ANTOLOGIA V PER IL PARNASO. Antonio Sagredo, Umberto Simone, Gianni Iasimone, Ambra Simeone, Roberto Mosi, Marco Furia, Eugenio Lucrezi, Giorgina Busca Gernetti, Alfredo Rienzi, Lidia Are Caverni

Parnaso 1

 

Antonio Sagredo3

Antonio Sagredo

cinematografo

Al banchetto della sacra mortalità tu volgevi altrove il suo sguardo basedowico.
Avevi nelle mani il cerebro di Dio sezionato allegramente da occhiceruli teologi.
Ricordavi che la giostra del pensiero illumina gli orrori della teofania ultraterrena,
ma con gli occhi di una chiavica tu miri la bellezza delle pellicole impiccate ad una corda.

Ad ogni passo una stazione che rideva… 12 stazioni di applausi, battimani straniati e
3 cadute come esche ad una sarabanda di dèmoni: non c’è sabbia né palme nei deserti!
Il parallelo s’impone, come nei massicci le creste, ai trionfi del rogo dei santi eretici:
stazioni di carbone sono le ossa… la fine è che gli occhi cercano orbite cave!

Ogni parola ha mozzato la sua lingua! La bocca è orfana di grida! Stridono gelose le banderuole!
Verità azzanna la ruggine del Verbo e – del perdono! — Io vedevo il canto degli uccelli e delle acque,
le sonnolente carezze materne, i campi – rossi di papaveri… libertina orfanezza è l’infanzia!
Ho trascorso le mie età sotto la cenere eretica. Ora sogno – gli anelli – di Saturno!

Roma, 22 febbraio 2014

Umberto Simone

Umberto Simone
La visione del taglialegna

Sferrai un gran colpo d’ascia all’olmo. L’ascia
intera entrò nel tronco, ed io con lei.
Così, insieme arrivammo ad una fiera.
Poi, nella calca, me la sono persa
fra incantatori di serpenti e acrobati,
e callisti, ed interpreti dei sogni,
e i curiosi del bue a sei zampe, e i ghiotti
di granite all’arancia o alla violetta.

Gemelli erano, e non solo vicini
di stuoia, l’arrotino ed il barbiere.
Si applaudì un cantastorie. Per un attimo,
su un muro giallo si erse un moro in rosso.
Qualche elisir guariva i porri. Chiusa
fluttuò una portantina misteriosa.
E sempre avanti andavo, calpestando
gusci d’arselle e scorze di navone.

Si contrattava, lungo i banchi, o rauchi
vantavano la merce: là, era in vendita
ormai ogni cosa, provole e romanzi,
arpe e aringhe, padelle e crocifissi,
torte di fichi e ragazze tatuate.
Certi ebrei sciorinarono un tappeto
messo all’asta, e fu come se un roseto
fosse ad un tratto esploso dalla polvere.

E il profilo di un re morto da un pezzo
brillò su una moneta. E una bilancia
pesò cannella, e un metro misurò
seta: sentii il fruscio, sentii l’odore.

Ma, nell’arco più buio del mercato,
anche un’ascia vendevano … ehi, la mia!
agguanto il gobbo per la barba, il nano
m’azzanna un gluteo, me ne disfo a calci,

sgambetto uno dei due in cappuccio, all’altro
mollo un cazzotto da Dies Irae, e il cieco
strilla da eunuco perché la sua ciotola
rotola in tintinnii per i rigagnoli,
e spaventa un cavallo, che rovescia
un carro, che dagli otri spande un grasso
che allaga, e allora è bravo chi non scivola,
ma pur malfermi continuammo a darcele.

Giunsero guardie, salvai l’ascia, in fuga
saltai una cinta, caddi in un giardino,
che silenzio, pareva un altro mondo,
deserti i viali e limpide le vasche,
quieti i cipressi, appena mossi i pioppi,
nuvole in fiore gli alberi da frutto …
ma quando scorsi un olmo uguale a quello,
maledetto, colpevole di tutto,

m’infuriai tanto che, senza riflettere,
anche a questo sferrai un gran colpo d’ascia,
e l’ascia ancora entrò nel tronco intera
ed io con lei – fra acrobati, e callisti!
e interpreti dei sogni! e incantatori
di serpenti!
finché, dietro un barbiere
e un arrotino sorridenti, e identici,

sul muro giallo si erse in rosso il moro.

foto_gianni iasimone_by mattia morri

Gianni Iasimone

-40 Mazzamauriegli di Pietra

Il mio paese sta appollaiato
come una giubba di contadino sgualcita
tra monti che si tengono per mano.
Uno pare un elefante punico pietrificato
inginocchiato davanti al sole che cala sul mare,
l’altro un cavallo sannita tra le nuvole
che ha appena disarcionato il suo cavaliere.
Tra immemori pastori, poi fini coltivatori,
falsi guerrieri in prestito dai popoli loci
nella battaglia che perdura dai tempi
di Annibale condottiero e viaggiatore
ai finti Sandokan veri pirati svenditori
della loro terra di fatica, di lavoro.

E le case di bianco lacerato finimento
si levano sull’ombra delle muffite caverne,
occhi strappati verso la luce
delle fumose taverne in pianura
che ai loro piedi di pietra si spande.
Mietuta distesa di lenzuola
– tra eroiche bufale e pecore sole –
abbandonate al chiassoso vento,
ristrette nell’impietosa calura
sopra romane particelle di grano
e fossi marci di sgomento e fregatura.

Ma se dentro fai un po’ di silenzio
non di rado con rinnovato stupore
vedrai far capolino fra le amare zolle
– con le sembianze di fittili frammenti
più che di spiritelli protettori –
ancora i fremiti della fame,
le orme della speranza,
le anime di servi miscredenti,
voci senza suono di ineffabili stenti.

E le radici dei sogni
che ci precedono
come da sempre il verso
dove gira il mondo.

Ambra SimeoneAmbra Simeone

made in Italy [for sale]

volevo sottolineare che questo titolo è in inglese per un motivo molto serio,
un po’ perché abbiamo appurato che l’italiano è in crisi da tempo,
diciamo dagli anni novanta, forse un po’ prima o forse anche un po’ dopo,
e non si capisce tanto il perché, visto che abbiamo abbastanza parole da poter usare,
per ogni situazione, potremo anche fare uno sforzo, e invece, lo sforzo si fa per dirla in inglese,
e a me sembra proprio uno spreco di energie, imparare parole che non sono della tua lingua,
per fare più scena, solo per dire, toh, ma guarda come sono bravo, parlo inglese,
come i personaggi di Camilleri che parlano siciliano, ma che poi non è un siciliano vero,
mica parlano davvero così, i siciliani, insomma a parte che ne avremo di parole da usare,
ma se poi le vendiamo o meglio le buttiamo per sostituirle con altre,
e quindi, a dirla tutta, neppure ci guadagniamo niente che tanto le sostituiamo,
perché dovremmo venderci anche le cose? e lì, sulle parole, non ce ne frega niente,
ma vendere quello che ti mangi, quello che ti vesti, quello che respiri, quello che fa Italia,
tipo i monumenti, le piazze, le opere d’arte, i paesaggi, le strade, le isole,
a me sembra un po’ esagerato, perché poi non so che ci mangiamo, che vestiamo,
che respiriamo, non so che dire agli amici che fa Italia, e che monumenti fargli vedere,
e che opere d’arte, che paesaggi, che strade e che piazze, quali isole fargli visitare,
questo mi chiedo, e non mi sembra difficile rispondere, se uno ci pensa un po’ su,
che così subito so cosa fare, e cioè di cancellare la frase made in Italy,
e non solo perché non ha più senso se la dico, ma anche perché, almeno per una volta,
ci sono riuscita e ho buttato via qualcosa di inglese, in cambio di un po’ di soddisfazione.

zr.mosi

Roberto Mosi

Aeroporti – Nonluoghi

Intorno alla rotonda
fiumi d’auto
tagliano la strada
facce di pietra, clacson,
al centro macchie d’erba,
d’olio, vernice spray
sulle zampe dei viadotti.

Intorno alla rotonda
fantasmi di cemento,
case d’altri tempi,
il rombo d’aerei
in fase di decollo.

Lontane le vie d’uscita,
la casa di una volta
la pace del cimitero
il chiostro della chiesa
l’argine del fiume culla
d’erba d’antichi amori.

Pensieri in fase di decollo.

Fra le sponde disseccate
del fiume il flusso
degli aerei in arrivo sfiora
i giganti di Calatrava,
getta ombre sopra i cristalli
della foresta d’acciaio e cemento,
sopra gli specchi d’acqua.

Volano a Valencia i turisti
alla ricerca del bello.

Dormo nella notte
di Linate, sala partenze.
Chiuse le porte,
i motori hanno ingoiato
ogni rumore. Mi abbraccia
la panca, lo zaino ai piedi.
La macchina lava
il linoleum, sfiora
banconi deserti.

Balugina uno schermo al plasma.
Sull’orario le partenze del mattino.

In testa la striscia dei sogni.

Oblò rari di stelle
sopra il mare di pece.
Si vola a basso costo,
i sedili affollati
inzuppati di giallo,
alle pareti le città
www da prenotare.
Silenzio al decollo,
mormorio poi di risa,
coppie giovani,
i cuccioli nei nidi,
fioriscono occhi,
teneri sorrisi.

Infinito il tempo per l’imbarco
la rete dei voli impazzita.

Sui cristalli della sala d’attesa
scopro la poesia di Yeats,
i versi d’amore di Heaney.

Parlano ai passeggeri
i poeti d’Irlanda.

Stazioni

Sorta dall’orlo delle colline
al di là dei binari,
la luna versa
una luce bianca di latte.

Il treno
taglia la notte.

Nella notte i treni vagano
su tracce parallele
aperte da fari di luce.
Veloci sfiorano la casa.
Il rumore si annuncia,
esplode nel buio della stanza,
avvolge il letto.

Ora tutto è lontano,
un punto di luce
alla ricerca dell’alba.
Rimango immobile,
in attesa
pronto a salutare la voce
di un nuovo amico notturno.

Sull’onda della folla
scivola la figura bionda,
ascolta l’iPod.

Nel treno al mattino
il bel profilo insegue immagini
sul display acceso,

seduta in sala d’attesa
parla, il Nokia all’orecchio
fra risa e sospiri.

Esterina i vent’anni ti minacciano

Il treno arriva veloce,
lo stridio dei freni
annuncia Firenze.
Dai finestrini scorre Rifredi,
il convoglio sfiora i pannelli
a fianco dei binari.
Frammenti di sole
seguono le figure
in volo del capovaccaio,
il rapace che segue
le greggi in lontani deserti

Al binario sedici
sulla panchina aspetto
il treno per Foligno,
la Val d’Orcia affiora
sul display acceso.

736_laparoladellocchio

Marco Furia

Insolito, onirico

Insolito, onirico
vago
riverbero acqueo
sereno
inquieto ricordo
barlume
disciolto acquerello
futuro
assiduo di nulla
pur gioco
dinamica stasi
assopita
e desta del tempo
che dice
l’enigma d’istanti
ritmati
frammenti dispersi
nell’eco
effimere impronte
di chiara
durevole insonnia
vocale
già fluida, latente
canzone
prosodica, tacita
rima
accento distinto
sonoro
ma zitto riflesso
pur muta
melodica lampada
lieve
silenzio d’un attimo
schivo.

Eugenio Lucrezieugenio lucrezi e paola nasti 13 nov 2011

Bambina folgorata, ante senza
lo spessore del legno, ante di luce
che trafigge e non supera gli ostacoli
che si frappongono tra te che sei piccina
e la statua statura, e non di marmo,
ma di carne finita, miserabile
e per ciò proprio cosa che fa piangere,
e tuttavia si apre ed è accogliente

acquarello Paola Nasti

acquarello Paola Nasti

non sapendo che no, che tu rifiuti,
che lei stessa non è che un gran rifiuto
flessuoso e malinconico.
Malinconia imponente che non passa,
splendore opaco di stelle mai formate,
mater, secuta es, te sequor, mater.

*

Dopo che sei cresciuta non si stacca

la presa, mano mano
l’anta socchiusa smagra, e disodora
il legno esposto al vaglio di intemperie
come fiumi di lacrime, rimedio
stretto tra braccia secche di crisalide.
Ora, ad altezza d’uomo, occhi di donna
senza trastullo d’onda e senza culla.
Non c’è tempo di dire, ed un sospiro
certifica l’evento d’esser nate
l’una di retro all’altra, e il carnevale,
duro, da inverno triste, per il non
aver giocato insieme per un pelo.

giorgina busca gerneti

Giorgina Busca Gernetti

Oltre le bianche nuvole

Da un sonno senza sogni mi ridesto.
Sono annebbiata nella mente, lenta
a comprendere dove
mi trovi, in qual mai luogo ignoto e strano
il sonno ingannatore,
abbandonato il corpo mio inerte,
l’essere mio ignaro abbia rapito.

Senza peso mi muovo in quella luce
fissa, di sfumature priva e d’ombre,
quasi una nebulosa senza limiti,
soffice e sfilacciata.

Il dubbio mi tormenta.

Son proprio io quell’essere impalpabile
che nell’aria volteggia
senza muovere gli arti, senza membra
da trascinare per le vie del mondo?

Son io senza il mio corpo
lasciato immobile come una veste
vuota, afflosciata, senza più colore.
Sciolte dai nodi le ritorte funi,
spezzate le catene della terra,
è lo spirito mio che vaga libero
oltre le bianche nuvole.

rienzi1

Alfredo Rienzi

Vincent B. sceglie una fotografia per il corredo funerario

È quella in cui sei tu nel campo di grano ancora verde
e il delirio di papaveri che canta il canto dell’indomabile Silfide
per tutte le creature visibili e invisibili nel cielo
che scende fino alle cime dei pioppi

lo so, l’immagine è venuta un po’ sfocata
e sovraesposta quanto basta a credere che sia d’un altro luogo
dove la terra e la materia poco a poco si diradano
e il fuoco può passare oltre la pelle senza bruciare e diventare sangue

tu sei di profilo e guardi in una direzione dove s’abbracciano
la vita e la resurrezione
e mostri il profilo e la sua bellezza di collina
e un’incisura che accenna ad un sorriso senza causa

riponila il giorno del passaggio vicino alla mia mano destra
che possa nei primi passi oltre il Confine mostrarla ai custodi del cammino
e chiedere di ritrovarti anche in quell’Oltre

Image

Lidia Are Caverni

da “Refoli di vento”
(gennaio-febbraio 2014)

Afferra se puoi il refolo di vento
che sul tetto si muove a tormentare
i gatti assetati d’amore voleranno
gli aquiloni là sulla laguna che guarda
Venezia ne approfitteranno i voli
alti di uccelli i cigni che placidi
planano non li degnano neppure
il cormorano che nell’acqua si tuffa
a catturare pesci o la garzetta quieta
solo gabbiani e la tua anima stanca.

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8 commenti

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8 risposte a “ANTOLOGIA V PER IL PARNASO. Antonio Sagredo, Umberto Simone, Gianni Iasimone, Ambra Simeone, Roberto Mosi, Marco Furia, Eugenio Lucrezi, Giorgina Busca Gernetti, Alfredo Rienzi, Lidia Are Caverni

  1. Gentilissimo Giorgio Linguaglossa,
    ti sono molto grata per questa mia pubblicazione che mi onora in sé e per l “compagni di viaggio”, tra i quali l’amico Roberto Mosi.
    Giorgina BG.

  2. Stelvio Di Spigno

    Un augurio per gli amici Eugenio Lucrezi e Ambra Simeone, bellissime le loro poesie, insieme a quelle di tutti gli altri… Saluti, Stelvio Di Spigno

  3. sandra evangelisti

    L’ha ribloggato su La distensione del verso.

  4. bellissime le poesie di Sagredo, Simeone, B. Gernetti ma più in generale una scelta che condivido visto lo spessore degli autori che propone e la loro brillante diversità

  5. antonio sagredo

    quando sarò publicato cercate di esserci tutti alla presentazione del libro:
    è la prima volta! e non sarà l’ultima! temo che latri poeti già m’attaccano: difendetemi!

    a. s.

  6. Giuseppina Di Leo

    Antonio, ne sono felice! Mi piacerebbe esserci quando lo presenterai.

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