ANTOLOGIA DI POESIA CONTEMPORANEA (VII) – Anna Ventura, Alfredo De Palchi, Michele Arcangelo Firinu, Umberto Piersanti, Lucia Gaddo Zanovello, Franco Dionesalvi, Sandra Evangelisti, Eugenio Lucrezi, Maurizio Soldini, Chiara Moimas

Parnaso1

Anna Ventura

 

Anna Ventura

Le case popolari

Qui ci sono ancora
le case popolari. La porta/ingresso
ha le persiane
di metallo dorato, immette
in un interno scuro,
schermato da una tenda. Da lì
viene la voce del televisore.
La proprietaria
è talvolta una vecchia decrepita, che forse
non ha più di settant’anni. Siede fuori
sopra una sedia bassa,
in mezzo ai vasi dei gerani. Saluta
chi passa ,con lo sguardo
rispettoso e acuto. Il figlio ultracinquantenne,
entra ed esce dalla portafinestra,
lo segue il cane lupo. La polvere
della strada copre i gerani,copre
le ampie sottane della vecchia,
copre la ciotola dove beve il cane. La sorte
ce la mette tutta,
per uccidere la povera gente. Ma loro
resistono. E non piangono mai.

alfredo de palchi

alfredo de palchi

 

 

 

 

 

 

 

Alfredo de Palchi

(2008 alla vigilia della mia operazione al cuore)

Il lavoro nobilita la belva alla vita
trascorsa a grattare il salario della paura
in una giungla di lapidi

si legge, qui giace dio il mediocre costruttore
e qui Cleopatra con una serpe in mano––giglio
offerto a Marcantonio

più in là giace un raccolto di ossi
attribuito al farabutto amico François
accanto a quello di Francesco impazzito di Cristo
e della sua Chiara che per boschi giunse a Todi
da Jacopone, il più folle

e laggiù sotto quel rettangolo di letame
l’altro mio amico Arthur
giace con un abbraccio di zanne invendute

amata amica figlia madre sorella
prontamente perfetta per il mio arrivo
allatta al tuo ombelico il mio spartito di terra.

.
Michele Arcangelo Firinu

Michele Arcangelo Firinu

Stari Most – Vecchio ponte
a Franca

I muri delle città sono fatti di carne:
ridono e gemono.
E tu li senti, tutti i ponti del mondo, gemere ululare
perché il più dolce, il più acuto tra i loro fratelli
è stato abbattuto dai sicari.
I fiumi, che si sono formati
per le lacrime di tutte le guerre
sciolgono le loro trecce di prefiche
sui mari neri.
Voglio una musica dolce, sorda e cieca.
Voglio questa carezza sui lungofiumi
di Parigi e di Roma che hanno la pelle d’oca.
Ecco, la luna offre una benda
e avvolge l’arto fantasma di Mostar.
Lì si levava un riso di fanciulli
come se grandinassero chicchi d’argento.
Ai tuffi degli angeli laceri e felici
gli dei gettavano marenghi d’oro.
Ricordi? La tua snella vita si librava,
aureo amore, verso l’oracolo
dei miei futuri giorni.
La stanza delle molli alcove è ancora lì,
madida di desiderio.
Il tuo chiaro viso si abbandona,
raso su raso,
sulla profusione rossa.
Tappeti e cuscini, tappeti e cuscini
e il mio deglutire ilare, a voce roca,
stanno ancora lì e quei tempi quasi
mi si strusciano addosso,
mi sbavano umidori lascivi sulla guancia.
La bionda vetrata si spalanca
su crosci di fiume e di sole
e il ponte di Mostar
è lì, intatto, d’oro:
vi danzano cherubini tra le note
dell’Elisir d’amore.

.
Umberto Piersanti

Umberto Piersanti

*Diario di bordo

presso la foglia fradicia
del tiglio e dentro l’erbe
fatte quasi bianche,
nel suo rosa sempre più pallido
e tenace, un cespo di ciclamini
si rinserra, fragili i gambi
e curvi, inzuppati d’acque,
ma fino a quando arde
dentro la bruma spessa,
la nebbia nera,
quel rosa che settembre
accese con un suo vento
morbido e celeste?

no, la brina non lo stronca
e non lo schianta il vento,
forse l’eterno è nel pallido
colore che mai si spegne
e alla terra eterna
s’annoda e confonde,
ma dicembre viene
e nel gelo lo spezza

c’era lì nell’orto
un lungo ramo
con i passeri in fila
bianchi di neve,
solo il rosso dei cachi
un po’ trapela
tenace, nel chiarore,
che l’avvolge

e non sei mai solo
come quando dalla finestra
d’un albergo nuovo
dentro ogni macchina che passa,
infinite, coi fari,
tra la pioggia,
i volti dei viandanti
tu intravedi

annota nel diario a bordo
vicende e cose,
minute o immense
questo conta poco,
e le stanche domande
non segnare,
perché un vecchio
corre lungo il mare
e tra le tamerici ingiallite
o spoglie, una sola
è rimasta verde?

appunti, solo appunti
sparsi, il veliero continua
l’incerta rotta

cerca le sue Galapagos,
ogni moto e caduta
lì forse ha un senso,
sale una bruma immensa
spegne astri e quadranti,
la rotta che s’è persa
(dicembre 2009)
*cerca le sue Galapagos: in queste isole Darwin cercava la conferma alla sua teoria sulle origini e lo sviluppo della vita

 

 

 

 

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

Lucia Gaddo Zanovello

Distacco

Improvvisa respira la morte
ogni interrotta gioia è intorno,
in un lampo senza tuono
diviene fatale l’attimo perduto
il timore non scordato dell’agguato
e tutto il sangue della vita
assorbe avida la terra.

Ma una mano
una mano ancora lascia,
che io possa tornare alla carezza
che non ho data
al gesto ovvio e noto
posato per dopo.
Ho i piatti da lavare
là grida in cucina
quel ‘poi farò’ che più non ho.

Sono nella letizia del sì,
nel sole che infinito mi ha preso
ma per i miei
tornare sarà l’inferno del pianto.

Lasciami delle dita un tocco appena
mi basta
a correggere piano la stanza,
a saggiare la fronte
a far passare un bacio alle labbra.

Certo chi resta presto troverà
sopravvivenza
poi il corso di ciascuno
prenderà la svolta necessaria
per una meta alla mia disgiunta
ma ora
è fuoco di sale che consuma
la ferita
di chi mi brucia accanto,
per questa mia inerte, recisa giovinezza
senza avviso
e senza scampo.

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Franco Dionesalvi

Le coperte

Cos’è che cerco sotto le coperte
e mi s’ingola grazie a quel tepore
forse lo sfarfallio
di quando zia chiudeva le persiane
così la notte rimaneva fuori.
O la stufa, o l’odore della cena
o invece le parole
ma in quelle soprattutto era la nenia
o il battito dei suoni lo stridore
forse quel ricettarsi mi soffiava
la casa in cui non posso più tornare.
Sandra Evangelisti

Sandra Evangelisti

L’amore è imperfetto

L’amore è imperfetto,
nasce da creature imperfette
e si alimenta di moti imperfetti.
Ha fame di odori e di sensazioni
naturali nella loro espressione.
Non ha bisogno di censori e di filosofi,
rifugge dalla matematica degli elementi.
L’amore è semplice
come un bambino che si attacca al seno della madre.
Non ama definizioni e non si fa definire.
C’è o non c’è,
è figlio, forse, di antiche divinità pagane.
Non ha legami con la giustizia e con la morale,
e chi lo asserve a regole fittizie
e gli infligge la prigionia
di categorie della retorica
contribuisce in modo insopportabile
alla tristezza del mondo a venire.
Perciò l’amore si vive e basta.
Dico questo perché l’ho incontrato
sul ciglio della strada
vestito da éfebo con occhi verdi.
eugenio lucrezi e paola nasti 13 nov 2011

Eugenio Lucrezi

Il paradiso di cui parli, vuoi …
a Paola Nasti

Il paradiso di cui parli, vuoi,
senza che veda il vento lanciasassi
di ghiaccio, punteruoli che trapassano
angeli inconsistenti che trattengono
bave di carne, se la neve sfrangia
bandiere di nazione paradiso.

Desolazione di cui parli, vuoi,
in questa notte di buio abbagliante.

Inizia la visione dove cessa,
per eccesso ipotermico di luce,
la febbre figurale del racconto.

Non sai che farne, sconfino dello sguardo.

Sai che non puoi tentare una ventura
con animo di volpe che leggera
lascia sul manto passi inapparenti.

Fuggono ad una ad una, le figure,
anche quelle viziate dalla luce
in una posa illogica, di affanno.

Anima su due zampe che saltella,
t’inoltri, bianca lepre senza manto,
sulle coltri sottili.
In fondo, dove
non c’è niente da fingere, ti aspetta,
mite, la dedizione ad una carne
di quelle che non mangi per rifiuto
di chi non ti appartiene, e che non vuoi.
Maurizio Soldini

Maurizio Soldini

Origami di un volo

Aspettare nel solco della piana
tracciato dall’aratro trascinato
nella zolla che si desta supina,

implume come un passero,
venuto da origami e dalle mani,
che ha smesso di planare nel vento.

Subire le passioni dall’esterno
come da grandine, che piove dall’alto
e brucia e colpisce senza bagnare,

la pelle sciupata dal passaggio di nuvole
a scivolare in antefatti di futuro
a gradire la permanenza nell’assenza.

Senza fretta comprendere nel volo
quanto i secondi scendano nel baratro
dell’insolvenza dei significati,

riavvolgere allora bobine di pensieri
a dispianare voli, salti e svolte,
che giungono così al senso della vita.

Roma, 22 febbraio 2014

 

chiara moimas a Parigi

chiara moimas a Parigi

Chiara Moimas

È QUESTO CHE SI NARRA

Da solo non era felice.
Stanco di aggirarsi
nella perfezione
di valli e di radure.
Inutilmente immortale.

Una scheggia
fu tratta
dal costato possente.
E’ questo che si narra.

Quando lenta
le palpebre schiuse
ogni luce oscurò.
Pallida emerse la luna
balenarono fatue le stelle.
La sua voce echeggiò
negli anfratti
e ruggì nelle gole.
Il piacere sopito
nelle spire si disfece.
Lei con i morbidi artigli
più del ghepardo flessuosa
lo trasse in inganno.
La mela che colse
dentro
aveva il turbinio
che sovverte
l’ordine delle cose.
Precipitarono
angeliche legioni
nei crateri roventi.
Un alito nuovo soffiò
a lacerare le fronde
a scavare nel volto.
Impietoso.
Un pensiero distorto
divelse i cancelli
turbato
del suo essere ignudo.

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7 commenti

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7 risposte a “ANTOLOGIA DI POESIA CONTEMPORANEA (VII) – Anna Ventura, Alfredo De Palchi, Michele Arcangelo Firinu, Umberto Piersanti, Lucia Gaddo Zanovello, Franco Dionesalvi, Sandra Evangelisti, Eugenio Lucrezi, Maurizio Soldini, Chiara Moimas

  1. “I muri delle città sono fatte di carne”. Splendido.

  2. ringrazio per l’attenzione, e soprattutto per l’essermi trovato in compagnia di così bravi autori

  3. Lucia Gaddo Zanovello

    In questo luogo aperto, generoso ed egregio ascolto, conosco e penso… Grazie a Giorgio Linguaglossa per lo spazio dedicato al mio ricordo di Nicoletta.
    I miei complimenti a tutti
    Lucia Gaddo Z.

  4. Ringrazio Giorgio Linguaglossa per avere inserito un mio testo, e in compagnia di autori eccellenti. Grazie.

  5. Parnassus parola grassa.
    Più ti rileggo, Giorgio, più mi veggo
    abilitato in landa d’impoetico.
    Elicona s’ingrossa, da quando
    sparì inopinata nelle nebbie
    d’altura. Da quel dì le signore
    vanno su e giù portando le tazzine
    a spasso per i versi nei salotti.
    Tu ti protendi, Giorgio, dove prende
    piede, e parola, più sincera,
    la passione dell’angelo, maceria
    che si protende avanti, all’infinito.
    Per te parla la fine, discorrono
    – tristitia sine fine, sine morte –
    le voci nostre postume. Un maestro
    mi diede del corrivo, e infatti chiacchiero.
    Parole gonfie d’ombra ti ringraziano.

    (eugenio, con riconoscenza)

  6. A proposito di antologie

    Da decenni escono in Italia antologie della poesia del ventesimo secolo di ogni colore, e nessuna include il mio nome. Motivo? Più di uno, però mi sono sempre difeso con gioia dicendo e annunciando ad alta voce anche per iscritto “se non ci sono, non vale niente”, intendo ciascuna antologia. Infatti, tutte, dico tutte,non valgono, non soltanto per la mia assenza, ma per la ripetitudine e piattitudine della cosìddetta poesia–minestrone. La maggioranza degli autori scrivono alla stessa maniera sullo stesso materiale manchevole di invenzione e di vita.
    A questo punto ripeto il mio motto: “se non si muove, non è poesia”.

    Si noti e si sfogli con curiosità The FGS Book of Twentieth Century Italian Poetry, l’antologia Americana curata da Geoffrey Brock.
    La lunga recensione, abbastanza precisa e accademica, pubblicata su The Nation (April, 2012), eviscera la tonalità dei vari linguaggi in quello inglese: tedesco francese latino italiano. Per esmplificare il suo discorso, il recensore si sofferma brevemente su autori menzionati nella introduzione: Giovanni Pascoli, Umberto Saba, Pino Masnata, Saturno Montanari . . . poeti noti e sconosciuti minori tra minori, e la grande poesia italo–anglosassone di Eugenio Montale.

    A questo punto, assolutamente personale, il mio commento sulla poesia italiana in generale, ha a che vedere con la selezione di Geoffrey Brock. La mia intenzione è di suscitare scandalo, uno stravolgimento tra gli esclusi ed inclusi. Certo, ciascun escluso vivente si chiede il perché dell’esclusione quando nota che la maggioranza degli inclusi è dello stesso minestrone; mentre ciascun incluso vivente è convinto della propria ‘grandezza’. Malamente mi sorprende il liso e leso canone petrarchesco: canone della poetica stanca, sfiatata, piatta, falsa, noiosa, stonata, sentimentale, epidermica, accademica, nonostante gli autori contemporanei si definiscano avanguardia: si nota il tono biologicamente falso. Comunque, la non similpoesia italiana si trova altrove, nell’opera di rari e tuttora emarginati autori esclusi dalle antologie di stabilimento e di peggiori fraternite. Però i curatori con modestia scelgono se stessi per primi . . .

    Il lavoro di selezione, difficile per Brock, è stato una audace pianificazione di simile poesia, ciascun autore non ha da invidiare nessun collega: quasi tutti sono alla stessa stregua. Avesse scelto differenti autori l’antologia non sarebbe migliore o peggiore; la poesia Italiana generalmente si imita, ha ali finte. Nessun animatore appassionato e serio antologista italiano può migliorarla, eccetto se pensa a mio modo; e quello forestiero basa la propria scelta dalle numerose ignorantissime antologie italiane sgambettando lungo la solita via della mediocrità illuminante. Faccio un esempio: io che non sono presente in nessuna antologia di qualsiasi genere, con indifferenza mi trovo nella sua antologia con due testi pianificati per l’occasione. Perché non con due testi inventivi di tematica, tono, stile, etc., che veramente partecipano con originalità alla storia poetica del ventesimo secolo? Purtroppo anche le mie due poesie sembrano mediocri nella estesa mediocrità. Insomma, mi trovo spianato in una spianata di gramigne.

    Ecco una seconda antologia, appena uscita da Gradiva Publications: Canone Inverso. Antologia of Contemporary Italian Poetry, a cura di Pietro Montorfani. Antologia, di inverso e solo il titolo, di autori nati dal 1940 in poi, mi pare ben curata e stampata, ma dopo aver notato rari nomi valevoli, secondo il mio gusto non di critico, il resto è ripetizione del minestrone sopra menzionato.

    Mentre commentavo ho mentalmente creato la mia antologia della poesia italiana del xxmo secolo: soltanto una dozzina di autori.

    Alfredo de Palchi

  7. Pingback: Alfredo de Palchi. A proposito di antologie | L'Ombra delle Parole

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