Milo De Angelis – Autoantologia – Retrospettiva della sua poesia (1976-2010)con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove insegna in un carcere. Ha pubblicato Somiglianze (1976); Millimetri (1983); Terra del viso (1985); Distante un padre (1989); Biografia sommaria (1999); Tema dell’addio (2005); Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010); Incontri e agguati (2015).   

Milo De Angelis 2 foto Viviana-Nicodemo

copertina milo de angelis somiglianze

La poesia di Milo De Angelis da Somiglianze (1976) a Quell’andarsene per il buio dei cortili (2010), che vuole essere la più decisa reazione alla cultura dello sperimentalismo, a guardare bene dentro i suoi meccanismi segnaletici e semantici, è uno «sperimentalismo interiorizzato», un deragliamento dei legamenti di inferenza e di inerenza che costituiscono la struttura della significazione, è insomma uno sperimentalismo rovesciato. Ma è grazie a questo «rovesciamento» che l’autore milanese è riuscito ad imprimere alla poesia del secondo Novecento quell’accelerazione, quei cambi di marcia, quelle cuciture inserite tra le dis-connessioni sintagmatiche che sono state il prodotto più cospicuo di novità degli anni Ottanta e Novanta; ma c’è un equivoco di fondo che va sciolto: il discorso poetico inteso dall’autore milanese come «parola destinale», presso i suoi numerosissimi epigoni diventa una forzatura, un prodotto di epigonismo mimetico. La parola poetica abita il linguaggio mentre il destino abita l’esistenza storica dell’ente. Sono due sfere separate e distinte che la poesia deangelisiana tenta di far combaciare. Ecco il vero nodo da sciogliere, che la poesia post-deangelisiana degli epigoni che vive nell’equivoco di dichiararsi a priori destinale non potrà mai risolvere. Che una lussureggiante lettura di Heidegger possa condurre a questa conclusione non può esimerci dal dire che la pratica e la teorizzazione della parola-destinale indica l’esasperazione di un concetto forzoso. Nel primo libro di De Angelis viene assunto a linguaggio poetico la struttura emozionale, emotiva e commotiva di un linguaggio transmentale potato di ogni legame e riferimento al linguaggio strumentale-relazionale. De Angelis opera un vero e proprio disboscamento di tutto ciò che è razionale nel linguaggio relazionale. C’è il trionfo della parola-frontale, della parola-destino della parola-emotiva che diventa una sorta di super modellizzazione secondaria del linguaggio poetico che presso gli epigoni conoscerà un successo di massa eguagliato soltanto da quello arriso alla poesia di un Magrelli. Va detto però che l’influenza esercitata dalla poesia di De Angelis su quella italiana è stata senz’altro positiva ma si è risolta in un fenomeno di costume negativo per la chiave conservatrice con la quale i suoi elzeviristi ne innalzano sperticate lodi. Ma è dalla modellizzazione secondaria di De Angelis che occorre ripartire per ricostruire il discorso poetico.

Ad un consunto retrospettivo oggi si può affermare con cognizione di causa che la poesia di Milo De Angelis è forse l’unica del tardo Novecento che si è posta come consapevole forma di mitologizzazione della nuova iconologia urbana e dei suoi drammi esistenziali mediante una intensificazione senza precedenti delle fraseologie del «nuovo» poetico.*

Mi è stato chiesto, recentemente, che cosa avessi in mente con questa «oscura» locuzione filosofica:

«La parola poetica abita il linguaggio mentre il destino abita l’esistenza storica dell’ente».

Non è semplice dire ciò che avevo in mente nel momento in cui ho scritto quella frase, circa tre anni or sono, certo è che oggi, a distanza di quasi un anno dalla pubblicazione del libro dove quella frase si trova posso dire che il concetto di discorso poetico (che avevo in mente allora) è quella «cosa» che tenta di far combaciare il non identico con l’identico riportando il tutto sotto la legislazione del principio di identità. Detto così la cosa diventa ancora più confusa, ma certo è che il discorso poetico di De Angelis è quello che ha saputo introdurre una intensificazione tra gli oggetti linguistici e, al contempo, una divaricazione tra di essi: di qui la «vertigine» dei piani alti dove si svolge l’esperienza dei suoi personaggi linguistici; e questa vertigine è l’index veri, la verifica di quei piani alti… l’altitudine, l’astrazione dialogica ed esperienziale dei suoi personaggi poetici, sono la migliore conferma di quel posizionarsi su, appunto, quei piani alti del linguaggio poetico. Intendo dire che il «poetico» abita sempre il linguaggio, il suo linguaggio, che si ritaglia a misura delle sue esigenze.
Se «la contraddizione è il non-identico sotto l’aspetto dell’identità» (Adorno), ecco che ci appare chiaro come il linguaggio poetico di De Angelis riflette questa «contraddittorietà diffusa» presente nel cosiddetto «reale», nella storia del paese chiamato Italia. La riflette e la trasloca. La lunghezza di questo trasloco ci può dire molto sulla strada percorsa da questa poesia. Il tempo che scorre è sempre il migliore viatico per una poesia (o il suo migliore assassino).
Dunque, l’esistenza storica sta lì, sta fuori… e bussa per ottenere udienza al linguaggio relazionale delle collettività, e quest’ultimo bussa e chiede udienza al linguaggio poetico, il quale, in ultima istanza procede al trasloco delle masserizie linguistiche. E pone un nuovo problema alla poesia a venire. Che qualcuno, forse, un giorno, risolverà.

* da Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, 2013 pp. 150 €14.

da Somiglianze (1976)

LA LUCE SULLE TEMPIE

Che strano sorriso
vive per esserci e non per avere ragione
in questa piazza
chi confida e chi consola di colpo tacciono
è giugno, in pieno sole, l’abbraccio nasce
non domani, subito

il pomeriggio, i riflessi
sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni
vicino alle unghie rosse
coincidono con le frasi
questa è la carezza

che dimentica e dedica
mentre guarda dentro la tazzina le gocce
rimaste e pensa al tempo
e alla sua unica parola d’amore: “adesso”.

L’ISOLA SARÀ GUARDATA NELLA SUA BELLEZZA

Anche la faccia, al risveglio
ogni volta, panico e ansia
di diventare diversa:
un secolo intero scorreva
nei suoi movimenti
perché era l’unicità.
Eppure qualcuno, già salvo,
sfidando i suicidi vicino al letto e le pastiglie
che cadono dalle mani
qualcuno sta dicendo:
l’isola sarà guardata nella sua bellezza
non importa se da noi o da altri.

T. S.

Ognuno di voi avrà sentito
il morbido sonno, il vortice dolcissimo
che si adagia sul letto
e poi l’albero, la scorza, l’alga
gli occhi non resistono

e i flaconi non sono più minacciosi
nella luce chiaroscura del pomeriggio
mentre mille animali
circondano la lettiga, frenano gli infermieri
il disastro del respiro sempre più assopito
nei vetri zigrinati
dell’autoambulanza, appare
il davanzale di un piano, il tempo
che sprigiona i vivi
e li fa correre con la corrente nelle pupille,
l’attimo dell’offerta, per scintillarle.
E improvvisa, la quiete
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto.

milo_de_angelis

foto di Dino Ignani

da Biografia sommaria (1999)

SEMIFINALE

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira. Non so
quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il professor D’Amato spieagava
un pronome…nemo: nessuno, non nemo: qualcuno
nessuno giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quella vicine. Guarderò. Neminem
excepi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione.
Morire è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia e di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. È semplice, ragazzi, nessuno.

Foto Milo De Angelis (Viviana Nicodemo)

IDROSCALO

Il ragazzo che si tuffa
In un crawl potente e urta un sasso…
…la ciocca insanguinata…
…la giovinezza prese la forma
di un passo oscuro, di una rosa
appesa alla finestra
«salvami, padre, da quest’ora dolorosa»
la gente saliva, scendeva, cercava
una fune, una cosa
qualsiasi, sputava, gettava in acqua
il suo fazzoletto, ciascuno
parlava all’orecchio
di un altro, diceva
Dio non ha più desiderio,
una volta aveva freddo, Dio, tendeva
le mani per indossare,
un cappotto, il primo, anche questo
che è vecchio, guarda,
toccalo, tienilo pure…
un cappotto, capisci, non i velluti
scesi dal cielo, ma questo,
il mio, persino il mio cappotto.

*

CARTINA MUTA

          Ora lo sai anche tu
          lo sappiamo
          mentre stiamo per rinascere
                   Franco Fortini

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
«Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io…
…né prendere né lasciare». Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.

«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
…vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…»

Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò d’accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca
non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io…lo vedremo,
ora lo vedremo…lo vedremo tutti…ora…
…ora che stiamo per rinascere.

da Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010)

Era buio. Il centro di agosto era buio
come il corpo nudo. Non potevo
trovare riposo né movimento: solo il battere
del sangue sulle labbra. Il buio
giungeva dal respiro aperto, dalla freccia alata
che entra nel mondo. Il buio
era lì. Era lì, nel vertice
della prima caduta, era me stesso,
questo freddo che, oltre i secoli, mi parla.

*

Non rispondono all’appello, sono
dispersi ai bordi della terra, hanno
il segreto della linea che trema, sono usciti
dalle vene dell’essere amato e ora
potete vederli, di sera, verso le tangenziali
chiedere silenzio con un dito sulle labbra.

*

E’ tardi
nettamente. La vita, con il suo
perno smarrito, galleggia incerta
per le strade e pensa
a tutto l’amore promesso.
Cosa attende da me? Dove batte
il cuore dei perduti? E’ questa
la meta misteriosa
di ciò che vive?
La casa si allontana
dai soggiorni, tutto
è consegnato all’evidenza
della fine, tutto è sfuggito….
… ma la sillaba
che stringeva la gola
è questa.

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18 commenti

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18 risposte a “Milo De Angelis – Autoantologia – Retrospettiva della sua poesia (1976-2010)con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Mi è stato chiesto da un interlocutore che cosa intendevo dire con la frase:

    «La parola poetica abita il linguaggio mentre il destino abita l’esistenza storica dell’ente».

    Non è semplice dire ciò che avevo in mente nel momento in cui ho scritto quella frase, circa due anni or sono, certo è che oggi, a distanza di quasi un anno dalla pubblicazione del libro dove quella frase si trova posso dire che il concetto di discorso poetico (che avevo in mente allora) è quella «cosa» che tenta di far combaciare il non identico con l’identico riportando il tutto sotto la legislazione del principio di identità. Detto così la cosa diventa ancora più confusa, ma certo è che il discorso poetico di De Angelis è quello che ha saputo introdurre una intensificazione tra gli oggetti linguistici e, al contempo, una divaricazione tra di essi: di qui la «vertigine» dei piani alti dove si svolge l’esperienza dei suoi personaggi linguistici; e questa vertigine è l’index veri, la verifica di quei piani alti… l’altitudine, l’astrazione dialogica ed esperienziale dei suoi personaggi poetici, sono la migliore conferma di quel posizionarsi su, appunto, quei piani alti del linguaggio poetico. Intendo dire che il «poetico» abita sempre il linguaggio, il suo linguaggio, che si ritaglia a misura delle sue esigenze.
    Se «la contraddizione è il non-identico sotto l’aspetto dell’identità» (Adorno), ecco che ci appare chiaro come il linguaggio poetico di De Angelis riflette questa «contraddittorietà diffusa» presente nel cosiddetto «reale», nella storia del paese chiamato Italia. La riflette e la trasloca. La lunghezza di questo trasloco ci può dire molto sulla strada percorsa da questa poesia. Il tempo che scorre è sempre il migliore viatico per una poesia (o il suo migliore assassino).
    Dunque, l’esistenza storica sta lì, sta fuori… e bussa per ottenere udienza al linguaggio relazionale delle collettività, e quest’ultimo bussa e chiede udienza al linguaggio poetico, il quale, in ultima istanza procede al trasloco delle masserizie linguistiche. E pone un nuovo problema alla poesia a venire. Che qualcuno, forse, un giorno, risolverà.

  2. Non importa chi si è, noto con amareza che neanche un Noto Poeta attrae
    un commento, sia pure breve, contro o pro. Sono passati da qui centinaia oppure una dozzina di curiosi? Non si sono visti menzionati e allora ciao,
    niente. Voglio dire, chi non si vede menzionato si disinteressa, non lascia
    una breve opinione su qualsiasi Autoantologia che il generoso e spesso
    giusto Giorgio Linguaglossa presenta in questo blog, L’ombra delle parole.
    Io, non vedendo il mio nome, sicuramente più noto di tutti coloro che sono
    finora passati da qui in silenzio, mi scandalizzo e ironicamente dico all’amico Milo De Angelis: stai tranquillo, ci sono io.

    • …vorrei dire ad Alfredo de Palchi che l’importanza di un poeta non si misura certo dal numero di commenti che si schierano pro o contro, piuttosto dovrebbero essere i commenti capaci di sollevare questioni di valutazione e di interpretazione, se ciò non accade nulla inficia il valore delle proposte del blog, faccio presente che neanche articoli importanti come quello di Umberto Eco sulla questione del «realismo minimo» o quello a mia firma postato stamane sul blog sulla questione del realismo negativo o minimo ha sollevato commenti di sorta; che vuol dire?, semplicemente, a mio avviso, che le questioni molto complesse che richiedono per la loro valutazione delle cognizioni specifiche, spesso, anzi, quasi sempre, restano privi di riscontro diretto e di commenti, ma ciò non significa altro che questo: che le questioni complesse richiedono approfondimenti da parte di coloro che hanno i requisiti e le conoscenze minime per entrare nel discorso con qualche competenza. La serietà di un blog resta, credo, immutata anche in assenza di commenti, anzi, proprio l’assenza di commenti è, a mio avviso, paradossalmente, la riprova che quando l’asticella delle difficoltà dei testi proposti viene alzata, i commenti scendono in proporzione inversa.
      Certo, la poesia di De Angelis richiede competenze specifiche squisitamente letterarie e di bagaglio critico che di solito chi scrive in versi non ha, e questo è un altro problema; credo che oggi scrivere poesia è diventato un atto quasi gratuito, viene scambiato come atto di fede, adesione parassitaria al linguaggio poetico prevalente. Scrivere poesia oggi è diventata una attività aproblematica e parassitaria, e chi scrive di critica con qualche serietà se non si limita a fare la apologia degli autori, viene tacciato di eresia e viene messo al bando del consorzio del conformismo. Questa è la pura e semplice verità. Quindi, sia benvenuta l’assenza di commenti, meglio nessun commento piuttosto che il mi piace e il non mi piace.

  3. paoloottaviani

    “… quando l’asticella delle difficoltà dei testi proposti viene alzata, i commenti scendono in proporzione inversa”. Condivido totalmente questa affermazione di Linguaglossa. E’ una regola che vale anche per i commenti ai commenti.

  4. antonio sagredo

    Milo De Angelis… un nanerottolo davanti a Tommaso-Riccardo

    • E’così. Il poema dell’oceano scritto da Riccardo tomaso emiliano panaccione che non verra’mai dato alle stampe e’ l’affresco eterno
      della fonte della POESIA.il poema e’composto da sei canti.

  5. Franco Loriga

    E chi sarebbe questo Tommaso-Riccardo? Non ha un cognome?
    Franco Loriga

  6. Stefano Bosi

    Leggo nell’ultima poesia “E’ tardi/esattamente”. Il carattere universale dell’essere tardi si puntualizza in quell’avverbio “esattamente”. Semplice, no? Ma nessuna lo aveva detto prima e ci vuole un vero poeta come Milo De Angelis per dirlo!

    Stefano B.

  7. marcello mariani

    Chi è Tommaso-Riccardo? Rivolga la domanda allo stesso De Angelis!

  8. Franco Loriga

    Gentile Marcello Mariani,
    perché dovrei rivolgerimi a De Angelis? Non lo conosco e non ne vedo la ragione. Mi rivolgo invece ad Antonio Sagredo, perché è lui – e solo lui – che nomina questo “Tommaso- Riccardo” come complice dei suoi giudizi e dei suoi pettegolezzi. Ed è lui – Sagredo – che in varie occasioni si è mostrato ostile a Milo De Angelis, affermando che ha fatto male a scrivere poesie. A mio parere invece ha fatto bene, anzi benissimo! Se non altro perché ha pubblicato un libro – “Somiglianze” – che ha cambiato il secondo Novecento, con la sua inedita profondità esistenziale. Sagredo invece non ha cambiato nulla, almeno finora, e neanche Marcello Mariani. Mi scuso per la precisazione, ma sono parole che sento profondamente.

    Franco Loriga.

  9. Gentili Marcello Mariani e Antonio Sagredo, con grande ritardo (me ne scuso) leggo questa polemica a proposito di Milo De Angelis e Riccardo-Tommaso Panaccione. Ho conosciuto entrambi a Roma negli anni settanta e vi posso assicurare che De Angelis non aveva alcuna stima di Panaccione, e ancora meno stimava i suoi discepoli, tra cui appunto Sagredo. Milo De Angelis stava scrivendo “Somiglianze” (capolavoro) e non pensava ad altro, essendo ammalato di poesia e solo di poesia.

    Maurizio.

  10. Maurizio

    Tommaso-Riccardo, poeta romano di San Giovanni, era un fuoco d’artificio di immagini roboanti, sulla scia di Lautréamont e in parte De Nerval, un modesto epigono. Per quello che ho letto di lui, mi sembra simile a Sagredo.

    Maurizio

  11. Franco

    Sì, caro Maurizio, tutti e due sono poeti di sottobosco, piccoli poeti locali, che nessuno conosce fuori dal quartiere. Eppure hanno avuto la fortuna e il privilegio di incontrare il grande Milo De Angelis! Ma non hanno imparato nulla e il povero Sagredo ancora oggi sputa veleno e cattiveria, come vedo nel suo intervento del 16 aprile.

    Franco Loriga

  12. Gentili Franco e Maurizio,

    ho letto “Opera” (2001) di Tommaso Riccardo, che inopinatamente lo si vorrebbe far passare per «poesia» quando invece è un novel fantasy, o meglio, fantasy surreale, una costruzione molto ricercata sotto l’aspetto linguistico, ma certo non poesia. E quindi evito di pronunciarmi su un’opera che non appartiene al genere poesia essendo questo, tra l’altro, il luogo del post dedicato a Milo De Angelis.
    Quindi, erroneamente, a mio avviso, Antonio Sagredo mette in campo l’opera di un suo amico nel contesto di un post sulla poesia di De Angelis.

    Però io starei molto attento a derubricare la poesia di Antonio Sagredo come «sottobosco», «poeta locale», «che nessuno conosce fuori del quartiere»; queste mi sembrano espressioni insultanti e irritanti di nessun valore critico essendo prive di adeguata argomentazione critica; chi le pronuncia si tira fuori dalla critica letteraria ed entra nella chiacchiera da bar dello sport, e poiché questo è un luogo serio, inviterei i pronunciatori di questi giudizi sommari ad essere più cauti e maggiormente avvertiti. Mi spiace constatare che le espressioni usate da «Franco» e «Maurizio» nei confronti della «cattiveria» di Antonio Sagredo, sono fuori luogo ed animate da uno spirito non costruttivo e comunque non collaborativo.
    Infine, la poesia di Sagredo è presente ampiamente sulle pagine di questa rivista ed è quindi a disposizione di chiunque voglia approfondire, sotto il profilo critico ermeneutico, la sua produzione poetica.

  13. MILO DE ANGELIS E LA POESIA COME DESTINO
    Ritengo utile, anche per testimoniare la continuità del mio discorso critico nel corso dei decenni, riproporre questo scritto su Biografia sommaria di Milo De Angelis apparso nel mio libro di critica, Appunti critici. La poesia italiana contemporanea tra conformismi e nuove proposte, Edizioni Scettro del Re, Roma, 2002, pp. 53-55.
    (Giorgio Linguaglossa)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2014/03/08/milo-de-angelis-autoantologia-retrospettiva-della-sua-poesia-1976-2010/comment-page-1/#comment-16261

    Credo che il titolo di questa nuova raccolta di Milo De Angelis, Biografia sommaria, sia sostanzialmente allusivo, e quindi fuorviante se ci si aspetta una sorta di “vera” biografia. Del resto, come insegna Pessoa, la biografia di un poeta è sempre fuorviante. C’è una ripugnanza da parte dei poeti a scrivere biografie “fedeli”. si tratterebbe, in tali casi, di “trascrizioni” e null’altro, ma un poeta come Milo De Angelis è troppo sapiente e sibillino per consegnarci una “biografia” tradizionale. Che poi, da un altro punto di vista, tutta la sua produzione fina da “Somiglianze” (1976), “Millimetri” (1983) e “Distante un padre” (1989) non è altro che una vera biografia traslata, molto mentale, direi quasi generazionale per quella sorta di disperazione esistenziale che contraddistingue la sua poesia. In fondo, De Angelis prosciuga il minimalismo milanese;voglio dire che dopo di lui non si può più scrivere alla maniera di, per esempio, Giovanni Giudici, Luciano Erba ed altri minori; ma non si può più scrivere neanche alla maniera dei decostruzionisti del post-sperimentalismo milanese o dei “milanesizzati” (alla Jolanda Insana, per intenderci): L’operazione culturale di De Angelis è abile e strategicamente ben piantata: annulla i due poli della precedente mappa poetica sconvolgendone la cartografia.

    Questo sul piano “strategico”. Sul piano compositivo il poeta milanese introduce delle formidabili accelerazioni (iperboli ed ellissi sono frequentissime nel suo dettato poetico, ma ancora più frequenti sono gli anacoluti, anzi tutta la costruzione poetica si regge su un montaggio di anacoluti) seguite da brusche frenate di senso, da autentici stop and go, costruzioni di antitesi, parallelismi sghembi. sarebbe interessante andare a verificare tutta la verticalità della costruzione sintattica del primo De Angelis, ma questo esula dal compito dell’estensore di queste notazioni; quel che è indubbio è il dinamismo “interno” della composizione, la “sghemba” spazio-temporalità del dettato poetico, l’aura allucinata e straniante che proviene dalle pagine deangelisiane. Se Milo De Angelis è un poeta che ha trovato udienza e ha fatto “scuola”, c’è da rammaricarsi che abbia un seguito ancora troppo di superficie e di accademia. Perché è bene dire subito che i “millimetri” di De Angelis non equivalgono ai “millimetri” del minimalismo contemporaneo, così come l’attenzione parossistica al dettaglio del poeta milanese non coincide con l’attenzione parassitaria per il dettaglio che hanno i minimalisti.

    Esaminiamo un testo:

    Milano lì davanti, lì davanti
    come un’idea a perpendicolo
    o uno sbocco di sangue
    nel centimetro più lungo tra le tempie
    guardiamo i pianeti della fortuna,
    le scatolette che ci danno un confine
    finché una strada ci conduce
    nel colloquio straniero
    mendicanti di hotel
    con l’idea e lo scisma nell’idea.

    E’ la poesia che apre la sezione “L’oceano intorno a Milano”, ma è chiaro che non si tratta di una carta geografica realistica, quanto piuttosto di una geografia simbolica. Innanzitutto “lì davanti lì davanti” ripetuto due volte si pone come un ostacolo alla penetrazione del lettore (si noti l’assenza di qualsivoglia notazione ulteriore). Milano è un nome che si erge come un muro già dalla prima parola della prima pagina; e poi “un’idea a perpendicolo” ci introduce immediatamente un’accelerazione semantica e ideativa di rara efficacia: il lettore passa dal “muro” del primo verso alla “caduta a perpendicolo” del secondo; il terzo verso riassume e condensa una situazione di vita con una notazione icastica (“uno sbocco di sangue”) per passare, nel quarto verso, a quell’assurdo logico e semantico di “nel centimetro più lungo tra le tempie”, che introduce un “raccourci”, un’abbreviazione repentina, a fisarmonica, dello spazio cubitale della composizione. e che si tratti di spazio cubitale è confermato da quelle “scatolette che ci danno un confine” del sesto verso, che segue la stramba notazione di oroscopologia “i pianeti della fortuna”. Ma il punto forte della poesia è il verso finale, davvero brillante e azzeccato nell’operare una “fenditura” nel cubogramma della composizione: “con l’idea e lo scisma nell’idea”.

    Ora possiamo dirlo a chiare lettere: poesia della scissione simbolica, questa di Milo de Angelis. E anche a pagina 31 troviamo “era l’idea e lo scisma nell’idea”. Così a pagina 13 troviamo uno scambio paronimico: “matita persa nella matita stretta”, e lo stesso verso a pagina 25, nell’ultima poesia della sezione sopra indicata, che riprende l’incipit “Milano lì davanti lì davanti” e che chiude con una circolarità geografica una sghembosità spazio-temporale.

    Comunque anche questo libro segna una “svolta” in direzione prosastica senza le spezzature e le perpendicolari fenditure del primo De Angelis; qua e là si trovano anche in questo libro brillanti annotazioni sintetiche (“si è spenta la luce traforata del citofono”), ma si tratta di sporadiche tracce che, nel proseguo del libro, diventano sempre più rare. In questo lavoro è evidente che l’ordine logico della sintassi tende a prevalere sul disordine analogico degli anacoluti; le poesie acquistano in spessore e in densità, acquistano narratività: Le brusche accelerazioni di “Somiglianze” sono ormai un fatto del passato. Ora ciò che interessa al poeta milanese è rinserrare i ranghi, dare compattezza al narrato:

    Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
    dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
    del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
    è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
    nella nebbia della Comasina.
    Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
    getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
    si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
    “Perché fai questo?”
    “Perché io sono così”, risponde una forma dura della voce,
    un dolore che assomiglia
    solamente a se stesso….

    De Angelis porta con sé, nel suo stile inimitabile, tutta la ricchezza tecnica e compositiva delle precedenti esperienze poetiche, ma rimane accentrato, come avvitato alla tematica centrale del suo “universo”: Milano come luogo deputato dell’esperienza simbolica e luogo della scissione simbolica, che diventa scissione semantica. Molte poesie sono, nella sostanza, degli psicodrammi simbolici.

    L’andante largo di “Biografia sommaria” denota una nuova direzione, un nuovo sviluppo della sua poesia verso una rinnovata, più ricca e meno sincopata narratività, ed è significativo che questo nuovo sviluppo cada sul crinale degli anni Novanta, al termine delle esperienze del post-sperimentalismo e all’esaurimento delle poetiche che si ricongiungono al minimalismo lombardo. È chiaro che Milo De Angelis è poeta rappresentativo non solo degli anni ottanta: sono ormai due decenni che il poeta milanese costituisce un punto di riferimento imprescindibile, e in un certo senso l’antologia del suo lavoro poetico “Dove eravamo già stati” (2001) sembra confermare le riflessioni che abbiamo fatto sin qui.

  14. Giuseppe Talia

    Ci sono poeti del settenario di base, poeti dell’endecasillabo e poeti che sentono il bisogno di evadere dalla metrica standard, poeti liberati, diremmo, che vanno oltre l’endecasillabo classico, ma che applicano il doppio senario, con aggiunte (p.e. Sagredo, oppure un poeta che ha smesso di scrivere, Gabriele Pepe), che arrivano alle diciassette sillabe. Oltre, secondo me, si va verso la prosa poetica.

    E’ sempre una questione di accenti. Consapevoli (per i costruttori), o inconsapevoli.

    La poesia di Milo De Angeli che Linguaglossa porta ad esempio è significativa.
    Il primo verso con la ripetizione di “Milano lì davanti, lì davanti”, in effetti costruisce un muro, ma possiamo anche decostruire il muro parato davanti se analizziamo il costrutto metrico del proseguo dei versi della poesia di Milo alla luce di quanto sopra, in quanto ogni verso non è mai libero, ma il primo verso condiziona tutti i seguenti.
    Milo (e mi perdonerà se oso fare questo) avrebbe potuto sistemare il canto in modo diverso, abbattendo quel muro della repetǐtǐo:
    Milano lì davanti
    come un’idea
    a perpendicolo
    o uno sbocco di sangue
    nel centimetro più lungo
    tra le tempie (etc.)

    Questo per dire, che secondo me ci sono poeti del settenario di base (dalle cinque sillabe alle sette, max otto), come metro interno, e poeti dell’endecasillabo. Come pure poeti che replicano o raddoppiano i due metri.

    Oppure poeti come De Palchi ( e siamo nel nuovo paradigma) che non sono soggetti a nessuna regola. Ogni cesura, ogni demarcazione metrica, ogni emistichio sono funzionali al pneuma, al principio di vita.

    chiedi “il libro”…

    siedo in poltrona, una mano
    sul libro che non riesco a leggere e l’altra
    bene, non capisci

    la sigaretta brucia nel porta-
    cenere di rame a forma di porcello,
    non la fumo, temo il cancro alla gola
    o ai polmoni, ne acendo una dopo l’altra
    per vizio e compagnia-
    e penso alle costruzioni,
    eliche, leghe metalliche,
    persino ai libri che mai leggerò dei quali
    osservo la stampa, la carta “quanti alberi”…

    Da Sessioni con l’Analista( 1967
    Mondadori

  15. Franco

    In Milo De Angelis (che non conosco di persona) trovo un grande poeta. Un poeta, devo dire, tra i maggior del nostro tempo per stile assoluto, andatura sconcertante, profondità terribile, voce assoluta ed esigente che punta in verticale verso la morte e verso la vita, insieme per sempre! “Millimetri” in questo senso, è un capolavoro, poiché non si ferma di fronte al vuoto ma lo incalza, lo interroga, lo fa suo e nostro, lo immerge in un’andatura gelida e incandescente dove a ogni pagina muta il suo volto..

    Franco

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