“La Grande Bellezza” di Roma. Atto secondo. Due Epistole di Francesco Tarantino e Giorgio Linguaglossa

Roma3Francesco Tarantino

Replica di Lucio Decio a Germanico: Dimenticarti?

Come potrei dimenticarti
dopo aver condiviso il pane,
le donne ed il vino ed il dispiacere
per un imbroglio dell’imperatore,
lo sciagurato tempo dei fantasmi
che ancora inquietano le tristi notti
di lune incandescenti e piene,
di ululati e lamenti dall’inferno;
di quanti ne abbiamo ammazzati
Roma2e non sono stati ancora vendicati,
perché Cesare è ancora vivo
e ci rende schiavi di quel passato
ogni volta che la luna si fa piena.
Potrei vivere anch’io nella calma
sotto un sicomoro o al pascolo
tra i cani che badano al gregge
e leccano le mie ferite
che non si sono chiuse ancora.
Roma statuaTu lo sai, caro amico,
quante cicatrici mi porto addosso,
come sigilli di battaglie
e di agguati nelle notti di luna
– è la stessa luna che non mi lascia
dormire – che s’illumina d’argento
e nel suo canto algido
mi scava nel profondo e mi domanda
il conto delle mie magagne.
Roma1Anche il canto degli uccelli suona in me
come una litania di soccorso
che non m’abbandona e ancor mi sospinge
verso un’inquietudine
di giorni senza compimento.
No, non ti dimentico compagno mio;
no, non posso, non voglio, non ci riesco:
se innamorarsi è proprio così facile,
dimenticarti è davvero difficile!

Roma statua2

Giorgio Linguaglossa

Risposta di Germanico a Lucio Decio e a Giulio Decimo

Caro amico, tu dici: «Cesare è ancora vivo».
Ben detto. Ma non capisci che non possiamo
disertare proprio adesso?, non capisci che Roma
ci chiama?, che non possumus non rispondere
al suo appello?, Roma chiede libertà, libertà…
E noi cosa rispondiamo?, ci diciamo che siamo
vecchi, che abbiamo il ventre molle e le gambe
malferme, ci diciamo che è meglio stare
all’ombra del sicomoro e al dolce canto degli uccelli…
Ma, siamo impazziti?, Roma si sgretola ogni giorno di più,
Roma4sei un soldato Lucio Decio, sei ancora un soldato,
un soldato delle vittoriose legioni del Nord!,
è al soldato di un tempo che chiedo di imbracciare
le armi e colpire!…
Tu mi rimproveri «quanti ne abbiamo ammazzati»;
ebbene, ti rispondo: non ne abbiamo ammazzati
abbastanza, perché tra i nostri ranghi
c’erano i traditori, i doppiogiochisti, gli inani, i vili…
ed abbiamo perso, siamo stati sconfitti.
Ma, ti chiedo:
ha senso la sconfitta senza una riscossa?
Dimmi, ha senso?, ha senso vivere coltivando
l’insalata nel proprio orto?, ha senso vivere
sapendo che ci hanno derubato della libertà?
Ma, siete impazziti?, a questo vi ha ridotto il Cesare?
Alla rinuncia, alla resa?…
Roma7Tu pensi che Cesare ci ha disarmato?
Errato caro Lucio Decio, Cesare non mi ha disarmato,
almeno, non del tutto, ho ancora dei soldati fedeli
al mio seguito…
Ma non capisci?, loro credono in me,
aspettano da me un segnale di riscossa,
ed io cosa debbo rispondere loro?,
che il loro generale ha abbassato l’aquila di Roma?,
l’aquila delle sue legioni?…
Ma non capisci che non ho altra scelta
che quella di combattere?, cosa altro potrei fare?,
quello che ci si aspetta da un generale:
combattere, fino alla fine.
Fino alla morte.

7 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea

7 risposte a ““La Grande Bellezza” di Roma. Atto secondo. Due Epistole di Francesco Tarantino e Giorgio Linguaglossa

  1. paoloottaviani

    Tutte queste fascinose poesie barocche, grondanti fasti e simulacri – “Oimè quante ferite, / che lividor, che sangue! oh qual ti veggio, / formosissima donna!” – costituiscono certamente un sapientissimo, assai riuscito, esercizio letterario. Ma, credo, solo un esercizio. Mi pare infatti che sia lo spirito dell’antichità sia quello di questi nostri giorni rimangano sepolti sotto cumuli di letteratura. Qui, oltre a non “procombere” nessuno, nessuno risponde all’appello a “combattere, fino alla fine. / Fino alla morte.”.

    • trascrivo una e-mail di Laura Canciani:

      caro Giorgio, trovo questo duetto mirabile e commovente, e poi il traslato: far parlare due personaggi del passato remoto per dire di questo presente obbrobrioso, parlare di “Cesare” per dire del Potere di oggi, creare una “finzione” (come davanti alle quinte di un teatro) tramite due personaggi del mondo antico, è un modo di fare poesia veramente originale e, addirittura, se me lo permetti, geniale.
      Chi non coglie che qui si parla dell’Oggi e non del passato morto e sepolto, rivela quantomeno scarsa capacità di immaginazione.
      Non trovo nulla di “grondante” e non trovo “simulacri” in queste due poesie, anzi, leggo un tranquillo procedere del pensiero, un pacato e ardente argomentare proprio dell’epistola, un genere che la poesia italiana contemporanea ha dismesso ma che conserva invece, a mio modesto avviso, notevolissime possibilità di espressione.

  2. Ventiquattro Agosto 378,

    commensali riuniti in orchestra
    di flaccidi strumenti esultanti
    i motivi di seta sull’abito marcato,
    è alquanto insipida l’ultima cena.

    Immaginando immobilismi chiusi
    il limes non cade, rimorde
    rabbia amara, gabbie astiose
    e qualcosa che fu Impero.

    Rimane sotto vento il nemico,
    la birra sul lungoschiena
    sospinge e decompone
    Valente perduto in battaglia.

    L’infinito, soltanto lui inasprisce
    l’illusione d’averlo scontato

    (da durante il dopocristo, Tempo al Libro Faenza, 2007)

    • paoloottaviani

      “Far parlare [due] personaggi del passato remoto per dire del presente” è un vieto artificio retorico, né “originale” – nulla in letteratura può dirsi tale – e tanto meno “geniale”, se ancora vogliamo dare un senso alle parole. Vero invece il “tranquillo procedere del pensiero”, il “pacato e ardente argomentare proprio dell’epistola” che è, appunto, un sapiente esercizio di retorica, come ho ampiamente riconosciuto.
      Cordialità.

  3. antonio sagredo

    bellezza ????????????^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^=========================$$$$$$$$$$$$$$$$$££££££££££££££££££££§§§§§§§§§§%%%%%####
    grande °°°°°°°°°°°°°******************+++++++++++++::::::::::::::::::::::::%$£?

  4. … beh, ritengo che Antonio Sagredo sia stato esauriente… e geniale.

  5. Francesca Tuscano

    condivido – Sagredo e commento di Giorgio a Sagredo

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