Testi scelti e riletti da Valentino Campo: Gian Ruggero Manzoni “Tutto il calore del mondo”

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Mimmo Paladino

   Gian Ruggero Manzoni “Tutto il calore del mondo” con opere per il testo di Mimmo Paladino, Skira, 2013

“La forma poetica di Gian Ruggero Manzoni è da sempre stata caratterizzata da uno sporcare la prosa con la poesia, non si sa per bisogno di un contenitore assoluto o per naturale e istintivo dubbio nei confronti delle forme pure che, al massimo della loro tensione, invece di aprirsi si chiudono come reliquie.”   (Andrea Ponso)

Prosa riscattata dalla poesia. Manzoni sgrana un rosario di versi ibridi, versi che spesso si adeguano ad una rigorosa argomentazione filosofica, ad un pensiero che scava, chiede e si chiede. Ma c’è la poesia che pure spesso rompe gli argini tra un dialogo ed una riflessione, che si scrolla di dosso il dettato dell’intellettuale e del saggista e bilancia il fiato. C’è un sottile gioco di pesi e di incastri tra scrittura sapienziale e commistioni linguistiche colte e gergali, scrittura che è misura stessa di un perpetuo divenire, in un linguaggio che si fa elegia e canto, sentenza e preghiera. Una preghiera trasparente come l’acqua, fluida anche quando sembra che ristagni e faccia marcire i bulbi delle betulle.

1

T non avesti un corteo funebre, né suoni di tromba, né bandiere rosse
a lutto,
né decorazioni…
neppure alla memoria dei parenti fosti affidato, leggero fanciullo di
coraggio.
Poi il corpo ti venne cremato, dopo l’impiccagione, in una città lontana
dal tuo fiume, dalla tua isba, e dalla tua canoa, azzurra e bianca.
Che il Dnepr culli i nostri sogni
che le onde di quel mare che corre
lambiscano i tuoi fianchi rosei
di figlio e di angelo assieme.

Il tuo colbacco affronta la morte
mentre la tua sciabola d’argento
il gravame d’essere soldato
nella culla di una tomba…

Egli non vedrà mai il sud e quegli alberi d’arancio, venduti agli incroci
delle strade,
com’io ho sparso biglietti da visita per il mondo, senza mai ricevere una chiamata.
Da ragazzo, di notte, correvo nei campi, con le lucciole quali guide,
con gambe lunghe, che lasciavano il profilo di un volto tracciato
negli steli piegati dall’affanno di maturare
un discorso pur valido alle mani.

Gian Ruggero Manzoni

Gian Ruggero Manzoni

2

L’acqua è uscita dalle sponde e fa da letto alle radici di betulla.
Il gibbo che ti gonfia le spalle scivola da spia nel mondo degli adulti.
Non comprendo la disumana volontà di sopraffarsi, ma quella mi abita
con voce che non mi appartiene, perché esce tronfia e plasmata.
Forse che sia innata l’arroganza degli uomini? Forse che sia anch’essa santa?

3

Mi portarono davanti a una rastrelliera d’attaccapanni e m’imposero
di scegliere
quello a cui impiccarmi.
Furono un cappio di ferro le dita della levatrice, e in quel momento
mi ritrovai a carezzarle le ginocchia da lavandaia, che aveva da secoli
quale inciampo del mestiere di lavorare e lavorare.
Disse il boia: “Mein junge verbringen sie unvergessliche Momente…
in un tedesco storpiato dall’ucraino.
Feci il passo e mi consolai, avendo informato i miei compagni.

4

L’oracolo che abita in cima all’albero bisbiglia la fede ai passanti.
Rivela a chi non lo sa, ciò in cui crede, senza domandare nulla in cambio.
Vivere per ubicazione rientra nelle poche certezze umane.
Ti muovi nella tua geografia quale lontra che segna i confini con urina
e saliva,
oppure sfregando il corpo unto, lasciando peli, baffi e parassiti
nel girare e rigirare attorno al tronco dalla corteccia cava.
La geografia della nascita varia ma non è mai variabile.
I piedi sanno dove andare. Lento lo strascico fra le paludi seminate
dall’inverno,
anche se il suolo che fotografasti era quello secco dell’estate.
Lenta la stagnazione che carezza i fianchi, dove ti trascini, sempre conscio
della buca o dell’inciampo.

5

Memorizzare un percorso, possederlo al tatto degli stivali, andare chiudendo
gli occhi, lasciarsi trasportare dall’indole dell’anatra, quale bellezza animale.

6

Il cervello si chiude al dolore quando ami chi ti ha generato. Sai che per
natura
andrà prima di te, se non morrai nei pochi anni.
Che sia il morire da bambino lo sfuggire a quella trama?
Indosso il bernusse, per camuffarmi tra gli occupanti di quella terra acida.
I miei libri di scuola sono intrisi dai mille profumi di cucina. Studiavo lì
quando la pace comandava.
I pugni di mia madre spianavano le focacce e il merlo in gabbia di
mio padre
mandava striduli richiami alle volpi dei ghiacci.
Ancora non so con quale sentimento colga le affermazioni del tempo.
Le vetrine, durante il Natale ortodosso, erano consolazione per i minatori,
i contadini
e per gli addetti agli alti forni della siderurgia staliniana.
Ebbi solo due soldatini per giocare: il primo zoppo e scolorito, il secondo
con la divisa del tedesco che ci ha calpestato.

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Eclissi di sole

7

Non posso certo dire che:
l’intelligenza non è il come evitare gli errori,
ma lo scoprire in fretta come trarne vantaggio…

infatti del biondo di quei capelli fecero corona di spine, mentre, del suo
collo, ciondolante ossequio a un cardellino impagliato.

8

Lo picchiavano e lui cantava, con la melodia di un guaritore siberiano:
Bell’albero dalle molte foglie
bella pietra grigia e nera qui accanto
bel canto che incominci a viaggiare
bella custode del recinto della tenda
bel ramo dell’albero vicino alla pietra
bella luce del sole dietro le nuvole
belle nuvole che state tra me e il sole
bei ricordi del mattino in cui ho varcato il campo
bel fiume che passi da questa parte della tundra
bella luna che ancora non si vede
bell’uccello ghiacciato appeso a un ramo… ciòk, ciòk
sono montato sul primo gradino, mi sono arrampicato
sul secondo, poi ho volato…

9

La mia testa… la mia testa arcaica, che contiene tutte le voci del mondo,
di chi fu, di chi è e di chi sarà in un fiato.
La mia testa, tagliata con la mannaia, scolpita nel granito, fusa
con l’acciaio dei cannoni catturati, quanto vi potrà dire e quanto, ancora,
potrà rimirarsi per un attimo, per un domani, o, forse, per un “mai più”,
come ora, nel giaciglio delle carni?
La mia testa violenta, la mia testa dalle grosse narici, dalle mandibole
da carnivoro, dalla mascella da cane da guardia… la mia testa
nel fondo di un canestro, portata in dono alle femmine del villaggio…
la mia testa, che ricorda il tuo piccolo capo,
quel becco da canarino, quel cercarmi
da figlio trascurato.

esopianeta

Gian Ruggero Manzoni

10

Lo abbracciavamo quando tornava dalle missioni oltre le linee nemiche.
Gli davamo una tazza di tè e dolcetti all’anice.
Lui faceva stendere le mappe e, da generale degli orfani, indicava
dove le mitraglie, i campi minati, le buche, i carri armati, le postazioni
allagate.
Pioveva come solo in Russia piove quando il fango diventa viscido
liquame.
I soldati spingevano artiglierie e camion impantanati.
Il tè si raffreddava, mentre i dolcetti a forma di casa, divenivano guscio
per le lumache.

11

Svegliami presto domattina,
O madre mia paziente!
Andrò sulla strada oltre il colle
Per incontrare un caro ospite.

Sul prato oggi, dentro il fitto bosco
Ho visto tracce di larghe ruote.
Il vento sotto una cupola di nuvole
Gli scuote il suo giogo dorato

Domani all’alba passerà in un lampo,
Curvando la luna-cappello sotto un cespuglio,
E la giumenta agiterà per scherzo
La coda rossa sopra la steppa.

Svegliami presto domattina,
E accendi il lume nella stanza.
Si dice che giorno dopo giorno diventerò
Un famoso poeta russo.

Io canterò per te e l’ospite,
La nostra strofa, il gallo e il tetto…
Sui miei canti si verserà
Il latte delle tue mucche fulve

ben oltre la disgrazia, di ogni malinteso
che il vento ha trascinato, con la scorza delle rape
e col giuramento, verso quella madre
esasperata

e ardente.

12

Spesso in guerra gli eventi importanti sono il frutto di cause banali…
come poi la guerra è genitrice di tutte le distruzioni e le ricostruzioni
umane.
Disse un uomo venuto da lontano:
Sentirete parlare di guerre e di rumori di guerre.
Guardate di non allarmarvi;
è necessario che tutto ciò avvenga, ma non è ancora la fine.
Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno;
vi saranno carestie e terremoti;
ma tutto questo sarà solo l’inizio del dolore,
ben altre saranno le prove che vi attenderanno
”.

13

Terra cadmio e verde, conosciuta palmo a palmo.
Rettangoli di girasoli, segmenti di pungitopo, ombrelli aperti in teatro
creano placenta alle battute e alle luci di muli al traino. Poi bengala che
scendono dalle nubi, per dare ombra all’orecchio su di una lamiera che
finge il temporale.
La morte sembra scena, quando il mito di essa diventa applauso.
Approfondire la condizione iniziale di un trauma, di un soffocamento,
di un rapporto sbagliato
con la giovinezza o la vecchiaia, fa tornare alla provincia,
dove abbandonarsi al puro, allo sfumato, allo strappo di una blusa
macchiata di piume d’oca o di alghe del Baltico.
Oltre l’acquitrino, schiocchi di frusta, come solo le pistole sanno imitare.
Queste le immagini progressive di una stasi, il braccio attorno alla spalla,
il baciargli le guance scavate, perché il fanciullo (come tutti gl’insetti
allo spillo)
prima di cedere, si dibatte nel vano prepararsi.

saturno_006«Tutto il calore del mondo è infatti anche un libro sull’interrogare, sul senso del nostro abitare la terra, feroci e dolcissimi, ignoranti e prossimi al verbo divino. Alla domanda hoderliniana, “perché la poesia nel tempo della povertà?”, Manzoni risponde, ancora con Heidegger, che bisogna riconoscere questa miseria fino in fondo perché essa, in quanto abissale, conserva “le tracce degli Dei fuggiti”». (Stefano Guglielmin : http://golfedombre.blogspot.it/2014/01/gian-ruggero-manzoni.html)

Un libro che squarcia la notte del mondo. Gli dei fuggiti hanno lasciato un dodicenne solo tra le betulle ad annaspare negli acquitrini, hanno mischiato le carte, nascosto le piste a Lucinio Curione in sella al suo cavallo mentre cerca di raggiungere Roma per raccontare la presa di Alesia. La memoria di Manzoni si intreccia con quella di Lucinio, con quella di Ivan. Alesia diventa la bassa padania della giovinezza, la memoria che resiste alle spallate della storia. C’è questo continuo interagire tra storia individuale e storia universale, questo insistere sui cambi di sequenza, direi con tecnica cinematografica, che sposta l’attenzione dal Dnepr ai fossi del ravennate, dalle stragi  di anguille, ai figli gettati dalle madri dalle mura di Alesia sulle spade dei legionari romani. Solo così la storia acquista una dimensione concreta e l’analogia diventa lo strumento del dirsi e dell’interrogarsi sul senso del nostro andare.

14

Tra un andare e l’altro (verso il Nemico o, meglio, l’Avversario)
disegnava case, un boschetto di faggi, una palizzata gialla e il corpo di sua
madre
a bocconi, steso fra il grano, testimone di macchie rosse, come avesse una
camicia a pois,
leggermente increspata sulle spalle.
Usava i pastelli con velocità e cura, da muratore che innalza una parete
o dà vita a un arco.
Tenui le sfumature, solcate qua e là dalla combustione di una candela
o da uno sfregio a china, color topazio.
I soldati si fermavano a guardarlo, commentavano le figure, gli
domandavano spiegazioni,
ma lui zitto, imbronciato, preso dal ripetere e ripetere e ripetere
quelle trame, come un pope, quando dice Messa, o arde l’incenso
per purificare le stalle dai demoni o le strade, dalle megere di Mayer.

15

Forse che dinanzi a Dio, il quale lo giudicherà per le sue azioni, gli gioverebbe
se anche possedesse tutta la scienza del mondo, ma non l’amore?

Amico mio, datti pace dalla smania eccessiva di sapere:
in essa non troverai che inganno, e grande sviamento da ciò che è indispensabile per l’umano
e quel suo penetrare nel segreto, privato dal senso e dal contrastarlo
se non con parole in nero… se non con sculture di corallo.

XII

L’assedio calpestò ogni possibile riscatto.
Nel 1860 scavarono sotto la rupe e trovarono le prove della mattanza.
Femori spolpati, teschi addentati, concetti salvati dal cancro ingiusto che
non dà sollievo alla memoria e allo strazio.

triste avventura è questa esistenza in cui per un nulla si fruga l’orifizio e si
penetra il corpo con le mani. Un braccio in gola, un braccio nell’ano, un
pisciare sui cadaveri, un defecare sulle tombe del cimitero di Ercolano.

Quel magma che investe, che colpisce nel sonno il ricco magistrato e la
cortigiana
che dilaga per le strade nel grido della terra, nel comprendere che polvere
si è e si è diventati, non può che trasformarci in orme, poi in brandelli…
poi in giovani
che si buttano a capofitto tra i rovi del fossato o si rotolano (l’uno nell’altro)
sulla gramigna dei mantelli, in abbracci di largo evidenziati.

Oh Gesù, Gesù in croce, passione di altri ribelli a un comando centrale,
spirito che fu del dio di Mosè, della giovane moglie del falegname, di Cassandra…
da Delfi… una profezia per quell’anno 52, avanti la tua era… l’era cristiana.
Oh buon Gesù, tu non eri ancora nato. Liberaci noi dal male. Liberaci e sfamati
tra la rocca e la cinta dei legionari. Mangia anche tu la merda di chi c’inganna.
La diarrea collerica di tuo padre. Il cilicio della Madonna delle Grazie.
La talpa. Il vuoto. La Bestia… poi il piccolo breviario, che porto sempre
in tasca
Gian Ruggero Manzoni ha bisogno di segni, se non li trova, se quei segni non sono abbastanza avanti alla sua domanda, diventa lui stesso segnato. (Tiziana Cera Rosco: http://www.satisfiction.me/tutto-il-calore-del-mondo/)

Mi pare che su questo non ci siano dubbi. “Il mercante di allodole”, la sua prima raccolta del 1977 si apre con un verso, a tal proposito, emblematico: “Chi comprende i simboli con le mani è l’unico uomo libero”. Se c’è una chiave di lettura, una tra le tante di questa silloge, è da ricercare nel rapporto con il sacro. Un sacro impastato di carne e terra, che si mostra a lampi ed epifanie, una verità che si rivela prima di essere rivelata.

XLVIII

Come scaldare l’umidità che ti fa il nido nelle ossa? Battere i piedi? Darsi
pacche sulle braccia? Bruciare la nebbia? Cavalcare una donna come fosse
l’ultima volta? Queste nostre donne, dalle gambe corte e arcuate, dalle
anche larghe, dal pelo nero e folto sotto le ascelle e fra le gambe.
Provare mettendomi le pedule da caccia di mio padre. Due generazioni e
sono ancora nuove, e sono ancora calde, ancora belle e unte, pesanti,
come la testardaggine
delle capre.

Cigola il carretto e avanti!

Sempre più mi addentro da messaggero, sempre più la pineta odora di
resina.
Carezzo i bossi con la mano. I fagiani attraversano il sentiero e mi fissano
estranei.
A volte mi pungo con i rovi, per sentirmi vivo. La schiena mi fa male, e così
le giunture di questo scheletro avvelenato. Ed eccoti la vecchia che va a
stecchi. Li usa per insaporire le anguille alla brace. Lei sì che mi guarda
attenta e acuminata. Mi punta gli occhi gialli negli occhi castani e non li
abbassa di un attimo. Dicono che ti fatturi così, e che avrai sempre freddo,
anche l’estate. Io la saluto alzando il capo, lei non mi saluta, ma mi vede
arrivare. Le butto in dialetto: “Perché vestite di nero… siete in lutto o è
perché non date confidenza?” Lei stringe le spalle, ma non molla
i miei occhi neppure per batterli. Le sono davanti. Lei si drizza dal come
era un po’ piegata. E’ alta… più alta di me… è due volte me, che già sono
grande. La maglia di lana nera, lo scialle nero, il grembiule e le calze nere,
il fazzoletto nero che le fascia la testa, le ciabatte nere ai piedi, un nero
come la fuga della seppia. Anche la fascina di stecchi che ha raccolto è
nera, solo la faccia e le mani sono bianche, che sembrano zucchero a velo.
Poi apre la bocca e dalla voragine martoriata esce un urlo che mi fa
vibrare… un urlo di bestemmia… un urlo che viene dal magma.
Ogni mia parte si scolla dalle altre. Mi spezzo in mille cristalli. Mi ritrovo
sabbia. Sabbia fredda, silicio gelido, spazzato da un vento di scirocco che
ustiona
dall’Africa.

orfeo

Gian Ruggero Manzoni

Non c’è introspezione ma uno scavo delle fondamenta. (Paolo Emilio Antognoli Viti)

Certo, non c’è introspezione ma scavo. Credo, però, che senza un’acuta ed intransigente introspezione non sarebbe stato possibile il lucido strappo del velo, il maglio che affonda i morsi nei tessuti molli dell’ homo sapiens. Del resto è questa una prerogativa assoluta della poesia di Manzoni (direi anche di gran parte della sua produzione in prosa), sin dalle prime raccolte. Mi sembra invece che in questa silloge Manzoni sposti più in là il limite della propria ricerca e della propria riflessione. C’è un anelito cosmico al quale l’autore dà di continuo sostanza e c’è sempre in agguato la bestia con cui confrontarsi, la cognizione del male che assume una valenza giansenista e tragica. C’è una metempsicosi che non dà tregua, fagiano, lupo, tortora, betulla, ortica, il mondo animale e vegetale che il poeta evoca e in cui tracima in fibre ed alleanze, e c’è l’imprimatur del peccato originale che ci ha alienati non solo dal divino ma dalla natura stessa, dal sacerdote che dice messa in questa prigione.

16

Belva selvatica, lupo che annusa l’aria della sera, a fianco di una quercia
ci guarda da lontano.
Lui è un lupo solitario, quindi il concordare senz’ansia
quale albero su cui pisciare, lasciando un piccolo tempio da annusare.
Gli occhi verdi e gialli scrutano curiosi le nostra dinamiche.
Quanto siamo lontani da quell’animale, ma vicini, per ragioni, al suo
attacco.
Il lupo sazio non dilania tanto per farlo, mentre io continuo a digrignare
i denti,
a inseguire, ad affondare le fauci anche senza fame.
Il dolore non coglie mai la bestia, il suo è un capirsi senza colpe o strascichi,
è nata così, e così morirà, lontana dal branco, separata dai compagni,
in quel rito del lasciarsi andare al distacco per accettare, senza sbalzi,
il muscolo rattrappito, che indurisce il cuore e i polmoni nel fermarsi.
Pelliccia che rimane, foglie che creano la bara, radici che iniziano a
succhiarlo.
Un aspetto che Giona volle indagare, nel ventre della bestia ancora calda.

17

Per prime gocce sparse in ferma di vento, poi più fitte, quindi il sempre
più lento
battere dell’acqua. Uno squarcio, poi altri, da dove filtrano i raggi di un
sole invernale. Imporsi sotto la pioggia, accettarla, farsi battezzare.
Ora il cielo si è richiuso in un grigio sacco, ma, all’orizzonte, la bassa linea
verde,
oro e rosa, di un tramonto annunciato.
Spere di luce tagliano la natura in un obliquo ormai orizzontale.
Le ombre si allungano. Le forme di esse non sono più umane, ma torbidi
casi.
La verticalità si fa desiderare, in questi giorni di trapasso.
Quel tuo fiume, fanciullo dell’Ucraina, ti dava pesci e suggestioni per
masturbarti.
Non necessita il pensiero ai genitali di una femmina o di un maschio
per raggiungere l’orgasmo. Già tutto è dato, se scorri i mutamenti delle
nuvole, l’inseguirsi dei venti, il turbine gelido che ti carezza
l’impermeabile.
E tu stai, con la mano sprofondata fra le gambe, in piedi, in fronte
all’acqua, mungendoti o sfregandoti… maschio e femmina… in
quell’apice che fa compagnia
alla solitudine di una carne esposta allo scorrere rapido, indifferente,
dinamico
della cupola che ci sovrasta.
Toccarsi, partorire umori e lacrime, ridare acqua all’acqua che scende
indisturbata.
Bere acqua, compensare l’ammanco, nella continua trasfusione tra nubi,
carne, lago,
cellule, sangue, tramontana, neve, ghiaccio, denti nell’altrui pancia,
liquidi, che si prestano al guado. Un pianeta al carbonio quale base
della nostra chimica organica. Allotropiche formazioni intermedie.
Acidi grassi. Diamante e frattaglie, ovunque acqua e carbonio, prodotto
all’interno di stelle
che trasformano i nuclei di elio in quella C assoluta, gravida,
obesa, smagliata
tramite un processo Triplo Alfa. La Trinità dell’Origine, nell’omega
del perenne frammentarsi.

VI

Le tortore entrarono dal cielo in quel tempio del ricordo
e lo abitarono per millenni.
Una chiesa senza tetto diviene altare che si coniuga col nome dell’intero.
Il racconto (di ciò che sembra vita) scorre sulle pareti muschiate
come fosse una via crucis, un andare della croce, un procedere di alleanze
o di tormenti… di parole, ma anche di silenzi.

XXIII

E così urla il porco, quando lo inseguono per scannarlo. Urla come un cristiano
prima della decapitazione.
Lui se ne accorge che lo vogliono sgozzare, ancor prima che aprano la porta
della piccola stalla dove vive discreto e gioioso, tra i suoi liquami e la lussuria.
Urla il porco… in sanscrito e in aramaico.
I palmi degli esecutori sono di cuoio. Gonfi, ruvidi, incisi da rughe, da
setole, da linee marchiate di nero, anche dopo il catino o dopo le pomate
che ti passa il farmacista, per ammorbidire il danno e i calli, la pena e l’ustione.
Ma gli esecutori non riescono a chiudere del tutto il pugno, perché lo
spessore del cuoio è tale, che al massimo possono stringere con forza l’asta di una vanga,
il grosso manico di una mannaia o il coltello da beccaio, puntato alla gola.
Quei palmi sono di chi ha sempre lavorato di fatica, dei contadini, degli
operai, dei meccanici, dei veri poeti, degli asini umani. E il porco
li conosce bene, e sa il perché lo vengono a cercare.
La caldaia è già sul fuoco; l’acqua bollente servirà ad ammorbidire la pelle
del maiale, così da raderla, non appena sollevato, appeso a testa in giù, quindi
spaccato in due, prima che ogni verbo di speranza, gli venga tatuato sul costato
quale liturgia dell’insulto e dello strazio.

Gian Ruggero Manzoni è nato nel 1957 a San Lorenzo di Lugo (RA), dove tuttora risiede. Poeta, narratore, pittore, teorico d’arte, drammaturgo, nel 1975 si iscrive al DAMS di Bologna indirizzo Spettacolo poi Arte. Fin da giovanissimo s’interessa di ebraismo, storia delle religioni, filosofia, esoterismo, linguaggi espressivi emergenti. A fine anni ‘70 e inizio ‘80 soggiorna per lunghi periodi in Belgio, in Francia e, soprattutto, in Germania, dove frequenta quegli ambienti artistici e culturali. Nel 1982 e nel 1983 è redattore della rivista Cervo Volante di Roma, diretta da Achille Bonito Oliva ed Edoardo Sanguineti. Ha partecipato ai lavori della Biennale di Venezia negli anni 1984 e 1986 come artista e curando, assieme a Valerio Magrelli, la Sezione Poesia per Arte allo Specchio e, con Giorgio Celli e Marisa Vescovo, Nuovi linguaggi per Arte e Scienza. Dal 1986 al 1998 ha diretto la rivista d’arte e letteratura Origini. Sue poesie sono state musicate da Fernando Mencherini, Nicola Franco Ranieri, John De Leo, Stefano Scodanibbio. Negli anni ‘90, sotto la direzione di Gianni Celati e di Ermanno Cavazzoni, ha collaborato alla realizzazione dell’almanacco Il Semplice, rivista edita da Feltrinelli. E’ stato autore Feltrinelli, Scheiwiller, Edizioni del Girasole, Il Saggiatore, Edizioni del Bradipo, Sansoni, Moretti & Vitali, Diabasis, Moby Dick, Crocetti, Raffaelli e altri. Al suo attivo ha oltre 40 pubblicazioni e oltre 50 mostre visive tenute in gallerie private e in importanti spazi pubblici d’Europa e d’America. Ora dirige la rivista d’arte, letteratura e idee ALI. Alcune sue opere sono state tradotte in Grecia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Irlanda, Argentina, Uruguay, USA. Ha vinto i premi letterari Savignano, per una raccolta inedita di poesie, Todaro-Faranda, per la narrativa inedita, e Francesco Serantini per la narrativa. E’ stato incluso nella cinquina finalista dei premi Mont Blanc, per la narrativa inedita, e Bari-Costiera di Levante.

Nato a Paduli, in provincia di Benevento, Mimmo Paladino passa la sua infanzia a Napoli. Muovendo dal clima comune del “concettuale”, la prima fase dell’attività dell’artista s’incentra principalmente sulla fotografia. La sua prima personale si tiene allo Studio Oggetto di Enzo Cannaviello a Caserta, nel 1969. Gli anni a cavallo tra il ’78 e l’80 sono da leggersi come un periodo transitorio tra la posizioni concettuali e la rinnovata attenzione per la pittura figurativa. Utilizza anche l’incisione e molte altre tecniche per rappresentare il proprio “mondo interiore”, primordiale e magico, sperimentando diverse tecniche tradizionali: disegno, pittura, scultura, mosaico, incisione, immagine filmica. Ad “Aperto ’80”, nell’ambito della Biennale di Venezia, il critico d’arte Achille Bonito Oliva propone la corrente della Transavanguardia, di cui fanno parte Chia, Clemente, Cucchi e lo stesso Paladino. Del 1992 è l’installazione permanente Hortus conclusus nel complesso universitario di San Domenico a Benevento. Negli anni successivi si dedica più intensamente alla stampa d’arte ed esplora altri settori, come quello della ceramica e della terracotta. Nel 2010 Mimmo Paladino ha firmato la scenografia di work in progress, tour che ha visto riunirsi, dopo trent’anni, la coppia Lucio Dalla e Francesco De Gregori.

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Una risposta a “Testi scelti e riletti da Valentino Campo: Gian Ruggero Manzoni “Tutto il calore del mondo”

  1. Io rovescerei l’assioma da cui parte il pezzo critico riportato in esergo, parlerei di poesia sporcata dalla prosa. Certo la «forma-ibrida» è la chiave di volta della poesia che ci sta di fronte, è il fronte problematico che bisogna ri-solvere. Ma per far questo dobbiamo ritornare a Milosz, ad Herbert, occorre reimpostare la «forma ibrida» in un contenitore (non lineare ma spazio-temporale), in una «forma più capace», che non sia troppo poesia e non troppo prosa (ci dice Milosz), che oscilli tra l’una e l’altra. Questa è la direzione presa dalla poesia di Gian Ruggiero Manzoni. In linea generale e in questo contesto problematico la direzione è quella giusta ma va tematizzata… intendo dire che la tematizzazione del poetico può rischiare di restare sulla soglia di una espressione linguistica ancora non pronta (intendo che la tradizione della poesia italiana non mi sembra offrire grandi precedenti in tale senso), un po’ come “Lavorare stanca” di Pavese (opera forse giunta anzitempo). Ma è un tentativo che andava fatto, che bisogna incoraggiare, che va portato avanti, a piccoli passi o a grandi salti, tutti insieme… occorre riunire le forze e i tentativi…

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