Steven Grieco – Tre Poesie inedite “Il Buon augurio”, “Erisychton”, “Senza titolo”

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac e Steven Grieco Roma giugno 2015

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac, Steven Grieco e Rita Mellace Roma giugno 2015, Isola Tiberina

Steven J. Grieco, poeta, traduttore e ideatore di progetti letterari. Nato in Svizzera nel 1949, da padre italo-americano e madre svizzero-tedesca. Vissuto a Parigi, Roma, Zurigo, Firenze, Jaipur e in Epiro (Grecia). Parla Inglese, Italiano, Francese, Tedesco. Buona conoscenza di Greco, Russo, Hindi-Urdu. Vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). Collabora da venticinque anni con l’ufficio stampa del gruppo industriale paneuropeo KME, leader mondiale nella produzione e commercializzazione di prodotti in rame, curando, fino al 2004, la rivista in inglese SMI Review Art & Technology.
Dal 1977 al 1984 ha vissuto nella campagna toscana, dedicandosi alla produzione di vino, olio d’oliva e alla coltivazione di piante aromatiche ed officinali. Dal 1980 pubblica poesie e racconti in riviste di Bombay e Delhi. Attualmente collabora con la rivista in lingua hindi Samas. Ha partecipato, negli anni, a diversi eventi letterari con letture di poesia, organizzati dalla Sahitya Akademi di New Delhi, l’Accademia Nazionale delle Lettere e dall’Università del Rajasthan.
Nel 2006, ha presentato, all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi  sue traduzioni della produzione del poeta urdu Mirza Asadullah Ghalib. L’anno seguente, una selezione del lavoro è apparsa in “Pagine”, rivista letteraria romana.
Con l’appoggio dell’Indian Centre for Cultural Relations (ICCR), prosegue il progetto delle traduzioni della poesia di Mirza Asadullah Ghalib che prevede la pubblicazione in Italia di un intero volume di Ghalib nel tradizionale componimento “ghazal”; questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare, in Italia, la poesia del grande poeta urdu, in chiave non strettamente filologica e più accessibile agli amanti della cultura e della poesia.
Attualmente sta ultimando un altro progetto di traduzione in lingua inglese di poesia giapponese waka del periodo Heian.
Ha pubblicato Maschere d’oro (Biblioteca Cominiana, 1997), raccolta di 33 poesie in italiano. Ha completato nel 2012 Agorafilia. Questo lungo “racconto”, si sviluppa contemporaneamente su diversi registri: autobiografia, narrazione di viaggio, saggio, riflessioni, ripercorrendo circa venticinque anni di vita del protagonista. (steven.grieco@gmail.com)

  Sole con cerchi

IL BUON AUGURIO ovvero
 “Die Entzauberung der Welt”

La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera,
e questo paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“Fermi!» esclamò d’un tratto il Regista:
«avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!»

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.
Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le spente scenografie
come fantasmi, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte, «Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!» e tonfi sull’assito, le grida di stupore
quasi visibili nell’aria
che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista,
sprofondato nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su,
quasi gioisse di noi, o di queste fronde d’albero che ora stormivano
solo immaginandosi;
quasi ce l’avesse fatta, avesse infine preso il largo
un re dalla mantella azzurra in una barca sull’oceano,
in viaggio verso la salvezza.

Altro non potei fare che cercare in me
il tuo viso nella sua estrema, sfaccettata durezza,
da cui tuttavia sorgevano molteplici profondità,
sul semplice amalgama di sabbia
la luce respinta si approfondiva in un lungo
corridoio, e da laggiù avanzavi,
seppure di sbieco superavi uno dopo l’altro i rovelli,
lo sguardo non più derubato avanzava fermo
oltre i molti presenti in ogni dove, la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.

Di nuovo guardai lo specchio. Era una finestra. E il paesaggio
un inaspettato presagio.
I campi di grano, morbida onda, prossimi ormai alla mietitura,
il fiume verde-bruno che muove tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri:
e molto più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
qualche usignuolo.

“Non vedete,” gridò ancora la voce fuori campo,
“come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo – volto del paesaggio
– in questo conoscersi e non riconoscersi
sorgeva un tasso d’intensità sconosciuto, come se irradiassimo luce
inaudita.

Come se fossimo sempre stati
nient’altro che noi stessi.

Aveva ragione da vendere, il Regista.

La partita l’avevamo stravinta.

1987-2012

Sole con lune

Senza titolo

Com’è che ogni nostra parola penzola a metà
dentro il grande hangar della notte
dove le impalcature di bambù salgono storte
deformando la volta del cielo, opprimendola
su in alto
fino a perdersi nella propria vertigine.

E se anche le poesie cadono da quel cielo
costellato di tanti stupori, del rispecchiarsi
di terre celesti e di oceani,
quaggiù non sono che le voragini
di mille pozzi petroliferi vuoti.

Ah, grida stravaganti, logiche sconfitte,
ombre di parole di cui ricordiamo solo l’invalidità.

Ma anche da un tale Nulla arrovellato
escono meravigliose
le ore diurne mille volte incenerite,
sciami e sciami lucenti escono
dallo sterminato cantiere della notte capovolta

e velocissima viaggia lungo i crinali
la linea di luce – linea nera
acceca intere valli, le sprofonda nel suo folle riverbero.

Soli dorati

 

Erisychton*

Quando il sole gira verso nord, e le vie alberate e i boschi innumerevoli
si librano su nel verde, risplende ai piedi di quei giganti
il mite suolo dell’Essere;
senti voci laggiù, passa gente screziata dalla luce complessa,
e tutto intorno si compie ancora una volta la primavera
“mai vista prima”.

Nel tempo che è puro spavento d’ombre
sulle meridiane ancora incappucciate.

E io sono tra loro, così folti, una qualsiasi illuminata trasparenza,
foglia ruotante nell’aria prima che l’occhio
ne sia rapito.

Respiro a lungo sui refoli d’aria, e nessuno specchio d’acqua
tradisce il mio già riflesso divenire,
in nessun luogo io sono il fanciullo semi-divino
appoggiato alla parete di legno celeste
che sempre scende dall’alto a collegare l’anima a se stessa.

Il resto è dire che discende e si tramanda: mito, racconto
arcaico del nostro confuso, incandescente Oggi.
Più di voi stessi non so narrare, nello specchio che vi deforma
e restituisce il mio volto malvagio.

Ma io uscivo mille volte senza uscire, quando sotto di loro
era come nevicato.
E una volta chiese la mia voce (che solo voi potevate udire):
“da dove, da quale oscuro fulcro il polline, la nostra lanugine fitta
di alati semi, il nostro pellegrinaggio vertiginoso verso mete
ricordate, riconosciuti punti d’arrivo?”

Perché in quel gran stormire
si mescolavano tutte le parole impronunciate.

Voi udiste, e nel cavo nero della mia bocca apparve
questo mondo strozzato, le bestie uccise nei macelli,
le colonne di auto fino all’orizzonte.
Come può la ricerca della felicità non ingoiare le pietre fagocitate
della sua orrenda fame?

Né il mio racconto, illuminandosi di mille diverse forme
ma sempre uguale a se stesso, un giorno cambierà:
sulla terra piangente, nel maestoso paesaggio privo di alberi.

Ecco perché, accecati da un’ira impotente, ogni mattina
voi scendete nel boschetto armati di scuri
in cerca della mia scaturigine –
l’alto ramificato, infinitamente frondoso, che nulla narra,
in nessun tempo abita.

* Re mitico che volle abbattere gli alberi nel boschetto sacro alla Dea Demetra, per costruirsi un palazzo per le sue feste. Fu punito con una fame che lo portò a consumare tutto ciò che era commestibile nel suo regno, e infine a divorare il proprio corpo a pezzi.
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2 commenti

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2 risposte a “Steven Grieco – Tre Poesie inedite “Il Buon augurio”, “Erisychton”, “Senza titolo”

  1. C’è come una visione dall’alto, da un elicottero che attraversa il cielo, una visione aerea che guarda le vicende umane nel loro svolgersi e nel loro divenire e una visione minuta, del dettaglio, dei dettagli, come al microscopio… entrambe queste visioni: dall’alto e dal basso convergono e si dipanano in uno strofeggiare dal respiro lungo, con un verso lungo e allungato come un elastico, un metro che non è più un metro ma una metratura… e il poeta è come l’agrimensore che misura il campo della propria visione attraversandolo… qui gli eventi sono come dei puntini su una carta geografica e la poesia diventa una mappa, una carta geografica che ci aiuta ad orientarsi nel territorio. La poesia di Steven Grieco ha questa caratteristica: non vuole né stupire né insegnare niente a nessuno, come ha scritto Pasternak «la vita non è come attraversare un campo», se un insegnamento ce l’ha questa poesia non ci dà alcuna direzione, alcun passamano, alcun corrimano. È una poesia post-ideologica, c’è tutto ciò che è necessario, non ci sono giochi di fonemi o di monemi, è una poesia che si snoda attraverso i propri cardi e decumani, e va lontano, si allontana dal lettore, procede per le sue vie inconoscibili e incommensurabili. È una poesia narrante, un po’ come quella che cercava di fare Pavese con “Lavorare stanca”, ma qui non c’è alcuna ideologia del lavoro o della edificazione, c’è la visione del palazzo con innumerevoli stanze all’interno, innumerevoli finestre che aggettano su un paesaggio sterminato e ampio dove tutto sfuma nell’indistinto della visione aerea:

    Quando il sole gira verso nord, e le vie alberate e i boschi innumerevoli
    si librano su nel verde, risplende ai piedi di quei giganti
    il mite suolo dell’Essere…

  2. Giuseppina Di Leo

    Pur divisa come in tanti fotogrammi, la poesia trasmette tuttavia una visione per nulla stanca della vita.

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