Raffaello Utzeri. Otto Poesie Inedite

OLYMPUS DIGITAL CAMERARaffaello Utzeri è nato nel 1943 in Sardegna, vive a Roma. Ha diretto a Cagliari la compagnia teatrale “Arte Laterale”. È autore di testi teatrali, prose e composizioni metroritmiche. Tra le sue pubblicazioni, il dramma storico Ellori! Ellori! (Roma, 2004), la silloge poetica Orme Forme (Roma, 2005) e, a quattro mani con Marco Onofrio, i poemetti de La presenza di Giano (Roma, 2010). Nel 2009 ha pubblicato la traduzione, con testo inglese a fronte, di Tutti i Sonetti di W. Shakespeare. Svolge attività di consulente editoriale per la casa editrice Edilazio, presso cui dirige la collana di teatro e poesia di ricerca “Elsinore”.

DISATTENZIONE

Uomini e donne della fine
del secondo millennio
fatti e cresciuti da calori
solari di termosifone,
alimentati
da composti d’azoto
condizionando nei polmoni
pulviscoli di monocamera:
figli del secolo
con i passi malfermi,
figlie del secolo dell’ombra
con ginocchia nervose
piene di fughe:
fra loro e te, fra gli altri e loro,
peccati di disattenzione
nelle tempie nei polsi
dibattono di solitudine.

INCANDESCENZA

In città fra le luci
di lampade ad incandescenza
l’imbroglio dei colori
ferisce agli occhi la coscienza:
qui camminiamo e c’incontriamo
ci stringiamo la mano
in una prova di violenza.
La notte, quando ci scaviamo
un ricovero afoso
tra il materasso e la coperta,
dà prova incerta
della nostra pazienza
il nostro viso
finché lo maschera il riposo.
Tardi, ci alziamo. Strofiniamo
l’asciugamano con violenza
sulle palpebre piene
di sogni non interpretabili
se non come bisogni
nostri di cibo e intelligenza.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAVIOLENZA SOTTOLIO

Dentro una scatola di tonno
c’è violenza sott’olio,
nel pane c’è farina morta,
l’acqua che bevi e cloro e fluoro,
doppio sapore di violenza.

La violenza rimbomba
nel traffico di utilitarie,
si comprime ansimante
dentro motori e cuori a scoppio,
suona le trombe
di tante ansie proletarie
surriscaldate per esplodere
nell’area delle grandi fabbriche.

Viene voglia di piangere
ma non sai se gridare,
viene voglia di uccidere
non sai più se sperare:
la violenza si agita
nel latte che un neonato beve
dall’astuccio di gomma
che finge il petto di sua madre.

SEME

Al tuo neonata di tre giorni
lascia la libertà di piangere,
per ogni sua contestazione
censure ancora non ne ha:
se pure poi ti morde al seno,
bagna il cuscino e sporca il letto,
sai che non ci somiglia ancora,
noi non gli somigliamo più.

Se ancora avessimo il coraggio
del neonato che piange,
noi saremmo i padroni
di noi stessi, gli uguali:
non andremmo a dormire
col pensiero alla sveglia
e il nostro letto non sarebbe
questo banco di nebbia.

Il neonato protesta,
rifiuta sempre ogni calvario,
perché il neonato in ogni tempo
è seme rivoluzionario,
sotto la repressione muore
come un ribelle.

CIVILE ABITAZIONE

Sul pavimento
di trentanove metri quadri
ma diviso in tre vani
perché si paghi in più di affitto
c’è un armadio, un cassone
quattro scaffali e venti libri
due materassi e tre coperte
sopra otto tavole di legno,
cento pezzi di carta
pochi disegni
zero progetti
sparsi su un tavolo di ferro.

Questa sarà la nostra casa?

Che importa, quando fuori come
qui dentro tutto è provvisorio:
queste crepe dei muri
quelle fessure del soffitto
sono rughe di un mondo
che crolla; prima di morire
ci fa cadere sulla testa
i calcinacci e gocce d’umido.

NINNANANNA C.N.N.

Riposa, bimba; bimbo, riposa:
da raccontarvi oggi ho qualcosa;
bimbi, dormite, state tranquilli,
qua intorno ancora cantano i grilli,
qua intorno ancora sorge la luna
a illuminare una laguna
dove la sera, con gli anatroccoli,
dormono i figli dei fenicotteri.
Però, in un’altra parte del mondo,
che non fa parte del girotondo
tra i cereali e le patate,
c’era una volta il Tigri e l’Eufrate.
Erano i fiumi della creazione:
l’arte, la scienza, la religione,
nate tra dighe, laghi e pantani,
tra coccodrilli ed esseri umani.
Ninive un tempo la capitale,
oggi Bagdad, che tra il bene e il male
diedero ascolto sotto la clamide
a Zarathustra e Semiramide.
Poi, da dieci anni, a Saddam Hussein:
quel malfattore prese il Barein,
o, forse sbaglio, prese il Kuwait,
ma non importa, non si sa mai.
Quello che importa è stato ieri:
gli americani, bianchi con neri,
con carri armati, navi, aeroplani,
gli hanno gridato: alza le mani!
Trentaduemila erano donne,
non più dipinte come madonne,
non più vestite da suffragette:
tute mimetiche con mitragliette.
Hanno gridato: Saddam bandito!
Non gli hanno rotto nemmeno un dito,
ma scaricato bombe a milioni
sopra la terra di Babilonia.
Acque del Tigri e dell’Eufrate,
ora irrigate tra le patate
tanti cadaveri di contadini
e undicimila sono bambini.
Bimbi, dormite però davvero,
se no io chiamo, non l’uomo nero,
bimbi dormite sopra il divano
se no io chiamo … l’americano.
Ma no, bambini, era uno scherzo,
però dormite, fate uno sforzo;
e non svegliatemi con un sobbalzo
ché io, domani, presto mi alzo.

TRAPIANTO

Basterebbe soltanto
un trapianto di cuore
se un cuore o qualche cuore nuovo
potessi averlo in collezione
tenerlo in vista insieme a tanti
cuori di tutti gli animali
vederli palpitare in fila
dal vetro della cardioteca:
e per viaggiare
mettersi un cuore di cicogna,
per lavorare
uno di mulo, di zebù;
per tornarsene a casa
un gran cuore di cane,
poi solamente per l’amore
far trapiantare quello d’uomo.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in poesia italiana contemporanea

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...