Archivi del giorno: 27 febbraio 2014

Steven Grieco – Tre Poesie inedite “Il Buon augurio”, “Erisychton”, “Senza titolo”

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac e Steven Grieco Roma giugno 2015

Giorgio Linguaglossa Duska Vrhovac, Steven Grieco e Rita Mellace Roma giugno 2015, Isola Tiberina

Steven J. Grieco, poeta, traduttore e ideatore di progetti letterari. Nato in Svizzera nel 1949, da padre italo-americano e madre svizzero-tedesca. Vissuto a Parigi, Roma, Zurigo, Firenze, Jaipur e in Epiro (Grecia). Parla Inglese, Italiano, Francese, Tedesco. Buona conoscenza di Greco, Russo, Hindi-Urdu. Vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). Collabora da venticinque anni con l’ufficio stampa del gruppo industriale paneuropeo KME, leader mondiale nella produzione e commercializzazione di prodotti in rame, curando, fino al 2004, la rivista in inglese SMI Review Art & Technology.
Dal 1977 al 1984 ha vissuto nella campagna toscana, dedicandosi alla produzione di vino, olio d’oliva e alla coltivazione di piante aromatiche ed officinali. Dal 1980 pubblica poesie e racconti in riviste di Bombay e Delhi. Attualmente collabora con la rivista in lingua hindi Samas. Ha partecipato, negli anni, a diversi eventi letterari con letture di poesia, organizzati dalla Sahitya Akademi di New Delhi, l’Accademia Nazionale delle Lettere e dall’Università del Rajasthan.
Nel 2006, ha presentato, all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi  sue traduzioni della produzione del poeta urdu Mirza Asadullah Ghalib. L’anno seguente, una selezione del lavoro è apparsa in “Pagine”, rivista letteraria romana.
Con l’appoggio dell’Indian Centre for Cultural Relations (ICCR), prosegue il progetto delle traduzioni della poesia di Mirza Asadullah Ghalib che prevede la pubblicazione in Italia di un intero volume di Ghalib nel tradizionale componimento “ghazal”; questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare, in Italia, la poesia del grande poeta urdu, in chiave non strettamente filologica e più accessibile agli amanti della cultura e della poesia.
Attualmente sta ultimando un altro progetto di traduzione in lingua inglese di poesia giapponese waka del periodo Heian.
Ha pubblicato Maschere d’oro (Biblioteca Cominiana, 1997), raccolta di 33 poesie in italiano. Ha completato nel 2012 Agorafilia. Questo lungo “racconto”, si sviluppa contemporaneamente su diversi registri: autobiografia, narrazione di viaggio, saggio, riflessioni, ripercorrendo circa venticinque anni di vita del protagonista. (steven.grieco@gmail.com)

  Sole con cerchi

IL BUON AUGURIO ovvero
 “Die Entzauberung der Welt”

La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera,
e questo paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“Fermi!» esclamò d’un tratto il Regista:
«avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!»

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.
Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le spente scenografie
come fantasmi, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte, «Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!» e tonfi sull’assito, le grida di stupore
quasi visibili nell’aria
che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista,
sprofondato nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su,
quasi gioisse di noi, o di queste fronde d’albero che ora stormivano
solo immaginandosi;
quasi ce l’avesse fatta, avesse infine preso il largo
un re dalla mantella azzurra in una barca sull’oceano,
in viaggio verso la salvezza.

Altro non potei fare che cercare in me
il tuo viso nella sua estrema, sfaccettata durezza,
da cui tuttavia sorgevano molteplici profondità,
sul semplice amalgama di sabbia
la luce respinta si approfondiva in un lungo
corridoio, e da laggiù avanzavi,
seppure di sbieco superavi uno dopo l’altro i rovelli,
lo sguardo non più derubato avanzava fermo
oltre i molti presenti in ogni dove, la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.

Di nuovo guardai lo specchio. Era una finestra. E il paesaggio
un inaspettato presagio.
I campi di grano, morbida onda, prossimi ormai alla mietitura,
il fiume verde-bruno che muove tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri:
e molto più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
qualche usignuolo.

“Non vedete,” gridò ancora la voce fuori campo,
“come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo – volto del paesaggio
– in questo conoscersi e non riconoscersi
sorgeva un tasso d’intensità sconosciuto, come se irradiassimo luce
inaudita.

Come se fossimo sempre stati
nient’altro che noi stessi.

Aveva ragione da vendere, il Regista.

La partita l’avevamo stravinta.

1987-2012

Sole con lune

Senza titolo

Com’è che ogni nostra parola penzola a metà
dentro il grande hangar della notte
dove le impalcature di bambù salgono storte
deformando la volta del cielo, opprimendola
su in alto
fino a perdersi nella propria vertigine.

E se anche le poesie cadono da quel cielo
costellato di tanti stupori, del rispecchiarsi
di terre celesti e di oceani,
quaggiù non sono che le voragini
di mille pozzi petroliferi vuoti.

Ah, grida stravaganti, logiche sconfitte,
ombre di parole di cui ricordiamo solo l’invalidità.

Ma anche da un tale Nulla arrovellato
escono meravigliose
le ore diurne mille volte incenerite,
sciami e sciami lucenti escono
dallo sterminato cantiere della notte capovolta

e velocissima viaggia lungo i crinali
la linea di luce – linea nera
acceca intere valli, le sprofonda nel suo folle riverbero.

Soli dorati

 

Erisychton*

Quando il sole gira verso nord, e le vie alberate e i boschi innumerevoli
si librano su nel verde, risplende ai piedi di quei giganti
il mite suolo dell’Essere;
senti voci laggiù, passa gente screziata dalla luce complessa,
e tutto intorno si compie ancora una volta la primavera
“mai vista prima”.

Nel tempo che è puro spavento d’ombre
sulle meridiane ancora incappucciate.

E io sono tra loro, così folti, una qualsiasi illuminata trasparenza,
foglia ruotante nell’aria prima che l’occhio
ne sia rapito.

Respiro a lungo sui refoli d’aria, e nessuno specchio d’acqua
tradisce il mio già riflesso divenire,
in nessun luogo io sono il fanciullo semi-divino
appoggiato alla parete di legno celeste
che sempre scende dall’alto a collegare l’anima a se stessa.

Il resto è dire che discende e si tramanda: mito, racconto
arcaico del nostro confuso, incandescente Oggi.
Più di voi stessi non so narrare, nello specchio che vi deforma
e restituisce il mio volto malvagio.

Ma io uscivo mille volte senza uscire, quando sotto di loro
era come nevicato.
E una volta chiese la mia voce (che solo voi potevate udire):
“da dove, da quale oscuro fulcro il polline, la nostra lanugine fitta
di alati semi, il nostro pellegrinaggio vertiginoso verso mete
ricordate, riconosciuti punti d’arrivo?”

Perché in quel gran stormire
si mescolavano tutte le parole impronunciate.

Voi udiste, e nel cavo nero della mia bocca apparve
questo mondo strozzato, le bestie uccise nei macelli,
le colonne di auto fino all’orizzonte.
Come può la ricerca della felicità non ingoiare le pietre fagocitate
della sua orrenda fame?

Né il mio racconto, illuminandosi di mille diverse forme
ma sempre uguale a se stesso, un giorno cambierà:
sulla terra piangente, nel maestoso paesaggio privo di alberi.

Ecco perché, accecati da un’ira impotente, ogni mattina
voi scendete nel boschetto armati di scuri
in cerca della mia scaturigine –
l’alto ramificato, infinitamente frondoso, che nulla narra,
in nessun tempo abita.

* Re mitico che volle abbattere gli alberi nel boschetto sacro alla Dea Demetra, per costruirsi un palazzo per le sue feste. Fu punito con una fame che lo portò a consumare tutto ciò che era commestibile nel suo regno, e infine a divorare il proprio corpo a pezzi.

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Marco Onofrio sul mito di Orfeo – IV

Orfeo%20e%20gli%20animali%20Mosaico%20Palermo  Allo “sguardo di Orfeo” si interessa anche Salvatore Lo Bue, che ne fa principio di differenza tra due tipi di poesia: il melos (assoluto incantamento musicale) e la pòiesis (forma di conoscenza). Custode e simbolo del primo tipo è l’originario Orfeo “agamos” (cioè solitario, senza Euridice) attraverso la cui voce gli dèi ascoltano e rivivono l’armonia del principio, la nascita del mondo, l’infanzia dell’umanità. Egli conduce ogni cosa alla luce poiché è poeta armonico, devoto a Helios, difensore del cosmo ermetico. Gli dèi non lo temono poiché egli non osa metterli in dubbio e ha accettato di contrarre con loro un mutuo foedus di non belligeranza, tramato di menzogna alle spalle dell’uomo. Infatti lo uccidono le Baccanti, istigate alla vendetta da Dioniso (dio dell’oscurità umana). Il secondo tipo di poesia pertiene all’Orfeo libero contro gli déi e umanizzato. L’umanizzazione di Orfeo segna la sua dolorosa e solitaria libertà di “poietes”, capace di una parola infinitamente meno suggestiva ma carica di pensiero, una parola che insegna agli uomini e rivela loro, oltraggiosamente, i segreti degli déi. Da “scriba” del cosmo ermetico Orfeo diviene figura della contraddizione, del principio tragico, del Logos. In entrambi i casi è figura di relazione tra Physis e Mytos: armonica prima,
oppositiva poi. La differenza sta proprio nello sguardo e si gioca nel diverso esito (positivo o negativo) della catabasi in Ade. Nel mito di Orfeo la catabasi è una variante successiva (non attestata prima del VI secolo a.C.), che segna l’apparizione di Euridice e contraddistingue la nascita dell’Orfeo poietes.

orfeo-eurAffrontando la catabasi l’Orfeo melico ottiene facilmente Euridice e tuttavia resta agamos, giacché la riporta alla luce senza conoscerla veramente e a prezzo della propria libertà, restando prono alle leggi degli dèi. L’Orfeo poietes, invece, perde Euridice guardandola, e la perde proprio perché la guarda e in tal modo la conosce, contravvenendo al divieto degli dèi che temono la parola libera e pretendono cieco il poeta. Questo secondo Orfeo rompe l’equilibrio fra Natura e Mito e svela il vuoto sinora celato nell’essenzialità del nome, cioè nella perfetta coincidenza fra essere e nome. È l’ipostasi del passaggio fra due epoche: il mondo del Mytos comincia a vacillare sotto i colpi spietati e spregiudicati del Logos. Il Mytos cerca di difendersi arroccandosi nell’ultimo eden, quello della catabasi con esito felice – non a caso la versione del mito di Orfeo in cui i Greci preferiranno continuare a credere.

orfeodechirico

La notte ermetica aveva originato il nome degli dèi, quindi gli dèi stessi. Principiati dal gioco poetico originario, gli dèi si erano a loro volta posti come increato e assoluto principio di tutte le cose. Lo scriba che stava all’ingannevole gioco, il reggitore dell’universale menzogna, il compare degli dèi, poetava a patto di negare se stesso in quanto creatore.

L’Orfeo poietes, invece, comprende e svela che gli dèi sono un’invenzione umana; non solo, ma arrischia sé e la parola nel punto originario di ogni nominare, nel fondamento stesso della creazione poetica, rendendola e rendendosi più consapevole dei propri mezzi. Il che significa accettare la nudità originaria, il rischio di trovarsi soli dinanzi al baratro della privazione, centrati nella propria essenza, pericolosamente liberi di pensare, senza più illusioni o false certezze, estranei per questo al mondo degli dèi come a quello della maggior parte degli uomini che non tollera – al pari degli dèi – la libertà “difficile”. Una nuova poesia, non religiosa ma umana, che non dà gioia ma semina l’alito scuro della disillusione, che mostra le verità contraddittorie dell’esistenza senza comporle in alcun rasserenante ordine, che osa parole illecite per dire l’uomo “sogno di un’ombra”, fino ad esserne il compiuto e veritiero discorso.

orfeo_euridiceLo sguardo di Orfeo segna dunque lo stacco fra due modi diversi di intendere obiettivi e modalità del fare poetico, il passaggio dalla svenevole acquiescente dolcezza del melos alla parola ruvida, scabra, densa di pensiero. È l’invenzione della tragedia, del disincanto, della libertà, della responsabilità individuale. L’uomo da solo dinanzi a se stesso e al proprio destino. Il poeta chiamato ad una nuova “sapienza epistemica” della propria arte. Non più irresistibile ammaliatore, non più scriba del Mytos, non più divino aedo delle origini. Questa nuova tipologia di poeta rappresenta lo sgorgare del Logos dal cuore stesso del Mytos (a significarne la crisi d’identità) ed incarna l’essenza della “poiesis” platonica. Platone, che nel Simposio giudica con palpabile acredine il destino di Orfeo (è la prima voce autorevole a sostenere l’esito negativo della catabasi motivandolo con l’ignavia del cantore tracio, giudicato «fiacco nell’animo, vile nel canto, incapace d’azione»), preconizza l’avvento di una poiesis “pasa aitia”, complessa e autocosciente, principio e termine di sé, ma soprattutto in grado di svegliare gli uomini dall’imperturbabile sonno delle favole, di insegnare loro “grammata” e “sophien”, parole e sapienza, verità. Tutto questo comporta l’apparizione di Euridice e l’imprudente gesto del suo sposo. Basta l’accorpamento di una costante mitica tradizionale come la catabasi in Ade a modificare i connotati dell’originario Orfeo agamos, a mettere a dura prova l’integrità del suo significato, o per lo meno a turbarne l’univocità, offrirne una possibile alternativa, d’ora in poi ineludibile.

orfeoNel mito «in effetti sono concepibili numerose combinazioni, ognuna delle quali produce una variazione di senso per modificazione interna o esterna, relativa o collegata all’una o all’altra delle unità costitutive», sostiene Jean Rousset nel suo prezioso studio su Don Giovanni.

Con o senza sguardo, fiacco o dominatore, trionfatore o sconfitto, Orfeo ha continuato e continua a rappresentare, ad ogni modo, qualcosa di imprescindibile, di non riconducibile alla singola interpretazione: il nucleo forte, l’unità costitutiva, l’invariante del mito. Qualcosa che Orfeo non potrà mai fare a meno di significare; sicché, astratto in chiave metastorica, Orfeo può dirsi «simbolo di ogni differente pensare e sentire l’origine della poesia». Dovunque il poeta, forte di una purezza disinteressata ma non irresponsabile, rinunciando alle illusioni accomodanti e alle facili promesse, sappia recedere alla sorgente del proprio canto, laddove è necessario resistere alla terribilità dell'”iniziale” che baluginando sorge, nella divina saggezza dell’attesa, nella maturità del silenzio; dovunque egli sappia soggiornare nell’oscurità dell’indistinto che non conosce appigli, anelando alla luce del riscatto; dovunque egli sappia lavorare (come scrive Jean Cocteau) «molto in alto e senza rete di soccorso», tuffandosi nell’alterità più irreducibile alla misura di ciò che si conosce, attraversando universi di vuoto, desolazione, vertigine e silenzio; dovunque si appalesi il profondo valore umano e mondano (pur nell’aspirazione al trascendente) di una poesia incisa nella carne e nel dolore della vita; dovunque la nutriente forza del pensiero accenda ed avvalori il fuoco dell’incanto, il misterioso potere del suono e del ritmo; dovunque la poesia sappia porsi come fondamento, di conoscenza e civiltà, come cifra di quel che è proprio dell’uomo, come rivelazione di ciò che all’uomo non compete, di ciò che l’uomo non raggiunge: è là che potrebbe apparire, da un istante all’altro, dal corpo stesso dell’arte che egli rappresenta, l’universale figura di Orfeo; là che la poesia sembrerebbe quasi miracolosamente scaturire dalla sua settemplice lira incatenata alle costellazioni del cielo, fino ad identificarsi con la “melodia sacra”, la ragione segreta, l’essenza più profonda e irraggiungibile di tutte le cose.

1775 Canova OrfeoIn epoca moderna la figura di Orfeo è più che mai atta a rappresentare le molte “zone d’ombra” di un uomo che la cultura ufficiale, quella del consenso allo status quo, vorrebbe cinto di apodittiche certezze oppure fondato nella certezza dell’incerto, nell’accertamento di una “crisi” fin troppo nota, estesa a mito, banalizzata a luogo comune, in un dissenso facilmente controllabile perché previsto ed anzi tollerato dal sistema, dalle stesse istituzioni del Potere: l’ombra di quelle forze istintuali, di quella libido che è necessario reprimere e controllare acciocché sia ancora possibile una civiltà. Ed è proprio nel nome di Orfeo che Marcuse stigmatizza l’eccedente sacrificio della libido imposto ad ogni individuo nella moderna società capitalistica occidentale.

La disfatta e il trionfo del mitico poeta divengono «simboli della perdita e del tentativo di recupero dello spirito del canto da parte dell’uomo in un mondo di alienazione, di violenza e di esistenza spersonalizzata e mitizzata» (Segal). Il legame inscindibile tra parola e musica – scrive Enrico Fubini – trova allora la sua «vita autentica nel canto come fenomeno naturale, come espressione dell’uomo in quanto essere naturale, non ancora alienato e diviso nelle sue facoltà dalla civiltà, dalle regole sociali, dalle necessità e dai bisogni. Recuperare il canto come unione, fusione di parola e musica, significa recuperare l’uomo nella sua integrità, nella sua mitica naturalità, nella sua pienezza espressiva».

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