Archivi del giorno: 26 febbraio 2014

Stefanie Golisch Fly and fall – Poesie Inedite, con un Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

Foto manichino con vestiti su stampelle

   Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. 

Poesie tratte dalla raccolta inedita Fly and fall

Giorgio Linguaglossa

Appunto di lettura 

Quello che colpisce nelle poesie di Stefanie Golisch è la capacità di inserire la molteplicità del mondo nella struttura monologante della sua lirica, cosa non facile né scontata, non si giunge a questo grado di rappresentazione senza una profonda meditazione su ciò che è la «cosa» chiamata poesia e su ciò che essa debba contenere. E soprattutto, la poesia qui non è un mero contenitore di «cose» ma una «cornice» dove ci sta tutto: l’infanzia, la vita erotica, le passioni, la conoscenza del bene e del male, il senso del limite, la morte che dà alla poesia (e alla esistenza umana) un significato. Il significato di una poesia è sempre fuori di essa, mai dentro le singole proposizioni, come credono i poeti ingenui, la poesia non si risolve in un amalgama di significanti e di significati, come purtroppo una vulgata durata decenni ci ha voluto dare ad intendere. La poesia è, al pari del romanzo, molteplicità, una totalità finita che allude all’infinito.
Quello che colpisce in questa poesia è l’impiego sapiente delle immagini, certe poesie sono costruite con i mattoni delle immagini situate in modo alternato per creare una costruzione:

Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita…

Le immagini chiudono e aprono, sono una serratura che permette al lettore di entrare all’interno della poesia, e il lettore entra come un ladro che ruba le sensazioni, gli attimi di cui sono fatte le parole. Il lettore diventa un ladro di parole. Come del resto lo è anche l’autore: un ladro di parole.

stefanie-golisch-190 Golisch

Un io e la sua bestia

Copri con il tuo grigio pelo
il pallore della mia pelle,
il mio tremolante desiderio.
Dentro le mie calde viscere
sento il tuo ansimare secolare
mischiarsi alla mia linfa.
I tuoi morsi mi risvegliano reale,
custode del mio segreto animale.
Nel nostro silenzio
gorgoglia vita indistinta

Proteggi questo troppo lieve io
dalla tristezza degli uomini

Corpo di madre sulla terra

When will we three meet again?
In thunder, lightning or in rain?
When the hurlyburly’s done,
When the battle’s lost and won.

Shakespeare, Macbeth

Stesa sull’asfalto,
avvolta nella mia pelle pallida,
il corpo di mia madre
è una ferita

Sulla breve via verso il freddo,
la sua carne avara
prega la mia,
calda per coprire la nostra sconfitta

La battaglia è finita.
Tra cavalli e guerrieri morti
con bocche spalancate,
ti canto, madre, la ninnananna
alla rovescia

Marie Laure Colasson Abstract_3

Astratto di Marie Laure Colasson

Kartoffelfeuer

Nella quiete di primo autunno,
un improvviso grido di corvo,
il profumo di mele mature
e di involtini primavera dal ristorante cinese
al pian terreno

C’è in questa natura morta
una ansia di risposte a fine estate,
un cupo giorno di settembre
in cui la mia infanzia bruciò
in un Kartoffelfeuer.*
Dopo quel giorno, non c’era più

Nello specchio una ragazza sorride seducente
al mondo appena nato, come per dire,
eccomi,
prendimi,
sono tua

* Il Kartoffelfeuer è il fuoco con il quale, nelle campagne, i contadini bruciano le piante di
patate dopo il raccolto.

Marie Laure Colasson Abstract_6

Astratto di Marie Laure Colasson

La mia inviolabilità

Luz è il nome dell’osso
dalla cui improbabilità risorgerò
dopo che la grande onda mi avrà trascinato via,
mia madre mi avrà chiamato a casa

Non dimenticare
la mia gobba antica,
non dimenticare
il vuoto nell’ora degli uccelli morti,
quando le domande,
una a una, svaniscono
senza risposta,

Raccogli quell’io pietra
nel mistero della sua
imperfezione

*Nella religione ebraica luz è il nome di un osso minuscolo che non può essere distrutto e dal quale, alla fine dei tempi, l’uomo sarà ricreato.

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

giuseppe pedota acrilico su persplex anni Novanta

Quando una vecchia suora si prepara per la notte

Quando una vecchia suora si prepara per la notte, innanzitutto si toglie
le pesanti scarpe marroni,
poi il velo, chiuso dietro la nuca con una striscia di velcro.
Aprendo la lunga cerniera sulla schiena, lascia cadere la tonaca
a terra.
Nella sua veste ingiallita sta davanti a nessuno specchio.
Invece della propria immagine, le sorride seducente
un giovane uomo dai lunghi riccioli biondi che dice:
non aver paura, sei o non sei la mia sposa diletta?
Fiduciosa, sfila i collant color pelle,
il reggiseno color pelle e le mutande color pelle.
Nella luce diffusa di una fredda notte d’autunno,
eccola, nuda davanti al suo Signore.
Tremando, indossa una camicia da notte rosa,
e si fa scivolare sotto le coperte.
Persa come una goccia di pioggia in un cielo senza nuvole,
fa sparire le dita stanche
nell’antro sacro tra le gambe,
dove si nasconde la vita
umida, oscura, muta

Il motel più economico

Questa è la stanza dei vecchi amanti,
così disperatamente devoti all’idea dell’amore
che potrebbero uccidere,
diciamo un cane,
se questo fosse il prezzo da pagare
per una prima volta nuova di zecca.
Ma non c’è alcun cane intorno,
soltanto due paia di scarpe consunte
sotto un unico letto
per tutti gli amanti.
Venite, uccidetemi, direbbe
il cane, se ci fosse un cane,
ma, ahimè, non c’è.

Tutto qui: non c’è

Fly and Fall

Piano il giorno apre gli occhi
per salutare la mattina di fine agosto.
Ecco ciò che sta per accadere oggi:

Un uomo troverà l’amore e un altro lo perderà.
Qualcuno arriverà alla stazione giusto in tempo,
mentre un altro attenderà invano.
Un merlo sussurra nell’orecchio di un altro, che bello volare e cadere.
Qualcuno inaugurerà il giorno con una bottiglia di birra,
e un altro ascolterà a lungo l’eco dei sogni complessi.
Qualcuno scriverà una lettera scarlatta,
mentre nel cuore ferito del suo vicino non è rimasta una sola parola.
Una bambina si sveglierà dai suoi sogni notturni
stringendo il suo orsacchiotto, e una donna si sveglierà
soltanto per morire a metà mattina poiché il giorno
richiede tutto questo. Lottando scivolerà via davanti agli occhi
dei vivi nello stesso momento in cui
un pittore finalmente trova il suo blu.
Oggi sarà il mio giorno pensa il giovane,
mentre si allena, impaziente di gettarsi nella mischia.
Nella cantina di una casa abbandonata,
una gatta tigre gioca con un topo soltanto
per intrattenere la piccola cosa

Quel che il pittore non sa
è che quel blu non esiste,
ma soltanto una voce lontana,
quasi non udibile nel brusio di tutto questo fare all’amore,
morire, chiacchierare con gli amici, mangiare, bere,
spaventarsi e gioire,
impaziente di placare l’insaziabile
oggi

La vita è tutto questo

You are marvellous. The gods want to delight in you.

Charles Bukowski

Il matto, lo chiamano lupo mannaro.
Corvi che gridano al cielo vuoto l’insensatezza del rimorso.
La copia della copia del santo bevitore.
Uomo in canottiera gialla alla finestra della cucina, fumando.
La vecchia che attende il suo giorno, ripetendo tra sé e sé
una storia della sua vita.
La ragazza finta bionda con i jeans economici,
la maglietta economica e i suoi sogni inimmaginabili.
La coppia di nani al loro primo bacio, ansiosi
di fare bella figura.
Sole di Novembre, tempo di resa,
tempo di rinascita, perdono e oblio.
Un verso di Hölderlin che recita:
più l’uomo è felice, più alto è il rischio che si rovini.
Il mistero di ogni nuovo giorno
e i sette significati nascosti di una antica fiaba.
Oscure selve germaniche e luminosa bellezza mediterranea.
La speranza che una calza rotta può essere rammendata,
che le ferite possono guarire,
e che la nostra voce può migliorare con il tempo,
perdendosi
in tutte le voci

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Rutilio Namaziano – Attesa in porto

Ausonius

 Rutìlio Namaziano (lat. Claudius Rutilius Namatianus). – Poeta latino (sec. 5º d. C.), nato inGallia (Poitiers, o a Tolosa o a Narbona)  da Lacanio che fu governatore di Tuscia e Umbria. Fu praefectus urbi nel 414; imbarcatosi (417) a Portus Augusti per tornare in patria, descrisse il suo viaggio dalla foce del Tevere a Luni (le vecchie strade consolari di terra erano ormai in rovina e malsicure) in un poema in distici elegiaci De reditu suo (in due libri, il primo di 644 versi, il secondo interrotto al v. 68). Oltre alla descrizione degli spettacoli naturali e ai ricordi eruditi che affiorano a ogni tappa del viaggio, sono notevoli nel poema l’ammirazione e l’amore per la bellezza e la grandezza di Roma, che egli sente con animo pagano, avverso al cristianesimo; in una lunga (I, 47-164) apostrofe a Roma è il verso (63) che la esalta come unica patria di genti di ogni terra: fecisti patriam diversis gentibus unam. Rutilio Namaziano apparteneva ad una famiglia dell’aristocrazia latifondista della Gallia e i suoi possedimenti dovevano trovarsi nella Narbonese. Successivamente si stabilì in Italia (dove il padre era governatore della Tuscia e dell’Umbria) e qui intraprese una brillante carriera di funzionario. Nell’anno 415 (secondo alcuni storici nel 417) iniziò il viaggio per il ritorno in Gallia: scongiurato il pericolo immediato dei barbari, restavano sulla scia del loro passaggio solo rovine e così Rutilio decise di tornare in patria per sovrintendere ai suoi possedimenti.

La storia del suo viaggio viene narrata in un poemetto (De reditu suo), che diventa una fonte preziosa per documentare il degrado delle terre maremmane in quel periodo. Rutilio, infatti, dopo aver constatato il degrado dell’agro toscano e della via Aurelia, ormai impraticabili a causa della recente invasione dei Goti, scelse la via del mare. Partito da Roma, passò di fronte alla costa della Maremma e vide da lontano la città di Cosa, ormai distrutta e incustodita. Puntò quindi verso Porto Ercole e si trovò di fronte la grande mole dell’Argentario. Vedendo in lontananza l’isola del Giglio, annotò che quest’ultima era scampata alle devastazioni barbariche ed anzi era servita da rifugio per coloro che erano fuggiti “dall’ Urbe straziata”. Toccò quindi l’Ombrone, perché costretto ad un approdo forzato, e proseguì infine il suo viaggio lasciandosi alle spalle le coste della Maremma.
(da “De Reditu” Il ritorno, trad it. di Alessandro Fo)

 

ATTESA IN PORTO

Allora infine vado alle navi, per dove il Tevere
che si apre in fronte bicorne, solca i campi a destra.
Il braccio di sinistra, inaccessibile per troppa sabbia, viene evitato;
accolse Enea, gli resta questa sola gloria.
E già aveva sciolto più spazio alle ore notturne
Febo nel cielo, più pallido, delle Chele.
Esitiamo a tentare il mare, e aspettiamo in porto
e non rincresce la quiete imposta dal rinvio
mentre le Pleiadi al tramonto infuriano sul mare infido
e mentre l’ira del momento procelloso cade:
è bello volgersi ancora, spesso, a Roma vicina
e con lo sguardo che viene meno seguire i monti;
dove mi guidano, gli occhi godono dei luoghi cari
ed ecco sembra che, ciò che bramano, lo vedano.
Né riconosco da un filo di fumo il punto
che segna il centro del mondo, le mura sovrane
(benché l’indizio di un lieve fumo commendi Omero
se sorge agli astri dalla terra che ami):
ma una zona più luminosa in cielo, e un tratto sereno
segna le sette splendenti vette dei colli.
Là sono eterni soli, e ancora più terso
appare il giorno che Roma crea per sé.
Di più e di più, stordito, avverto il chiasso dei giochi,
acclamazioni improvvise dicono pieni i teatri,
l’aria, percossa, mi rende voci note,
volino qui davvero o sia, a plasmarle, l’amore.

Rutilio
Tum demum ad naves gradior, qua fronte bicorni 
dividuus Tiberis dexteriora secat.
Laevus inaccessis fluvius vitatur harenis;
hospitis Aeneae gloria sola manet.
Et iam nocturnis spatium laxaverat horis
Phoebus Chelarum pallidiore polo.
Cunctamur tentare salum portuque sedemus 
nec piget oppositis otia ferre moris, 
occidua infido dum saevit gurgite Plias 
dumque procellosi temporis ira cadit.
Respectare iuvat vicinam saepius urbem 
et montes visu deficiente sequi, 
quaque duces oculi grata regione fruuntur,
dum se, quod cupiunt, cernere posse putant.
Vec locus ille mihi cognoscitur indice fumo, 
qui dominas arces et caput orbis habet 
(quamquam signa levis fumi commendat Homerus,
dilecto quotiens surgit in astra solo), 
sed caeli plaga candidior tractusque serenus
signas septenis culmina clara iugis, 
illic perpetui soles, atque ipse videtur,
quem sibi Roma facit, purior esse dies.
Saepius attonitae resonant circensibus aures,
nuntiat accensus plena theatra favor; 
pulsato notae redduntur ad aethere voces, 
vel quia perveniunt, vel quia fingit amor.

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