccanismi di ragionamento, onore, nazione, famiglia.

Achille non vuole ulular la sua rabbia frustrata
accorrendo straziato, stralunato, stranito, sulla strada del campo di battaglia,
i pit bull terrier rabbiosi s’abbattono con una dose letale di anti-depressivo,
trascinare cadaveri dal carro, stracciar vesti, rapir sacerdotesse danae,
non è in grado di negoziare affetti con la gloria di un padre
e si avvicenda a se stesso, siamese superstite.

Patroclo non deve morire, obbligandoci a brindare a un gioco delle tre carte dove
dolcezza vince, ragione vince, vitalità vince,
dolcezza soccombe, ragione soccombe, vitalità soccombe,
Patroclo muore, Ettore muore, Achille muore, muoiono tutti,
ragione trafitta dolcezza soccombe a una vita incompiuta,
e noi, costretti a mediare, mai eroi medio massimi, martiri da mass media,
restiamo a cantare a metà, condannati a restare smezzati.

Francesco De NapoliFrancesco De Napoli

Alba

In questa stanza buia
riconosco appena
le pieghe d’un letto smosso.

Nella solitudine dei miei ricordi
respiro l’aria umida
del mattino.

Cercare d’un inno
il simbolo – Palach –
e la voce sommessa della gioventù

raccolta in piazza
ed ora
sotto le mie coperte.

Riconoscere nel tempo
il tuo primo sorriso
il tuo respiro affannoso

come ora
tu dormi.
Cercare nel buio

la tua mano abbandonata
come quando – stanca –
aprivi il pugno chiuso.

Lento
scomparire di ombre
attraverso le imposte.

La luce m’avvolge
e m’assale
la paura d’un nuovo giorno.

Carla GuidiCarla Guidi

NON SPARATE AL CIELO LA LUCE

Per quegli abitanti della terra
che non vedono più la Via Lattea,
bagliori radi da mondi cosmici
emergono dalla nebbia fluorescente
di luci mondane ed inutili,
mentre altri umani sono immersi nel buio
e nelle esalazioni
dalla terra iniettata di veleni,
opaca e resa sterile da residui tossici
delle industrie dei primi.
Lo chiamano inquinamento luminoso…
Le costellazioni dello Zodiaco si ritrovano solo
su antichi testi ricommercializzati in uso
di sedicenti maghi e cartomanti,
gli anziani non le indicano più ai nipoti
nelle stagionali sere senza nubi,
e le pulsazioni di altri mondi sottili,
di microrganismi ed equilibri della catena della vita,
annegano nel chiasso sguaiato di esibizioni
che sommergono la trasparenza
del cielo notturno illuminato a forza
da fasci di fari ed esplosioni di energia imposta,
rappresentazioni di trionfante idiozia
di controllo visivo sull’ambiente
che uccide insetti nottambuli e confonde gli uccelli
rendendone vaghe velocità ed altitudine,
deformandone le rotte migratorie in vani girovagare
intorno al fascino malarico di amebe cittadine,
occhi di Medusa che ne catturano le anime piumate
in disadattati gruppi sporadici e accattoni.
L’esposizione forzata a luci malsane
fa ammalare le donne sembra,
che hanno imparato ormai
a sognare davanti alla tv,
trasferendo i colori del cielo
su stoffe alla moda e gioielli.
La depressione le fa chiudere in ospedali
illuminati al neon, appena i loro
oggetti di lusso perdono valore,
con lo sberleffo della solerte
economia dello spreco
delle Civiltà.

(da “Come le bestie”, Onyx edizioni, Roma 2005)

roberto piperno 006Roberto Piperno

Un sole nuovo

È il tempo della collera che batte dalla vetta
contro i portoni serrati
all’erta della notte
dell’ira esplosa oltre gli argini
ed anche oltre il confine
che separa il giorno dalla veglia
e la parola dal silenzio senza persone.

E’ tempo ormai di un furore sorprendente
ribellione oltre il beneficio del dubbio
ma senza odii
a ribaltare il silenzio analfabeta
che ci annacqua la testa
e finalmente a ondate successive ricomposte
si fa bisbiglio e canto
ci illumina di senso
ricongiungendoci in versi.

Anche il volto intenso del disco microsolco
avvolto da un’iridiscente puntina zafferina
è l’eco di antiche insopprimibili emozioni
suoni spezzettati di incomprensibili piaceri
che lasciavano ustioni solo in parte rimarginate
e collere rinviate a passioni più urgenti
agglutinate in fuochi d’artificio ormai spenti.

Ora con gli spezzoni delle rinunce
proviamo a costruire ora e non quando
immagini e suoni densi
abbattendo le mura che seppelliscono radici
e poi con la memoria apriamo un varco
tra le rovine dei silenzi passati
ricostruiamo spazi di cambiamenti
schiudendo nuovi archi
a un sole nuovo che cresce dal futuro.

luciano troisiostrawberry-stopLuciano Troisio

RIFLESSIONI SUL MURO DELLA TICOSCOPIA

Nel dormiveglia postprandiale a Hoi An (forse il contrario di Hanoi, come Kyoto è il contrario di Tokyo), dopo una sola leggera vonton soup, stesomi sul letto dai guanciali a fioroni rossi, chinai il capo, come quel barbone che volò da un mare all’altro.
Ma io non sognavo: avevo dinanzi a me l’unica grande finestra della mia stanza; l’albergo è in perfetto stile cinese [all’inizio delle scale c’è un ricco altarino per gli antenati, colmo di statue beneauguranti, di fiori e di tael (lingotti d’oro), presumo finti. La grande statua panciuta non rappresenta Buddha, ma un vecchio felice signore con un braccio carico di lingotti e l’altro che regge una specie di scettro poggiato alla spalla [che in cinese si chiama ru ji]. Il mobilio è nero massiccio tutto finemente intarsiato e scolpito (certi miei grulli vicini direbbero: c’è un lavoro…) incrostato di madreperle, nero, talmente pesante che è una dura fatica anche spostare una semplice sedia, ma io per rispetto lo faccio sollevandola, pur giustificando, in questo sincronico caso, il mio prossimo di gente meccanica e di picciolo affare, che, come dovunque, pratica l’insopportabile villano tramenio.
La stanza l’ho scelta io, sul fianco dell’edificio, perché le altre danno sulla strada e per evitare il rumore…
Ora la mia stanza ha questa enorme finestra in cinemascope che praticamente è lunga quanto l’intera parete, ma dà su un muro dirimpettaio distante non più di 50 cm. neanche fossimo a Venezia.
Me la sono voluta! Un pittore nomade povero (ora non ce ne sono più e tutti godono della pensione minima, mangiano alla Charitas o alla mensa dei clandestini islamici, sebbene sia bandita anche la mortadella, oppure hanno sposato una berlinese per finta, e quindi rientrano nella legge tedesca del sussidio al coniuge di berlinese), un matto insomma, potrebbe proporre ai padroni di acconciamente affrescarla in cambio di alloggio (e vitto) per tutto il periodo del lavoro.
Durante la digestione mi succedono brutti scherzi, mi sono messo a riflettere [e intanto, dolcezza delle dolcezze, ho aperto l’ultima

???????????????????????????????Mariano Menna

Vecchia luna

Vecchia luna,
che mi guardi dal tuo cielo;
vecchia luna,
oramai non porti neanche più fortuna,
ma solo luce a chi non ce l’ha.

Vecchia luna,
come un faro in pieno mare;
vecchia luna,
senza stelle: te ne resta solo una,
ma di buio ne rimane a volontà.

Tu che hai fatto innamorare tanta gente,
non servi più a niente, in un mondo di chat.
Tu che vivi la tua notte in un istante,
come un falso diamante,
ora non brilli più.

Vecchia luna,
che dall’alto ci consigli;
vecchia luna,
forse inutile, ma resti sempre una,
sempre bella, ma un po’ stanca per l’età.

OLYMPUS DIGITAL CAMERARossella Seller

Ultimo gradino

Ora hai preso una coperta come casa
all’ultimo gradino dell’indifferenza umana,
ma sei stato bambino anche tu
e morbido di pieghe.
Hai avuto una madre e sogni da spendere
confusi ormai nel puzzo d’alcool
che ti frana addosso.
Dov’è buio e zuppe cotte alle mense
aveva mani tonde di latte, lei
gentile guida ai primi passi.
La fata ora è scomparsa
e sei lontano nelle sere fredde
dei ponti tesi sulla testa.
Ti guardano i fuggiaschi delle strade
qualcuno passa, una moneta rotola e tintinna.
Come farò ad accettare il tuo saluto (e non rispondo)
come farai a perdonarmi?

Drink

Si misero a suonare
mentre saliva il viola della sera
e c’era un drink ad aspettare
e l’oliva in bilico infilzata allo stecchino.
Si misero a suonare per tenerezza
di quella polpa che stava ferita e tesa
aspettando il morso
e mentre aspettava bolle d’aria
strizzate di paura salivano
al bordo di cristallo un gemito sottile.
Smisero di suonare e bevvero finalmente
una bocca vorace fermò l’attesa del drink
e quell’oliva si dette pace.

domenico alvino1Domenico Alvino

Il femminile

Non credere che sia facile
come alla foglia al vento
ovunque muoversi e cadere
scivolando giù
dai picchi immobili.
Risalgono
dagli avvalli dolci
trasecolano nei cunicoli dove restano
nel loro accumulo odori
e dove suoni, e dove raggi…
devi pensare un uragano
che le smuova a poco a poco
fino al crollo
per vederle giù da scale
precipitarsi
correre strade cieche
saltare ostacoli
battere alla porta
più volte per più giorni
facendo mattina
sempre lì feroce
mente pallida
una carezza
a chiedere
o ad offrire i polsi.
Ci vuole un mare che le raccolga
e le culli naufraghe
fin oltre la raggiunta sicurezza.

Ivano MugnainiIvano Mugnaini

Lo sceneggiato a colori

Abbiamo rivisto insieme, su una rete
infima, minore, “Sandokan”, lo sceneggiato
a colori di una gioventù ruggente.
Abbiamo provato di nuovo a sognare
album di figurine da riempire
a poco a poco a scuola, lasciando una sola
casella vuota, quella che manca,
per fortuna, la Perla di Labuan,
da cercare domani, sperando
di non trovarla mai.
Ora, però, neppure gli occhi della Tigre
cerchiati di kajal, sanno più ipnotizzare,
è sbiadito il rosso del sole, l’India domestica,
chiosco abusivo di Cinecittà, sa di zucchero
caramellato andato a male.
Passa adesso, eterna e inesorabile, solo
la réclame. La segue e la incalza una canzone
anni settanta; “la piazzetta del mercato è ancora
là”, sì, ma il sorriso da contratto del cantante
biondo tinto somiglia, ora, a un ghigno,
o forse a un pianto.

Incontriamoci adesso

Corri amore, prendi una tee-shirt e un’arancia
incontriamoci in un albergo di provincia
con le persiane azzurre e un balcone
che sa di basilico, terra e fiori di campo,
un albergo qualunque pigramente affacciato
su un vicolo stanco di polvere e passi
di suore e bambini che cantano
nenie, pifferi, topi, tubi di scappamento,
è questo l’attimo, è questo il momento, amore,
porta solo le tue labbra e un’arancia,
incontriamoci in un albergo di provincia
vicino al mare.
Io berrò il tuo seno e la tua guancia
sarò il bambino e tu la mia bilancia
getteremo la maglietta sul tetto scuro
della tua cara amica che sta in Francia,
tu sarai le labbra ed io sarò l’arancia,
non esitare, vola sulle tue scarpe più belle
quelle leggere, di tela rosa e bianca,
incontriamoci adesso, in un albergo di provincia
anche senza il mare.
claudia ZironiClaudia Zironi

il cuculo

Lo guardavo percorrere le belle gambe
accavallate sui tacchi a spillo,
fasciate
tra il frescolana ed il velluto
della poltrona,
la sua mano scivolava
sull’indaco delle collant nell’atto
di scostare la gonna dal ginocchio
per svelarlo ad altri occhi.

ipocrita

Accoltellami squarciami fammi a brandelli
appendimi per i piedi come si fa con i maiali
e osservami mentre mi dissanguo, stringi
il cappio della garrota e ascolta i rantoli
Tirami addosso la terra grassa che sta
sotto le querce, mentre ti guardo
dal fondo della buca, con terrore.
Finiscimi perché non sopporto
questo tuo amore blando
che sfinisce di menzogne.

la colpa è del sogno

Tu che mi sei apparso in sogno,
di colpa ti sei macchiato.
Mi hai resa lago ansimante, increspato
dal desiderio. Ti guardo quest’oggi

e ti vedo nell’assenza di sempre.
Nel mio sguardo il desiderio,
nel tuo sguardo l’assenza.
Vivrò con il ricordo ora
di comunioni di corpi, di risa e di bocche
mai state. Penserò a capezzoli stretti
fra dita, le tue dita dalle unghie ben curate,
agli orgasmi che ti avrei donato
ricevendoti devota,
ricevendo il tuo membro
in ogni modo. Devota,
il tuo membro trattenendo.

Danilo MandoliniDanilo Mandolini

Non si può per nulla immaginare
che luogo costruiranno le frasi
né sopra quali tetti, per morire,
lo schianto del fulmine terminerà.

S’aspetta un paese che respiri, qui,
che lasci il vapore di un alito
incessantemente impresso e vivo
sui vetri opachi delle vecchie case.

Intanto, dietro al profilo del viso,
i giorni vanno dal chiarore al buio
e dall’ultimo buio dell’alba viene
il buio denso e nero della notte.

*

E si sta aggrappati ad un’attesa
quasi come a cercare una forma,
un modo per asciugare i ricordi
sotto il sole acceso d’agosto.

Transita una nuvola sul viso
e non è grande abbastanza, il viso,
per raccogliere, oltre alla nostra,
anche la bocca socchiusa degli altri.

E gli altri ci guardano in bocca
aspettando un cenno d’affanno
e una prossima, vivida età.

*

(il mondo di dopo)

«Cosa farai quando non ci sarò più?
Chi ti dirà che dimenticando s’invecchia e che dimenticare, come ricordare, è necessariamente un istinto?»

gian piero stefanoniGian Piero Stefanoni

COLLI PORTUENSI

«Queste sono piante di anziani,
queste sono piante che durano tutto l’anno,
qui ci abitava qualcuno che è morto».

E’ vero, si muore ancora e le stanze
le han chiuse davvero e come noi
anche chi passa si chiede perchè
l’acqua ha smesso di scorrere.

La morte non ha canali né ripetitori
nel grande collettore terrestre,
la morte è un ostacolo sulla via del risveglio.

Annunci

14 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea

14 risposte a “ANTOLOGIA DI POESIA CONTEMPORANEA (VIII) – Renato Minore, Laura Canciani, Antonella Antonelli, Gino Rago, Ivan Pozzoni, Francesco De Napoli, Carla Guidi, Roberto Piperno, Luciano Troisio, Mariano Menna, Rossella Seller, Domenico Alvino, Ivano Mugnaini, Claudia Zironi, Danilo Mandolini

  1. pvitagliano

    Ottima selezione. Grazie.

  2. Ivan Pozzoni

    Grazie dell’accostamento a Luciano Troisio, un maestro anticipatore.

  3. Pozzoni, Zironi, Seller, Troisio, comunque un’ottima infornata!

  4. Grazie Giorgio di questo tuo lavoro instancabile per creare un’antologia contemporanea che davvero è una visione completa del meglio che ci sia oggi in questo povero paese. I poeti non tacciono.

  5. Salvatore Martino

    Dai libri che ricevo molto spesso, dalle infinite presentazioni, dal fiume che naviga su internet sono arrivato alla conclusione quasi imbarazzante e forse pericolosa che il discorso poetico sia diventato un prodotto di massa. Chissà! In un tempo quasi per me archeologico pensavo che la poesia fosse una rara avis, un gioiello posseduto da una elite, tanto difficile, impervio, angoscioso mi pareva il percorso per arrivare ad un risultato di livello frutto del talento innato e della techné, della lettura, dello studio, della bottega dove frequentare uno o più maestri. Arrivato ad una età dove chiamarsi vecchio è obbligatorio mi avverto spiazzato,incapace di comprendere questa nuova realtà. Una cosa so di certo rarissimamente :leggo poesie fatte di immagini, in qualche modo emozionanti, di musica e di pensiero. Molta approssimazione e il più delle volte un andare a capo fatto solo per dissimulare una scadente prosa. Ma allora perchè qusto prodotto fluviale di massa non diventa anche una fruizione di massa.

    • Rispetto la posizione di Salvatore Martino, che coglie alcuni aspetti emblematici come quello dell’a capo… ma non mi sento di condividerla… oggi la poesia contemporanea sembra aver smarrito qualsiasi regola certa dell’a capo, è vero, ma questo, secondo me, invece di essere un difetto, rischia di diventare un elemento positivo; voglio dire che la poesia contemporanea sembra essersi liberata di questo problema, voglio dire che il problema sembra essersi dissolto come neve al sole… Per la verità anche ai tempi di Leopardi e nel Settecento in piena arcadia si contavano migliaia e decine di migliaia di poetanti, e così anche ai tempi di Catullo, certo oggi il fenomeno si è diffuso, è diventato un fenomeno di massa, ma non può certo dirsi che poeti di lunghissima esperienza e cultura come Renato Minore o Laura Canciani (tanto per fare due nomi a caso) non sappiano come e quando andare a capo… il fatto è che presso altri più giovani autori è mutato il concetto di poesia, Ivan Pozzoni dichiara di fare anti-poesia, di voler mettere della dinamite nella poesia, quindi rimproverargli di non avere una regola aurea per la sua versificazione è un rimprovero che non centra il bersaglio, perché quel bersaglio Pozzoni non lo vuole proprio colpire, lui cerca un altro bersaglio: quello della poesia che fa finta di dire qualcosa, che si affida alle aure, alle atmosfere sentimentali, alle dorature, alle stuccature pseudosperimentali di tanta altra poesia. E poi, se si legge con attenzione e senza pregiudizi, mi sembra che tutti gli autori di questa puntata dell’Antologia abbiano delle qualità.
      Contrariamente al mio pessimismo degli ultimi anni, forse mai come oggi la poesia contemporanea è viva, vitale, effervescente… forse manca il Leopardi, ma, in fin dei conti, chi lo può dire con matematica certezza?

    • Ivan Pozzoni

      La poesia del Novecento è stata una rara Avis: per questo è morta dissanguata.

    • Ivan Pozzoni

      Di fronte a una massa senza valori etici, abbandonata da una scienza etica troppo specializzata e ad una etica teologica eteronoma, mi rallegrerei di vedere una massa di cantori. Non c’è bisogno di scomodare – da una cultura aurale molto vicina alla nostra- l’esperienza aedica della cultura “omerica” come forma di creazione del valore estetico/etico, nell’auspicarsi che, da una massa sempre maggiore di cantori, derivi un nuovo tentativo di “paideia”, di traduzione dall’estetico all’etico, in grado di rinvigorire questa nostra finta democrazia. Ritengo che l’ideale di un vate(r) troppo aristocratico non rispecchi l’esigenza tardomoderna di rifondare una comunità, lo Stato, abbandonata allo strapotere delle multinazionali e del grande capitale [La poesia del Novecento è stata una rara Avis: per questo è morta dissanguata].

  6. leopoldo2013

    Dò volentieri i numeri ( con tutto il rispetto ) : Pozzoni , Guidi , Alvino .
    Alta votazione per Giorgio Linguaglossa ( e senza sviolinare , per decenza ) .
    leopoldo attolico –

  7. leopoldo2013

    Pardon , mi ero dimenticato di Laura Canciani ( capirete , ho la mia età…)
    leopoldo attolico –

    • Ivan Pozzoni

      Leopoldo, mio amico caro, non dire che sei vecchio: ti chiuderebbero subito in un museo a ninnjnnare. Dì, invece: sono un giovane emergente della poesia contemporanea italiana! Io sono un neonato (non un neo-fascista, cioè un fascio in fasce). La cultura italiana ha il baricentro alto: dominano Camilleri e Zanzotto (fino al 2011). Quindi: tu sei un giovane poeta emergente, come Giorgio.

  8. Ivan Pozzoni

    Comunque, tra i neonati – come me- segnalerei Mandolini, Mugnaini, Menna e Stefanoni. Li apprezzo, abbiamo iniziato insieme le nostre lallazioni in versi, collaboriamo da tempo, ci seguiamo. Continuiamo a cantare, ninne nenie, ad una società malata.

  9. Ringrazio il sig. Linguaglossa per avermi annoverato tra voi, che siete bravissimi! Sono ancora molto giovane ed inesperto, ma credo che un artista lo rimanga sempre e che un poeta che si consideri “stabile” ed esperto finisca per non essere più degno di tale nome: la ricerca e la sperimentazione in questo campo, a mio modestissimo parere, costituiscono l’essenza della creazione; l’oscillazione che porta dall’indeterminatezza delle idee alla forma precisa e alla parola definitiva è un miracolo che ha, nel suo perpetuo rinnovarsi, una bellezza indescrivibile.
    Ivan, ti ringrazio per la segnalazione e, in generale, per i consigli che mi hai dato in passato!

  10. trascrivo il commento di Domenico Alvino pervenuto alla mia email:

    Caro Giorgio,
    io avevo fatto questo commento:

    Grazie di questa ospitalità, Giorgio. E complimenti per le scelte che compi, tutte risalenti a segno di raffinata sensibilità e profonda competenza. Sa di eleganza anche l’idea delle foto annesse ai testi, a far tutt’uno coi sensi e sovrassensi della poesia e della sua magica atmosfera. Spero che la mia invece non figuri quale condanna o idea di condanna a quel regno metafisico, a scontare i peccati letterari e le offese arrecate alla poesia. In tal caso, quanti con me ne verrebbero ad arrostarsi in quelle fiamme eterne! Certo non di quelli qui presenti, che saluto e coi quali mi complimento, amici o conoscenti che siano, per il sapiente loro assidersi entro questa bolla d’aria in cui a tutti pare di rispecchiarsi sì e no.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...