Tomaso Kemeny Poesie inedite

Tomaso Kemeny Tomaso Kemeny (Budapest, 1938), professore ordinario di letteratura inglese all’Università di Pavia, ha pubblicato numerosi libri di poesia tra cui Il libro dell’angelo (Guanda,1991), La Transilvania liberata(Effigie, 2005) e Poemetto gastronomico e altri nutrimenti (Jaca Book, 2012). Traduttore di Byron, Jozsef Attila e Ch.Marlowe, ha ideato numerose “azioni poetiche” e ha scritto il testo drammatico La conquista della scena e del mondo (1996). Con il filosofo Fulvio Papi ha pubblicato un libro di poetica Dialogo sulla poesia (Ibis,1996) e ha scritto un romanzo Don Giovanni innamorato (ES,1993). E’ uno dei fondatori del movimento internazionale mitomodernista e della Casa della Poesia di Milano. Come anglista ha pubblicato libri,saggi e articoli sull’opera di Coleridge, Shelley, Carroll, Dylan Thomas, Pound e James Joyce.

I sogni dei morti

I sogni dei morti
ad Auschwitz-Birkenau
Buchenwald e Treblinka
sono bianchi come il latte
che scorre dal grembo
della Terra Promessa
e una lacrima di miele
non basta per sfumare
il capolinea dei lavori forzati
per milioni di corpi
resi alla cenere e alla calce viva;
e non basta suonare
le campane di bronzo
di contrizione e di pentimento;
né basta scalare le nuvole
delle buone intenzioni
per riscattare le anime
di ebrei, omosessuali,
di combattenti “politicamente scorretti”
calpestati dall’acciaio degli stivali.

E’ giunto forse il giorno
di svecchiare le vene corrotte del mondo
con la fratellanza vera, alfine?
E’ forse giunto il tempo
promesso a Dachau
da un giovane allievo rabbino
all’altezza dei sogni bianchi
dei morti di Auschwitz-Birkenau
Buchewald e Treblinka,
sogni bianchi come solo il latte
che scorrerà alfine
nella Terra a tutti promessa
da un giovane allievo rabbino
a Dachau?

rene_magritte-les_deux_mysteres1966-1300px[1]Il fluttuare delle cose

Ogni volta che dal fondo della solitudine
mi acconsento di fantasticare
io corvi fanno i loro nidi di memorie
su ruderi fluorescenti

Oltre i detriti rocciosi ragazze
sbarrano gli occhi
dimenticando di sbattere le palpebre
appena tatuate

Un marciapiede a perdita d’occhio s’innesta
in un vecchio film
dove leoni cerchiati di insetti iridescenti
vomitano fiamme

Ogni volta che dal fondo della solitudine
mi acconsento di fantasticare
in musiche mai udite
le parole dissolvono
il fluttuare delle cose

Oltre le rughe dell’insonnia

Nella cornice del bosco boccheggiano
gli spiriti stonatamente
e il poeta rimpiange la grande
ala di fuoco della scrittura
che incenerì il suo segreto

Ma il ritmo

Vegliardi ridotti a stracci sfilano a raffiche
preceduti da suonatori di tamburi, flauti e da mazzieri
agitando rami d’olivo e in cadenza gridando
“La forza epica, un tempo in forma di sonata (oh, Schubert)
oggi suscita l’affermazione di una tragica allegria
autodistruttiva…”

E la Morte incalza, burrascosa ostetrica
suscitando terrore e paralisi persino in Kleine Rose
(nella rosina globulare) semiscoperta nel fulgore del meriggio
dalla sabbia che vessa il cielo (oltre la clessidra)
cielo che senza sole arde sul mare immoto e sulla spiaggia
i gabbiani assopiti paiono fiori bianchi
macchiati di sangue

L’autentico demone furibondo

Sonora metamorfosi della mia persona
in una partitura inseparabile dall’idea di bellezza

Misteriosa forza forse ctonia e sinfonia
per la costruzione di un mondo

Soffio vitale dell’universo per flauti
e oboe, dialogo con strumenti a corde

Ed ecco l’autentico demone furibondo
a orientarmi eroico in un turbinio di scintille

Flusso di cosmica energia che scorre
in una rete di vasi, ma orde
di mostri che non hanno seme invadono
la scena con musiche canagliesche

Dal fango pur striato di neve
istrioni pagliacci clown emergono
con sussulti effimeri per mancanza
di una forma. Sonora, rosa mia,
salvami dal flaccido sbavare, nella veggenza

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