Marco Onofrio sul mito di Orfeo – V

600px-Kylix_Theseus_Aison_MNA_Inv11365_n1 L’avventura stessa della poesia moderna e contemporanea “rischia” di coincidere in gran parte con il cammino di Orfeo verso la Notte, alla ricerca di una luce autentica di liberazione, di un’alba impossibile. La crisi della coscienza razionale spinge fin dalla seconda metà del ‘700 ad un’esplorazione sempre più acuta e profonda dei panorami interiori. Rousseau, grande antesignano delle paranoie del nostro secolo, sostituisce al “cogito” di Cartesio un ben più ineffabile esprit de finesse: è la fantasia che si libera dai vincoli del verosimile, del buono, del razionale. Con e dopo di lui comincia «l’epoca della fuga dalla cultura. Poeti e visionari, da Chateaubriand a Lenau, fuggivano dalle città via via sempre più imponenti verso le intatte foreste della Virginia, le incantate savane africane, le montagne asiatiche che sfioravano il cielo, o verso le isole dei mari del Sud dimenticate dal mondo. Essi fuggivano le ripugnanti maschere, le gabbie e gli specchi della civiltà» (T. Lessing). I romantici oppongono una rivolta anarchica alla morale del loro tempo. L’esperienza delle sanguinose guerre del XVII secolo aveva prodotto un diffuso timore del caos, della barbarie, delle passioni: si apprezzavano l’ordine, l’intelletto, la pruderie, le buone maniere, la tranquillità. Reprimere i propri sentimenti era considerato segno di buona educazione e di nobili origini.

orfeoMa i romantici sono fin troppo sazi di quiete e cercano una vita più intensa e movimentata: ammirano le forti passioni, che forse portano alla rovina ma almeno riempiono l’animo di un’ebbrezza altrimenti non esperibile; preferiscono l’individuo alla società, gli istinti primordiali alle convenzioni civili; disprezzano l’industrialismo e sostituiscono schemi di pensiero estetici a schemi utilitaristici; considerano bello tutto ciò che è inutile, violento, poderoso, titanico, distruttivo, strano, abnorme, misterioso, terrificante; amano l’espressione diretta del sentimento, affatto libera dalle censure dell’intelletto. In arte l’immaginazione estende il suo impero oltre i confini del “normale”. La poesia eredita dalle dottrine di occultisti e “illuminati” come Böhme, Swedenborg e Saint-Martin la certezza di un mondo trascendente, doppio invisibile di quello fisico, sulle tracce del quale orienta le proprie creazioni, trasformandosi in rêverie, contemplazione del mistero, colloquio con la morte, ricerca dell’Assoluto. Questa “realtà seconda” è mescolata al quotidiano, ci avvolge e ci tocca misteriosamente: il “meraviglioso” romantico ha la pretesa di essere autentico al pari del reale. Ogni dettaglio del mondo è una parola della lingua universale, e il mondo stesso è come un Gran Libro ove tout se tient, tutto si corrisponde. Il poeta è chiamato a interpretare questa lingua, a leggere nel libro del mondo, a decifrarne il mistero, a rivelare il lato oscuro delle cose, la realtà essenziale celata dalle apparenze visibili.

orfeo-eurLe correnti più feconde e innovative della creazione poetica si consacrano alla voyance di ciò che in Francia viene detto “surnaturalisme”, si tuffano nel gorgo dell’invisibile, scelgono il sentiero oscuro e accidentato dell’irrazionale, ignota la destinazione. I poeti camminano sull’orlo del confine tra le due realtà, come acrobati sul filo; brancolano après le déluge, in un mondo irreale e fantastico ma n essenzialità; si misurano con obiettivi immensi, forse impossibili da raggiungere; oscillano tra solipsismo e messianismo; vorrebbero generare un “uomo nuovo” e ricondurre all’armonia (o almeno ad una disarmonia sostenibile) gli atomi scissi e febbrili del Caos.

L’alienazione, cioè il modo alienato di vedere le cose, viene imputata ai “mostri” del Logos. Per guarirne bisognerebbe ammaliarli, renderli inoffensivi, abdicare alla falsa clarté della civiltà borghese, ai miti strumentalizzati del benessere diffuso e del progresso illimitato, tuffarsi nell’aperto del Sogno, nella “follia” (ciò che la Ragione chiama follia), nel magma incandescente dove bollono le pulsioni istintuali e primitive dell’Inconscio, per ritrovare la verità universale della vita: oltrepassare la banalità del quotidiano grazie al dono dell’ispirazione, oppure mediante un «lungo immenso e ragionato disordine dei sensi», oppure per stimoli artificiali. Soli e allucinati, i poeti moderni, perennemente in crisi, caduti negli abissi della privazione, orfani del Cielo, dispersi nel vuoto delle tenebre… ma con sottesa, anche se spesso amaramente rinnegata, la speranza di una luce baluginante all’improvviso dal cuore del Nulla, il “segno” capace di rovesciare lo scacco, di restituire l’armonia perduta e di svelare una volta per tutte l’arcana significazione del grande geroglifico universo. Per quel sentiero incenerito di stelle hanno scelto di addentrarsi, con passi e bagagli diversi, poeti come Novalis, Hölderlin, Hugo, Nerval, Rimbaud, Mallarmé, Trakl, Campana, Rilke, Breton, Artaud… È un sentiero che ha conosciuto il cammino di parecchi “transfughi” attraverso due secoli d’arte, dal Romanticismo alle molte avanguardie del Novecento.

teseotrionfantesulminotauroMa, come ben sanno i poeti e i mistici, la discesa agli Inferi (o ai Paradisi) dello spirito non apporta facili compensi: le parole dileguano dinanzi all’ineffabile: ogni parola scritta sul foglio è solo la misura umana cui si costringe, annichilendola, la dovizia dell’illuminazione, una tregua momentanea al pericolo sempre incombente dell’afasia, un compromesso necessario ma non sufficiente; ed è, infine, il segno tangibile dello scacco che bisogna pagare in nome dell’espressione (se non proprio della comunicazione), giacché la migliore poesia possibile, rispetto a certe premesse, sarebbe non altro che il silenzio: l’Assoluto del Nulla, il Nulla dell’Assoluto. La tensione verso l’oltre è una “vuota idealità”, un anelito vano e senza centro che respinge in basso con furia demoniaca colui che lo prova. Non c’è il conforto di una fede, di un “credo” istituzionale, condivisibile anche dal lettore.

Il poeta moderno è Orfeo “cantore” per anelito di volontà e Orfeo “poietes” per indole e destino. Vorrebbe potersi identificare con lo sciamano apportatore di salvezza mediante le virtù lenitrici del canto; finisce per essere lo sconfitto che torna dall’Ade senza Euridice, forse con l’orgoglio di qualche conoscenza, di certo con la dolorosa consapevolezza del proprio limite, della propria n essenzialità. E anche se l’utopia salvifica passasse per l’audacia dello “sguardo”, volontariamente, l’esito non sarebbe diverso. D’altra parte la sconfitta attende anche l’Orfeo “agamos”, qualora egli creda davvero di poter redimere il mondo attraverso il suono dei versi, identificando il valore della poesia nella pura musicalità, tentando di riprodurre l’estasi nell’assoluta autonomia dei significanti, ridotti a balbettio magico, a nenia primordiale, a formula d’incantagione, svincolati da qualsiasi significato normativo, liberi da regole sintattiche, ormai completamente intraducibili e inafferrabili.

orfeodechiricoPreferito per la sua consonanza storica e per la sua appropriatezza, la sua universale affinità al problema dell’arte, il mito di Orfeo si delinea non solo come uno dei luoghi più frequentati, ma, per molti versi, come l’emblema stesso della condizione moderna. La figura di Orfeo mostra dunque una certa ambivalenza di connotati: incarnazione di una complessità così feconda che è in grado di offrire (e di fatto presta) il suo sostegno contemporaneamente ad opposti versanti della civiltà occidentale. In età antica, lo abbiamo visto, è anche il Mytos che si ribella a se stesso e che inaugura l’avvento del Logos; in età moderna, invece, è soprattutto il Mytos che accorre a salvare l’uomo dall’alienante dominio del Logos tecnicizzato e a ritemprare le ragioni della vita. Prima combatte i mostri generati dal sonno della Ragione; poi quelli generati dalla sua disumanità. Ed è chiaro che il mutamento (o l’eventuale contraddizione) non riguarda tanto Orfeo, quanto bensì la ricezione e l’uso che ne vengono fatti: ogni epoca, del resto, ha un suo modo particolare (a seconda delle evenienze e delle esigenze storiche) di riconoscersi negli oggetti della cultura.

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