Una poesia di Nazario Pardini commentata da Giorgio Linguaglossa

Foto Nazario ii

Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

Cantavamo

Cantavamo, paese, se affogavi nel giallo dei granturchi.
Cantavamo sui pavimenti
dove sorrideva la luce dei camini.
Cantavamo sopra gli alari
arroventati dalle pire delle potature
(la loro colpa era quella di avere chiuso la stagione).
Cantavamo romanze,
i cui eroi vincevano battaglie
che noi perdevamo ogni giorno, ogni ora
(cavalli bianchi, cavalieri e palafrenieri incorruttibili dal tempo).
Anche le madri cantavano già vecchie trentenni
e muovevano le mani gesticolando sui ritmi.
Mani tumide per le umide terre delle prode.
Eppure ogni anno la natura si sacrificava paganamente
sui roghi, nei forni e sulle corti,
per consegnarci i suoi profumi
(profumi che io conobbi sempre uguali
e che sembravano non soggetti a mutamenti).
Cantavamo stornelli
coi vinelli freschi del novembre.
Quando le botti ci accompagnavano
coi loro vocalizzi profumati,
rossi e iterati come gli strappi delle roncole.
I padri coi riti tramandati dagli aruspici etruschi
roteavano il primo liquido nel vetro predicente
per misurarne il corpo. Era la festa delle cantine,
la stessa festa che più volte presso gli antichi
avrà veduto Bacco e Cupido aggirarsi divertiti
al suono di zufoli e litofoni.
Cantavamo preghiere che Pan ci ispirava di ringraziamento
per i fulvi grani, per i pampini rossicci o per i vermigli frutti;
preghiere che i pagani
consegnarono pietosi nelle mani
dei cristiani facendosi santi.
Cantavamo senza perché la madre eterna
potesse anche essere ingiusta.
La pregavamo sulle strisce d’oro dei tramonti;
se esplodeva nei protervi affollamenti estivi;
se cadeva stanca meritandosi la morte;
o se riposava sotto i diluvi e le gelate.
E sembrava persino ringraziarci
o chiederci perdono
per le siccità, per le carestie o le morti precoci;
lo faceva turgida coi crisantemi e gli asfodeli
sui suoi cimiteri
aperti al cielo colle loro croci.
 

Giorgio Linguaglossa

Giorgio Linguaglossa

Commento di Giorgio Linguaglossa

Quella prima persona plurale che agisce l’unità verbale «cantavamo» iterata e reiterata a mo’ di refrain per tutta la composizione costituisce il soggetto diffuso, ovvero,  il soggetto agente rimosso; ma in realtà il «noi» non viene mai pronunciato apertamente (se non nella forma verbale) ma sempre sotto forma di una rimozione, sub specie di soggetto implicito; il discorso resta così appeso alla sostanza de-sostanziata di un soggetto agente che non soltanto non agisce, ma che anzi patisce un agire tutto esterno degli eventi atmosferici e pittorici presenti nella composizione. Così, parente lontano di Myricae e dell’Alcyone, la composizione di Nazario Pardini si pone come proveniente da un lontano passato, da un mondo scomparso e naufragato (anche il lessico rimanda ad un mondo anacronistico: «zufoli e litofoni», «a pei fulvi grani, pei pampini rossicci o pei vermigli frutti»),  allude alla immersione panica ad un mondo stilistico e storico che si è inabissato. Tra il «noi» del soggetto agente e l’«io» poetico dell’autore si instaura così un distacco, una distanza e una tensione, ed è da questa tensione che scocca la significazione connotativa. Il tratto stilistico dominante è dunque fornito  dall’impronta elegiaca, ma ciò che riscatta la composizione dall’essere una mera compilazione elegiaca è appunto quella distanza tra il soggetto agente collettivo (nominato) e l’io poetico (assente). Ampia è poi la metratura del colore messo come sulla superficie di un quadro con ricchezza di sinestesie e di nascondimenti coloristici («cavalli bianchi», «giallo dei granturchi» vs «aperti al cielo colle loro croci», dove è sottinteso il colore azzurro che non viene detto). Dicevamo del colore diffuso alla maniera degli impressionisti sulla tela, quasi a suggerire il colore senza apertamente nominarlo, lasciando il lettore privo del denotatum, e quindi di una guida sicura e precisa il lettore, che viene come accompagnato e poi subito dopo abbandonato alla fantasticheria che la rarefazione dei colori e dei toni gli suggerisce. 1295374195Alla diffusione dei toni e dei colori fa da controcanto la diffusione delle azioni e delle situazioni concrete, che vengono nascoste, rimosse, cancellate per lasciare il solo spazio aereo delle sensazioni e delle impressioni che le correlazioni linguistiche rievocano nel lettore: («vocalizzi profumati», «stornelli», «roncole», «aruspici etruschi», etc), emblemi e stilemi di un mondo lontano che viene rievocato in vita come per magia, come in un sortilegio collettivo. Direi che la composizione ci parla come un epicedio ad una tradizione scomparsa, un atto d’amore e di cordoglio per un mondo naufragato. Le opere pittoriche sono di Giuseppe Pedota

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19 commenti

Archiviato in critica letteraria, poesia italiana contemporanea

19 risposte a “Una poesia di Nazario Pardini commentata da Giorgio Linguaglossa

  1. Sandro Angelucci

    Sarebbe un errore – e starebbe a dimostrare che della poesia non si è afferrato il profondo senso spirituale – ridurre questo canto ad un puro sfogo memoriale e nostalgico di tempi ormai perduti. Oh certo: è una vita – quella evocata – agli antipodi di quella che giornalmente viviamo ma è la Vita, che ci appartiene in quanto noi le apparteniamo. L’ho premesso – e insisto – per non essere frainteso:nessun ritorno (peraltro realisticamente inimmaginabile) ma bisogno di contatto, di vera compenetrazione, di comunione con la natura, questo si, questo – mi si consenta – non è più procrastinabile. E, per essere sempre più esplicito: necessità di riallacciare quel nodo – ormai sciolto – che sta mandando alla deriva la nostra barca. Panteismo? Chiamatelo come volete (non sono le parole che contano); m’interessano soltanto quelle “preghiere che i pagani” cantavano consegnandole, “pietosi”, nelle mani dei posteri, divenendo autenticamente santi, protocristiani. M’interessa, enormemente, per il futuro dei miei figli, dei figli dei miei figli, che senza un perché si canti “la madre eterna”, anche quando può apparire ingiusta, anche quando ci ringrazia o ci chiede perdono “per le siccità, per le carestie o le morti precoci”; quando, ancora, apre al cielo i suoi “crisantemi” e “gli asfodeli” sui prati coperti di croci.
    Bravo, Nazario, per averci tolto di dosso (almeno momentaneamente) i calcinacci che cadono dalle rovine della falsa civiltà che abbiamo costruito.

    Sandro Angelucci

  2. Franco Campegiani

    Ci sono, a mio parere, due tipologie di memoria. C’è la memoria del passato, che è memoria di cose assenti, ingoiate dal tempo; e c’è una memoria degli archetipi, eternamente presenti, vivi ed operanti nella storia in virtù e solo in virtù del fatto che ne stanno fuori. La prima tipologia di memoria non è altro che una rielaborazione dell’intelletto compiaciuto di sé, dei propri ricordi, ed è narcisistica in ogni sua forma, indipendentemente dalla sostituzione dell’Io con il Noi (che è pur sempre – non dimentichiamolo – una realtà soggettiva). La seconda tipologia, invece (per la quale, in realtà, il termine sarebbe improprio), riguarda un’improvvisa rivelazione o illuminazione dell’intelletto da parte degli archetipi universali. E sono questi a cantare nella poesia di Nazario Pardini, portandoci in un mondo solo apparentemente scomparso, ma in realtà prodromico di fertili spunti innovativi. Il Noi di cui parla Pardini, non è il noi della realtà storico-Culturale, ma il Noi di un’unione profonda dell’uomo con la natura. Unione che è fondamentale per un essere che ancora vive sulla terra, e che l’universo ha voluto qui collocare.
    Franco Campegiani

  3. Pasquale Balestriere

    Concordo con le affermazioni di Angelucci e Campegiani e, dopo aver rilevato che ogni poeta è se stesso e non altri, nel senso che la sua espressione creativa è il frutto di un’incredibile somma di fattori che la connotano – quella di Pardini è di natura lirico-effusiva con tratti diegetici e affabulanti – mi accingo a esternare qualche dubbio sollevato in me dal commento di Linguaglossa, dubbio che, per mancanza di tempo (e me ne scuso), ho annotato in forma di immediata postilla tra parentesi quadre nel corpo stesso del suddetto commento. I punti interrogativi tra parentesi esprimono perplessità sul termine contiguo.
    Di seguito il commento di Linguaglossa con i miei dubbi.

    “Quella prima persona plurale che agisce l’unità verbale «cantavamo» iterata e reiterata a mo’ di refrain per tutta la composizione costituisce il soggetto diffuso, ovvero, il soggetto agente rimosso [mi pare che una cosa sia il soggetto diffuso, altra il soggetto agente rimosso (rimosso, da dove? se sono lì tutti e due, in quanto l’io è nel noi della lirica ed anche nel soggetto che rievoca, cioè il poeta, che è l’io narrante?)]; ma in realtà il «noi» non viene mai pronunciato apertamente (se non nella forma verbale [ e non basta?]) ma sempre sotto forma di una rimozione [un soggetto implicito non è una vera rimozione], sub specie di soggetto implicito; il discorso resta così appeso alla sostanza de-sostanziata di un soggetto agente che non soltanto non agisce [è forse un peccato?ma poi il cantare non è già azione? e il rievocare?] ma che anzi patisce un agire tutto esterno degli eventi atmosferici e pittorici presenti nella composizione. Così, parente lontano di Myricae e dell’Alcyione, la composizione di Nazario Pardini si pone come proveniente da un lontano passato, da un mondo scomparso e naufragato [?] (anche il lessico rimanda ad un mondo anacronistico [il passato è semplicemente passato, non anacronistico, per il semplice fatto che in qualche modo continua la sua vita nel presente]: «zufoli e litofoni», «a pei fulvi grani, pei pampini rossicci o pei vermigli frutti»), allude alla immersione panica ad un mondo stilistico e storico che si è inabissato[?]. Tra il «noi» del soggetto agente e l’«io» poetico dell’autore si instaura così un distacco, una distanza e una tensione, ed è da questa tensione che scocca la significazione connotativa. Il tratto stilistico dominante è dunque fornito dall’impronta elegiaca, ma ciò che riscatta la composizione dall’essere una mera compilazione elegiaca è appunto quella distanza tra il soggetto agente collettivo (nominato) e l’io poetico (assente). Ampia è poi la metratura del colore messo come sulla superficie di un quadro con ricchezza di sinestesie e di nascondimenti[?] coloristici («cavalli bianchi», «giallo dei granturchi» vs «aperti al cielo colle loro croci», dove è sottinteso il colore azzurro che non viene detto). Dicevamo del colore diffuso alla maniera degli impressionisti sulla tela, quasi a suggerire il colore senza apertamente nominarlo, lasciando il lettore privo del denotatum [cioè, per capire, forse Pardini non ha legato troppo saldamente il lettore al guinzaglio di una lettura denotativa?], e quindi di una guida sicura e precisa il lettore, che viene come accompagnato e poi subito dopo abbandonato alla fantasticheria che la rarefazione dei colori e dei toni gli suggerisce.[È forse un male lasciarlo libero di capire quello che gli pare?]
    Alla diffusione dei toni e dei colori fa da controcanto la diffusione delle azioni e delle situazioni concrete, che vengono nascoste, rimosse, cancellate per lasciare il solo spazio aereo delle sensazioni e delle impressioni [e qual è il problema? che nel testo c’è qualche sfumatura estetica e impressionistica? ma questo è un problema?]che le correlazioni linguistiche rievocano nel lettore: («vocalizziprofumati», «stornelli», «roncole», «aruspici etruschi», etc), emblemi e stilemi di un mondo lontano che viene rievocato in vita come per magia, come in un sortilegio collettivo. [È forse un male la rievocazione in poesia?]
    Direi che la composizione ci parla come un epicedio [la parola mi pare eccessiva] ad una tradizione scomparsa, un atto d’amore e di cordoglio per un mondo naufragato [?].”
    Pasquale Balestriere

    • Risposta a Pasquale Balestriere,

      Ogni discorso è ragionamento su un altro discorso, ogni ragionamento è una inferenza da un punto di vista. Il discorso poetico è un evento che noi interpretiamo dall’angolo visuale di un punto di vista. In ciò sta la giustificazione del discorso critico, e solo in ciò. A rigore, un discorso critico non elimina ma richiede il concorso di un diverso discorso critico. Il mio intendimento nella lettura della poesia di Nazario Pardini non era quello di «difendere» la poesia quanto quello di porla nel fuoco della controversia. In tal senso il discorso critico è immune dal discorso amicale invalso nella società letteraria, anzi, esso richiede, per essere mantenuto in vita, la sua verificazione, ovvero, la sua falsificazione.

      «Lo scrittore farà l’esperienza che, se si esprime con precisione, con scrupolo, in termini oggettivamente adeguati, quello che scrive passerà per difficilmente comprensibile, mentre se si concede una formulazione stracca e irresponsabile, sarà ripagato con una certa comprensione. Non basta evitare asceticamente i termini del linguaggio professionale, le allusioni ad una sfera culturale fuori mano : il rigore e la purezza della struttura linguistica, pur nell’estrema semplicità, operano un vuoto. (…)Tener d’occhio, nell’espressione, la cosa, anziché la comunicazione, è sospetto: lo specifico, ciò che non è tolto a prestito dallo schematismo, appare irriguardoso, quasi sintomo di astruseria e di confusione. La logica attuale, che fa tanto conto della propria chiarezza, ha ingenuamente collocato questa perversione nella categoria del linguaggio quotidiano. (…)Solo ciò che non ha bisogno di essere compreso passa per comprensibile; solo ciò che, in realtà, è estraniato, la parola segnata dal commercio, li colpisce come familiare».*

      *[Theodor W. Adorno, Morale e stile, in: Idem: Minima moralia ©1951]

      • Pasquale Balestriere

        Posta così la questione, non si può non condividere la risposta di Linguaglossa. Egli ha fatto bene a porre “nel fuoco della controversia” la poesia di Pardini, perché così fa il critico. Ma certi termini che io ho postillato con il punto interrogativo nell’intervento precedente (e anche qualche altra espressione) sono la spia di una parziale condanna o, se si vuole, non-condivisione, insomma di una posizione di dissenso.
        Va bene, ci sta. Ma proviamo a capirci, però. Premesso che qui nessuno “difende” qualcosa che non sia il proprio modo di percepire e di vivere la poesia, oltre che il personale metro di valutazione; che non ci appartiene il “discorso amicale” perché, almeno per quanto mi riguarda, l’amicizia con Pardini è stata provocata dalla poesia, essendone un effetto (cioè ci siamo conosciuti grazie alla poesia); ciò premesso, confesso che in qualche modo mi stupisce e un po’ mi preoccupa l’atmosfera intollerante e quasi talebana che si sta creando nel panorama letterario in base alla quale chi non è almeno un postmoderno viene messo alla gogna e indicato come un rudere indecente, un sopravvissuto impresentabile. L’atteggiamento è tipico delle avanguardie. E tuttavia io contesto e respingo con tutte le mie forze questa visione riduttiva e manichea perché, secondo la mia opinione, la poesia non ha bisogno di etichette, è plurale e polisemica per posizioni, forme ed esiti. Ognuno scelga la sua strada e la percorra, senza isterismi. E, per me, oltre tutte le scelte e le soluzioni, i versi lunghi e la tridimensionalità della poesia, è necessario che ci sia il poeta. Se manca questo, ogni discorso si fa salottiero e inutile. E il poeta, se è veramente tale, non ha bisogno di norme, regole, scuole, ché tutte le riassume e supera.
        Pasquale Balestriere

  4. Un dilagare della poesia in ampiezze che tocchino la coda di un prosastico fluire, dove le sinestesie, gli anacoluti, e gli stilemi confluiscano in un oggettivismo che escluda immissioni di sollecitazioni mnemoniche, ove vagiscono gli autunni o sorridono sprazzi di antiche primavere, dunque.

    Bisogna anche dire, però, per essere obiettivi e per dare una visione più organica e più completa dell’universo poetico-culturale attuale, che non è di certo meno frequentata, oggigiorno, una visione diametralmente opposta della poetica. Una poetica che fa del verso un’ondulazione e una duttilità tali da corrispondere agli stadi emotivi dell’essere. Una poesia connotata da alte impennate di emotività, da slanci iperbolici di onirica e immaginifica fattura, da un sentire che precede con la sua intensità l’atto raziocinante dell’esistere, da una poesia che possiede, come valore aggiunto, la ricerca di una sonorità che ha bisogno dell’a capo del verso, e che si abbandona a sperdimenti panici che tanto dicono delle inquietudini o delle quietudini della nostra caducità esistenziale. Insomma una poesia che cerchi di tradurre il perpetuo conflitto fra la terrenità dell’esistere e lo slancio all’oltre; quel polemos fra i contrari di pascaliana memoria quale è la vita. E se l’uomo si affida all’onirico o al memoriale non è poi tanto male, visto che il sogno ne fa parte, come ne fa parte la stessa morte. E considerando che quel senso di struggimento della mortalità ha contraddistinto sempre la poetica dei grandi nella storia.
    Congiungersi con loro, riattivandone le energie e attualizzandone i contesti, dando una certa continuità alla diacronica vicenda dell’insufficienza umana, credo sia lo spirito di quest’altra grande schiera di poeti. Poeti che non disdegnano certamente musicalità, passione, immaginazione, contestualizzazione di un mito energizzato, e realtà, sì!, realtà; ma una realtà che sia crocianamente ri-vissuta e metabolizzata fino a farsi serbatoio di immagini. Quel serbatoio al quale si sono rifatti Leopardi … Montale… Quasimodo… Luzi… e a cui si rifanno tanti poeti dei nostri giorni, creando “Poemi” di grande tensione emotiva. Perché alla fin fine la Poesia deve emozionare, deve far provare quei brividi che “scatenano” tutte le manifestazioni artistiche (vedi il mio amato Giacomo Puccini, in particolar modo nel coro muto della Butterfly, rappresentato magari sul lago di Torre del Lago davanti alla casa in cui lo compose). E io credo che alla base del tutto ci voglia l’umiltà di pensarci umani: quell’umiltà che porta a credere non definitivi e ultimativi i nostri convincimenti.

    Nazario

    • Sono perfettamente d’accordo con Nazario Pardini, che ringrazio per questo illuminante intervento sulla poesia!

    • Apprezzo la poesia di Nazario Pardini qui proposta e la sua eccellente lezione sulla Poesia. La mia non è una difesa “amicale” perché, come ha scritto il prof. Balestriere, ci siamo conosciuti per merito della poesia a Pisa, durante la premiazione del concorso “Il Portone” nel 2005. Se poi è nato un amichevole rapporto letterario, ciò è indice di buon carattere soprattutto da parte sua (io sono introversa per natura).
      Bravo Nazario!
      Giorgina

  5. RICEVO PER E-MAIL CON RICHIESTA DI PUBBLICARE

    CANTAVAMO (insieme)

    Varco timidamente l’uscio di questo blog assistendo, con misurato interesse, al dibattito che una singola voce riesce a suscitare nei commenti di attenti e illuminati lettori.
    A questo coro mi unisco anch’io – minuscolo frammento nell’universo letterario – con parole semplici e spoglie di congetture accademiche, affinché anche a chi non è avvezzo ad artificiose elucubrazioni giunga chiara l’eco del mio pensiero.
    Premesso che qualsiasi opera letteraria (al pari di tutte le altre espressioni artistiche) deve essere necessariamente posta al vaglio del Critico, è pur vero che chiunque (e per chiunque intendo ogni creatura pensante) può prendere posizione rispetto ad essa.
    Non può quindi esistere un parere censorio dominante o super partes.
    La Poesia – come tangibile sublimazione del pensiero umano – esprime la volontà e la necessità dell’artista di porsi in relazione con l’alterità, e quindi deve essere alla portata di tutti; ed ognuno fruisce dei messaggi da essa dispensati.
    Messaggi d’amore e di odio, di speranza e di rassegnazione, di gioia e di amarezza… e di ogni altro sentimento sparso nel nostro sentiero di vita.
    La penna del cantore, immergendosi nel calamaio di vivide nostalgie o dei colori della natura, indirizza garbate missive all’anima, voce critica – amorevole quanto severa – delle nostre debolezze e ci sprona a scavare nelle macerie che giorno dopo giorno accumuliamo davanti a noi: ci suggerisce di ritrovare, tra i cumuli di rovine della nostra folle corsa, la fede che abbiamo perduto, i valori che abbiamo calpestato, lo spirito del Bello che i nostri avi ci hanno tramandato.
    E – qualora se ne riscontrasse l’opportunità – ben venga sedersi all’ombra di Pascoli o di D’Annunzio ascoltandone i palpiti dei loro cuori, senza peraltro plagiarne neanche un battito. Nessun poeta talentuoso vorrebbe (né potrebbe) imprimerere un’orma uguale a quella lasciata da altri vati: la penna virtuosa, come l’abile strumento dell’artigiano, non creerà mai un’opera uguale (e forse neanche simile) ad un’altra. Gli accenti che serbiamo in petto sono unici nel lirismo che racchiudono e nei variegati colori delle loro vesti.
    Mi si obietterà: questo excursus indossa un abito meramente critichese e adduce motivazioni semplicistiche, non ponendo obiettive basi di indagine sull’ usus scribendi dell’autore.
    Sarà forse vero, ma è altrettanto tangibile una certezza: la lirica di Pardini NON proviene da un mondo scomparso e naufragato.
    E non siamo i soli a preferire un lessico ingiustamente accusato di anacronismo.

    D’altro canto gli stilemi che coniugano strofe pregne di neologismi roboanti o che permettono a certe congiunzioni monosillabiche di ultimare un verso, appartengono ad autori che della loro libertà di espressione hanno fatto un’accozzaglia di pensieri in libertà, privi di pathos e genuinità, macchinosi e incomprensibili per gran parte dei lettori.
    Nel mio umilissimo percorso d’Arte io prediligo passeggiare in compagnia di sonetti, canzoni, madrigali ed altre forme poetiche;
    dovrei forse abbandonarle poiché provenienti da un lontano passato?
    Alcune strutture liriche classiche nostrane sono state adottate (ed amate – basti pensare al sonetto) da culture di mezzo mondo.
    Montale, il poeta che accoglieva nei suoi versi le fragilità umane assegnando alla Poesia il compito di spalancare agli uomini la porta del comunicare tra loro per riscattare la Dignità, nel suo discorso a Stoccolma, in occasione del conferimento del Nobel (12 Dicembre 1975) asseriva (cito testualmente):
    “ … Esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena espressa, e l’altra può dormire i suoi sogni tranquilla. Un giorno si risveglierà, se avrà la forza di farlo…”.
    Bene! Ben venga allora il mondo anacronistico (?) di Pardini, abitato da zufoli e litofoni, da pampini rossici o vermigli frutti.
    Rimanga desto il suo canto che non si è mai addormentato!
    Gliene sarò riconoscente.
    E citando ancora testualmente Montale nel finale della sua Nobel Lecture:
    “ … non solo la poesia, ma tutto il mondo dell’espressione artistica o sedicente tale è entrato in una crisi che è strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di essere umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun altra creatura vivente può vantare … “
    Chi non vuole andare alla deriva deve ancorarsi con tenacia alle sponde di un passato più presente che mai: ne abbiamo bisogno per sconfiggere il malcelato nichilismo intellettuale del Nuovo e della Dittatura del pacchiano.

    Roberto Mestrone

  6. QUESTA SECONDA MAIL, PERCHE’ LA PRECEDENTE CONTENEVA ALCUNI REFUSI

    CANTAVAMO (insieme)

    Varco timidamente l’uscio di questo blog assistendo, con misurato interesse, al dibattito che una singola voce riesce a suscitare nei commenti di attenti e illuminati lettori.
    A questo coro mi unisco anch’io – minuscolo frammento nell’universo letterario – con parole semplici e spoglie di congetture accademiche, affinché anche a chi non è avvezzo ad artificiose elucubrazioni giunga chiara l’eco del mio pensiero.
    Premesso che qualsiasi opera letteraria (al pari di tutte le altre espressioni artistiche) deve essere necessariamente posta al vaglio del Critico, è pur vero che chiunque (e per chiunque intendo ogni creatura pensante) può prendere posizione rispetto ad essa.
    Non può quindi esistere un parere censorio dominante o super partes.
    La Poesia – come tangibile sublimazione del pensiero umano – esprime la volontà e la necessità dell’artista di porsi in relazione con l’alterità, e quindi deve essere alla portata di tutti; ed ognuno fruisce dei messaggi da essa dispensati.
    Messaggi d’amore e di odio, di speranza e di rassegnazione, di gioia e di amarezza… e di ogni altro sentimento sparso nel nostro sentiero di vita.
    La penna del cantore, immergendosi nel calamaio di vivide nostalgie o dei colori della natura, indirizza garbate missive all’anima – voce critica, amorevole quanto severa, delle nostre debolezze – e ci sprona a scavare nelle macerie che giorno dopo giorno accumuliamo davanti a noi: ci suggerisce di ritrovare, tra i cumuli di rovine della nostra folle corsa, la fede che abbiamo perduto, i valori che abbiamo calpestato, lo spirito del Bello (imbrattato di mercimonio) che i nostri avi ci hanno tramandato.
    E – qualora se ne riscontrasse l’opportunità – ben venga sedersi all’ombra di Pascoli o di D’Annunzio ascoltandone i palpiti dei cuori, senza peraltro plagiare neanche un battito. Nessun poeta talentuoso vorrebbe (né potrebbe) imprimerere un’orma uguale a quella lasciata da altri vati. La penna virtuosa, come l’abile strumento dell’artigiano, non creerà mai un’opera uguale (e forse neanche simile) ad un’altra. Gli accenti che serbiamo in petto sono unici nel lirismo che racchiudono e nei variegati colori delle loro vesti.
    Mi si obietterà: questo excursus indossa un abito meramente critichese e adduce motivazioni semplicistiche, non ponendo obiettive basi di indagine sull’ usus scribendi dell’autore.
    Sarà forse vero, ma è altrettanto tangibile una certezza: la lirica di Pardini NON proviene da un mondo scomparso e naufragato.

    E non siamo i soli a preferire un lessico ingiustamente accusato di anacronismo.
    D’altro canto gli stilemi che coniugano strofe pregne di neologismi roboanti o che permettono a certe congiunzioni monosillabiche di ultimare un verso, appartengono ad autori che della loro libertà di espressione hanno fatto un’accozzaglia di pensieri in libertà, privi di pathos e genuinità, macchinosi e incomprensibili per gran parte dei lettori.
    Nel mio umilissimo percorso d’Arte io prediligo passeggiare in compagnia di sonetti, canzoni, madrigali ed altre forme poetiche;
    dovrei forse abbandonarle poiché provenienti da un lontano passato?
    Alcune strutture liriche classiche nostrane sono state adottate (ed amate – basti pensare al sonetto) da culture di mezzo mondo.
    Montale, il poeta che accoglieva nei suoi versi le fragilità umane assegnando alla Poesia il compito di spalancare agli uomini la porta del comunicare tra loro per riscattare la Dignità, nel suo discorso a Stoccolma, in occasione del conferimento del Nobel (12 Dicembre 1975) asseriva (cito testualmente):
    “ … Esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena espressa, e l’altra può dormire i suoi sogni tranquilla. Un giorno si risveglierà, se avrà la forza di farlo…”.
    Bene! E allora evviva al mondo anacronistico (?) di Pardini, abitato da zufoli e litofoni, da pampini rossici o vermigli frutti!
    Rimanga desto il suo canto che non si è mai addormentato!
    Gliene sarò riconoscente.
    E citando ancora testualmente Montale nel finale della sua Nobel Lecture:
    “ … non solo la poesia, ma tutto il mondo dell’espressione artistica o sedicente tale è entrato in una crisi che è strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di essere umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun altra creatura vivente può vantare … “
    Chi non vuole andare alla deriva deve ancorarsi con tenacia alle sponde di un passato più presente che mai: ne abbiamo bisogno per sconfiggere il malcelato nichilismo intellettuale del Nuovo e della Dittatura del pacchiano.

    Roberto Mestrone

    • Rispondo a Roberto Mestrone
      dicendo che le mie espressioni “epicedio” e le mie sottolineature al mondo anacronistico cui si riferisce la composizione di Nazario Pardini, sono state male interpretate. Il discorso critico che ho abbozzato sulla composizione in argomento voleva mettere in evidenza l’esatto contrario, ovvero, l’aspetto altamente positivo che il punto di vista anacronistico conferisce alla poesia. L’anacronismo è un elemento direi indispensabile per la poesia… una poesia non anacronistica, o che almeno non ci appare tale, scade inevitabilmente nel consumo linguistico, e presto viene dimenticata. In tal senso e da questo punto di vista, il mio sforzo ermeneutico è stato equivocato nell’esatto contrario.
      La poesia di Pardini è anacronistica. E questo è il suo punto di forza. Il ristabilire un legame genealogico con il lessico pascoliano dannunziano, in sé non lo connotavo negativamente, ma tentavo di contestualizzarlo nelle presenti condizioni macro poetiche: il recupero di un lessico non è mai un fatto neutrale, sia ideologicamente che stilisticamente. E comunque questo recupero non è in sé un fattore negativo, è solo il contesto stilistico dell’opera che può decidere se quel tal recupero è poi ben riuscito o se non è riuscito affatto o se è riuscito a metà. In realtà io lasciavo una porta aperta a questa ipotesi ermeneutica, e la lasciavo per un semplice fatto che una valutazione critica deve essere espressa solo in presenza di un corpus, di un libro o di un percorso di scrittura e non può essere affidata all’esame di un singolo testo.
      Resta il fatto che l’operazione “anacronistica” di Nazario Pardini la considero, in sé, coraggiosa e, paradossalmente, nella misura del proprio anacronismo, innovativa.

  7. maria rizzi

    Carissimo Giorgio,
    entro in punta di piedi in questo dibattito tra colossi per esprimere le mie perplessità circa un anacronismo, che a livello lessicale non ritengo il termine idoneo al lirismo del Professor Pardini, ma che, soprattutto, mi sembra tu abbia messo in discussione seriamente e poi considerato il ‘grande punto di forza’ del versificare del nostro comune Amico.
    A mio umile avviso l’innovazione consiste proprio nel saper coniugare il sapere dei classici, che rappresentano la base indiscussa della nostra conoscenza, con le forme poetiche più moderne. Montale e Pasolini sono stati esempi fulgidi di creatività e di capacità di creare un continuum con il nostro classicismo. Mi sembra tu li abbia messi in discussione…
    Aiutami a chiarirmi le idee, perché temo di non possedere la necessaria elasticità mentale per seguire le tue funamboliche gimkane…
    Approfitto dell’intervento per porgere i più cari saluti a tutti gli illustri ospiti …
    Maria Rizzi

    • Cercherò di rispondere dal mio punto di vista. Quando Leopardi scrisse “L’infinito”, la sua poesia era veramente e profondamente anacronistica se la consideriamo a confronto con le poesie che si scrivevano nel suo tempo. Oggi, a distanza di tanti anni, noi abbiamo dimenticato la fortissima carica anacronistica di quel tipo di poesia, l’abbiamo dimenticato perché abbiamo digerito quella profonda innovazione. Dico di più, a mio modesto avviso la poesia contemporanea se vuole durare nel futuro dovrà vestirsi di panni anacronistici, dovrà apparire ed essere profondamente anacronistica, apparire ed essere “fuori moda”, fuori contesto (rispetto al contesto del contemporaneo e delle sue poetiche di facile lettura e digeribilità). In questa accezione, la poesia di Pardini si muove nella giusta direzione, tende a ripristinare un lessico “antico” per riposizionarlo nel contesto linguistico macro poetico del linguaggio della comunicazione. Ma qui intervengono e devono intervenire altre considerazioni e valutazioni, e cioè se quel contesto lessicale sia stato versato (piegato, forgiato) in un continuum stilistico che giustifichi quel lessico. E questa è un’altra direzione che l’ermeneuta deve sempre prendere in considerazione.
      Quando Montale abbandona il suo antico stile e con “Satura” (1971) cambia stile e accetta di misurarsi con il linguaggio relazionale della comunicazione interpersonale, compie una operazione che ha avuto una profonda influenza sulla poesia italiana che seguirà, compie un anacronismo, ma all’incontrario, cioè accetta una modernizzazione lessicale e linguistica ma rinuncia alla costruzione di un “nuovo stile”. Si dirà che non era nelle sue corde e nelle sue possibilità creare un “nuovo stile”. Questo è un punto nevralgico: la rinuncia ad un “nuovo stile” caratterizzerà la poesia italiana a venire che sarà chiamata poesia da traduzione, poesia del post-moderno, e aprirà la strada al minimalismo con tutte le conseguenze che la poesia italiana rinuncerà a costruire una nuova forma-poesia, accetterà in modo acritico di misurarsi con il problema della invasione dei linguaggi tele mediatici. Questo detto in poche parole è stata la via italiana ad un riformismo moderato che ha invalidato, cioè ha reso difficile e problematico alla poesia italiana di raggiungere una nuova forma-poesia. Che poi è il medesimo problema con cui tenta di misurarsi Steven Grieco nell’articolo postato oggi sul problema della utilizzazione di un linguaggio poetico della middle-class.

  8. Caspita, se una poesia del professor Pardini vi fa scrivere questi trattati così complessi, vuol dire che stiamo parlando di un grande poeta! Non posso controbattere, ma permettetemi di fare la parte del lettore. Personaggio strano il lettore: esiste, assorbe e non dice niente… eppure la poesia cresce in lui, e in qualche modo incide nelle sue scelte.
    Bene, leggete e scagliatevi pure contro di me, ma tentiamo di pensare a cosa direbbe il pubblico.
    Vedete, io sono per le cose semplici, mi basta sapere se una poesia tocca le fibre più intime oppure no. A me sembra chiaro che il Professore nella sua poesia si rivolge ad una voce interiore, che vibra in ciascuno di noi. Credo che ci riesca, a prescindere da quanto si dice nel verso, perché la posia ha la magia di dire ciò che non dice, come la musica. La poesia comunica, unisce. Il resto ritengo che sia secondario.

    Saluti a tutti
    Claudio Fiorentini

  9. Sono colpito da quel “cantavamo” indicativo imperfetto, perché significa che non cantiamo più, mentre madre terra sembra voler persino evitare il contatto da noi.

  10. Questo è un testo che ha tutta la forza di un coro greco. E le sue radici simboliche. Allo stesso tempo, l’uso dell’imperfetto, che almerighi sembrerebbe leggere come un passato remoto, è proprio del tempo sospeso (e circolare) e archetipico della fiaba, ma anche del mito. L’imperfetto è un tempo la cui azione non è cessata, perdura nel presente. Più che memoria, ci leggo consapevolezza. Lo facevamo e lo possiamo fare. Ed è forse questo il significato profondo di questo testo bellissimo.

  11. Ringrazio tutti gli amici di Poesia che con i loro interventi, vari e acuti, hanno messo in evidenza i plurali aspetti di “Cantavamo”.
    Un abbraccio
    Nazario

  12. Ricevo per E-Mail e posto:

    Ho letto e riletto con molta attenzione i colti commenti che poeti e critici hanno voluto esprimere riguardo la poesia di Nazario Pardini.
    Personalmente credo che la poesia non debba avere confini precisi entro i quali muoversi e ritengo che le memorie siano e restino patrimonio personale dell’essere umano. Se il poeta ha bisogno o sente di doversi rifare al passato va apprezzato e non solo per l’intendimento, ma essenzialmente per i contenuti.
    L’importante è la sensazione che se ne riceve, l’arricchimento interiore, la percezione del profondo.
    Ripeto con convincimento: non credo che la poesia, o la musica, o meglio l’arte in generale debba vivere imprigionata in vincoli di qualsiasi genere.
    Un apprezzamento sincero alla lirica di Nazario Pardini e un’ acclamazione alla “libertà nella poesia”.
    Giannicola Ceccarossi

  13. Ebbro nel vortice della prima parte,molto di me ho ritrovato.Grazie !

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