Che posto ha il «Bello» nell’impero del «male»? (nel pensiero di Giacomo Leopardi) di Giorgio Linguaglossa

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Leggiamo la conclusione del Cantico del gallo silvestre di Giacomo Leopardi:
«Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro meravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà neppure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi».

La frase chiave di Leopardi sulla «natura» è questa: «perpetuo circuito di produzione e distruzione». Sembra una frase di Albert Caraco. Nessuna illusione sulla bontà della «natura» nel pensiero di Leopardi della maturità ma uno sguardo oggettivo che osserva le cose nella loro aseità. La «natura» non mira alla felicità o all’infelicità degli uomini. L’uomo non è il suo fine, la «natura» non si accorge dell’uomo, va, segue le sue leggi e non si accorgerebbe nemmeno se in un colpo solo uccidesse ed estinguesse la razza umana. La «natura» è indifferente e cieca, non sa quello che fa, è innocente. Se ancora nel 1821 Leopardi accettava le leggi della natura in quanto «benignissima», nelle Operette morali la legge di «natura» è «spaventevole».

Nel “Dialogo della Natura e di un islandese” Leopardi afferma che l’ordine dell’universo è cattivo, forse per qualche creatura l’ordine può sembrare «perfettamente buono», ma è un inganno. Così commenta il filosofo e poeta recanatese: «Ammiriamo questo ordine, questo universo: io lo ammiro più degli altri lo ammiro per la sua pravità e deformità, che a me paiono estreme». Il «male» nel mondo non è accidentale, non è un disordine straordinario, no, «il male è nell’ordine, e «esso ordine non potrebbe star senza il male». L’ordine dunque è fondato sul «male», il «male» è ordinario, il «male» è essenziale. Non c’è altro che «male».
Leopardi scrive queste parole sul «male» il 17 maggio 1829 a Recanati, due anni prima aveva composto il Dialogo di Plotino e di Porfirio nel quale c’è ancora una illusione sulla bontà primitiva della «natura».

Il 22 aprile 1826 scrive: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male e ordinata dal male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male». Leopardi è un materialista che odia la materia, in essa vede annidarsi il «male», il «male» è il «tutto». Per Leopardi il «tutto» non è il «tutto», che c’è qualcosa oltre di esso: «Non v’è altro bene che il non essere… Non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose». E Dio? «L’infinita possibilità è l’unica cosa assoluta», risponde Leopardi. Derubricando a mera «possibilità» l’esistenza di un dio.
leopardifoto Commenta Pietro Citati nel suo monumentale lavoro sul recanatese: «Leopardi non conosceva i tempi e i luoghi moderni. Aveva vissuto in un grosso paese come Recanati: aveva abitato per qualche mese a Roma e per quasi due anni a Bologna, città avvolte dal tedio pontificio: Non leggeva i giornali e i romanzi francesi, che rivelavano la straripante, quasi mostruosa, vitalità di Parigi: non avrebbe dunque dovuto comprendere il moderno: le sue idee, le sue tendenze, le sue passioni, la sua forza metamorfica. Ma, come dicono Timandro ed Eleandro, il suo cervello era «fuori moda». Questa era una delle sue più grandi facoltà: non appartenere a nessuna epoca, né a quella presente né a quella passata; non viveva nel quarto secolo prima di Cristo né nel 1750 o nel 1826. Era a casa dappertutto e da nessuna parte. La sua radicale estraneità al tempo gli permise di comprendere il diciannovesimo secolo, la società borghese e quella di massa. Se leggiamo lo Zibaldone, lampi ci richiamano di continuo alla memoria Nietzsche e Spengler, Adorno e David Riesman. Così Leopardi, il non moderno, ci sembra straordinariamente moderno, come se abitasse e guardasse e studiasse cosa avviene oggi». (p. 298 “Leopardi” Mondadori, 2010)

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Resta una singolare interrogazione: perché mai Leopardi non ha mai pensato sul concetto di «Bello» nell’arte? Come mai questa lacuna? Ma è una vera lacuna del suo pensiero?, o, nel quadro del suo pensiero il «Bello» afferirebbe a quella «seconda natura» che per il recanatese costituisce la società degli uomini?, e quindi non altro sarebbe che un modus, una secondarietà della categoria centrale della «natura» intorno alla quale il suo pensiero ha incessantemente tentato una ricognizione la più esaustiva possibile in quella monumentale indagine che è lo Zibaldone.
Leopardi non si è mai posto la domanda fondamentale che per noi  che veniamo Dopo il Moderno invece è essenziale: Che posto ha il «Bello» nell’impero del «male»? Che posto ha il «Bello» nel mondo dominato dalla Tecnica? Che posto ha il «Bello» nel mondo delle sorti progressive? Forse perché Leopardi già intuisce, come nessun altro intellettuale del suo tempo e di quello seguente, ciò che accadrà nella futura società dell’organizzazione amministrativa degli stati moderni, nella società della mercificazione e del mercato.

Leopardi con straordinario acume non ha mai considerato la problematica del «Bello» degna della sua attenzione. Non la considera affatto una problematica, la considera una categoria sussidiaria e secondaria, affetta, cioè, da secondarietà, e quindi epifenomenica.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.

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15 commenti

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15 risposte a “Che posto ha il «Bello» nell’impero del «male»? (nel pensiero di Giacomo Leopardi) di Giorgio Linguaglossa

  1. Flavio Almerighi

    la natura non è buona, la natura sopravvive e manda avanti chi s’adatta meglio; Leopardi ha scritto perché non poteva fare altro e l’ha fatto da grandissimo, le sue carte erano “sudate” (non belle) per sua stessa ammissione, il bello nella sua vita era Silvia, era il cielo, era il colle oltre la siepe: bellezze da cui era separato ineluttabilmente. Il bello era fuori di lui per sua stessa ammissione.

  2. Questo post mi suscita un dubbio: una sorta di “bello” (ma molto relativo) in Leopardi non potrebbe essere intravisto nella funzione consolatoria del canto come momento in cui render più lieto tutto quel male? Oppure, durante la fase napoletana, nell’ipotesi della solidarietà tra gli uomini?

  3. Molto interessante questo intervento Giorgio.
    Io penso che l’idea del Bello, quello che Leopardi chiama anche “Vago”, torni spesso nei suoi pensieri. Leopardi è stato il primo a ridare a Epicuro, dopo molti secoli, la dignità di grande filosofo e lo ha fatto perché lui stesso era “epicureo”. Al centro della filosofia di Epicuro è la teoria del piacere, che potremmo interpretare come “bello” e che anche Leopardi riprende.
    Anzi, in una nota dello Zibaldone, del 20 settembre 1821, scrive:
    “Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come degli oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti ec. ci destino idee indefinite, si spiega perché piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi …….; la detta luce veduta in luogo oggetto ……. dov’ella non entri e non percota dirittamente, ma vi sia ribattuta e diffusa da qualche altro luogo od oggetto dov’ella venga a battere; in un andito veduto al di dentro o al di fuori, e in una loggia parimente ……. quei luoghi dove la luce si confonde …. colle ombre, come sotto un portico, in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell’ombra, in modo che ne sieno indorate le cime; il riflesso che produce per esempio un vetro colorato su quegli oggetti su cui si riflettono i raggi che passano per detto vetro; tutti quegli oggetti in somma che per diverse |materiali e menome circostanze giungono alla nostra vista, udito …. in modo incerto, mal distinto, imperfetto, incompleto, o fuor dell’ordinario..”

    E ancora:
    “Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli, perché destano idee vaste e indefinite e non determinabili e confuse.” Così come altrove dice che la parola più poetica è “forse”.
    E’ il concetto di vago, indefinito, infinito, che tanto posto ha nel suo pensiero. Una teoria estetica dell’indefinito. E vago, oltre che indefinito, è anche bello. “Vaghe stelle dell’Orsa…” Insomma, quel Bello poetico che ha ne “L’Infinito” il perno attorno a cui la sua visione ruota.

    Dunque è vero che non necessariamente “bello” e “piacere” sono sinonimi, però lo sono – almeno nella visione greca – “bene” e “bello”. Ciò che dà piacere, per Epicuro, è il bene, ciò che si conviene al saggio. In Leopardi, che spesso parla di “piacevole”, oltre che di bello, la teoria del piacere è al centro del suo pensiero filosofico, ma tendendo l’uomo a un piacere infinito, che mai potrà raggiungere, ne risulta universale infelicità, che è la condizione umana.
    Il sommo piacere allora, il Vero Bello, è tutto negli ultimi tre versi de L’Infinito
    “Così tra questa
    immensità s’annega il pensier mio
    e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

    E’ il compiersi del cupio dissolvi, il totale dissolvimento dell’individualità che è propria del buddhismo.

  4. «Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro meravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà neppure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi».
    Giacomo Leopardi, “Cantico del gallo silvestre” in “Operette Morali”,1834
    .
    Sia lode al grande Giacomo Leopardi
    .
    Giorgina Busca Gernetti

  5. cara Francesca,

    dici bene, infatti in Leopardi è presente una «teoria del piacere», appunto perché il recanatese pensa in modo greco grazie ai suoi monumentali studi della filosofia antica, parte appunto dalla filosofia di Epicuro. Al centro degli interessi speculativi di Leopardi ci sta il problema della «natura» che, tradotto in termini filosofici moderni si può chiamare «essere». Il recanatese non affronterà mai una «teoria del bello», ma non perché sia un incapace a pensare filosoficamente le questioni estetiche, quanto perché il «Bello» non è ancora un concetto problematico, non ha fatto ancora la sua comparsa nell’orizzonte dello Spirito, infatti, dagli appunti di Leopardi che tu riporti fedelmente risulta chiaro che Leopardi si occupa dei concetti di «piacevole», di «indefinito» e di «infinito», dei concetti di «vago» di chiaro-scuro, etc; voglio dire che Leopardi si ferma, diremmo oggi, ad una fenomenologia precedente lo stadio del «Bello» in quanto dà il «Bello» come concetto ancora non problematico e non problematizzato. Le contraddizioni e le antinomie del concetto di «Bello» non fanno parte del demanio del pensiero leopardiano. In questo indirizzo del pensiero europeo Leopardi non fa altro che continuare il pensiero estetico della “Critica del gusto” di Kant il quale incentra la propria analisi sul concetto centrale di «gusto» (con tutti gli elementi retrivi propri della concezione kantiana del «gusto»). Leopardi però ha il grande merito di saltare la questione del «gusto» in quanto non significativo e non determinante per le sue investigazioni estetiche e filosofiche e va direttamente dentro il concetto cardine di «natura», forse proprio grazie alla arretratezza delle condizioni economiche dello stato pontificio e alla mancanza di una borghesia laica nello stato pontificio e nell’Italia di allora in generale, con l’eccezione di Milano e della Lombardia. Ma è proprio grazie a questa arretratezza dello sviluppo borghese che Leopardi può dispiegare liberamente la sua investigazione filosofica, perché non ha un referente di classe cui rapportarsi e rapportare la propria filosofia. Lo sviluppo industriale è di la da venire e le magnifiche sorti e progressive anche. Leopardi indaga, studia e annota con grande oggettività la categoria centrale, la «natura», in ciò andando, paradossalmente, molto in avanti rispetto alla speculazione del suo tempo in Europa.
    Insomma, in Leopardi non troverai mai una considerazione ingenua come questa di Schiller sul «gusto»: «Il gusto conferisce all’animo una disposizione opportuna alla virtù, in quanto allontana le inclinazioni che la ostacolano, e suscita quelle che le sono favorevoli» [Sull’utilità morale degli scritti estetici]..
    La teoria della conoscenza di Leopardi non è fondata sul «gusto» ma sulla investigazione della «natura». E in questa ricerca va fino in fondo senza lasciarsi spaventare dalle conseguenze cui giunge il suo pensiero: Il nichilismo. Leopardi diventa così il primo e più radicale pensatore nichilista del pensiero europeo.

    • Caro Giorgio, io non sarei così categorica nel definire Leopardi un nichilista. Certo, la visione amara di un mondo finalmente deserto di esseri viventi, l’immagine di una Natura ostile, crudele e indifferente, non suggeriscono l’idea di una religiosità convinta o anche solo velata. Però penso all’immensa compassione (proprio in senso etimologico) per le sofferenze dell’umanità, ma anche del singolo, questa capacità eroica di lottare contro un dolore onnipervadente. Una sensazione di trascendenza che pervade ogni parola. Non lo vedo isolato, estraneo ad ogni tempo, ma un epicureo piombato per un bizzarro destino direttamente dalla Grecia in un paesino sperduto in un’epoca che nulla ha a che spartire con lui.
      Ma poi c’è questo senso incredibile dell’ironia, un caso quasi unico nella nostra letteratura, seppure quell’ “ironia distruttiva” di Novalis, che così tanto ha in comune con Leopardi, in quella sua impresa disperata, poi interrotta dalla morte, di rappresentare l’evanescente infinità dell’esistente, che è lo Heinrich von Ofterdingen. Non so, ci sono così tanti spunti, punti irrisolti, aspetti ancora insondati in Leopardi.
      Ti suggerisco un esperimento; prova a leggere L’Infinito dimenticando del tutto chi sia l’autore, dove e quando è vissuto, facendo conto che sia un sutra buddhista. E’ incredibile come tutto appare diverso, coerente e sotto una luce nuova, dalla prima parola all’ultima. E la struttura a a blocchi contrapposti e scarti guizzanti spazio-temporali. Soprattutto il Sutra del Cuore della tradizione Mahāyāna

  6. Cara Francesca,
    nel definire Leopardi «nichilista» non intendevo certo sminuirne l’importanza e la statura, anzi, al contrario, volevo mettere in evidenza che il recanatese è il primo pensatore europeo, in pieno romanticismo e in pieno svolgimento delle ideologie nazionaliste in Europa, che pensa in modo “anacronistico”, con categorie “anacronistiche” e che pensa in modo radicale, per “invarianti” una critica all’Occidente italiano ed europeo. Non è un caso che egli sia anche un grande poeta, non poteva essere diversamente, un poeta deve essere anche un grande pensatore, deve avere un grande orizzonte, un grande campo visivo (ma io parlo qui dei grandissimi ovviamente, non dei letterati che scrivono poesie). Oggi in europa si fanno opere (film, commedie, romanzi, poesie pittura) buoniste ed educate, si cerca di essere minimalisti e igienici, non bisogna mettere in difficoltà il lettore, lo spettatore, l’utente perché è lui che compra al mercato la merce, e quindi è lui l’arbitro del mercato. Oggi in Europa c’è un pubblico massmediatizzato, il gusto si è mass-mediatizzato e di conseguenza le opere prodotte si situano al livello del pubblico. Il declino dell’Occidente e dell’Europa è qui. E Leopardi aveva previsto tutto ciò, non aveva nessuna fiducia nelle sorti progressive… e poi la sua poesia così anacronistica che ancora oggi viene dimidiata e miscompresa come poesia degli idilli e pessimistica…

    • Caro Giorgio, allora in questo senso sono totalmente d’accordo con te. Sì, persino il nichilismo di Leopardi è diverso da quello di tutti gli altri e unico. Devo riprendere in mano la tesi di laurea di mio padre, che fu su Leopardi e che, anche se scritta da un ventenne, contiene già tanti spunti nuovi. Era il poeta che amava di più, (e subito dopo Baudelaire e Hölderlin) tanto che negli ultimi giorni della sua vita parlava di Leopardi.
      Mi viene in mente una battuta che perfettamente si attaglia a Leopardi, non ricordo a proposito di chi, che diceva: non è un pessimista, ma un ottimista bene informato!
      Questa tua ottima analisi:
      <>
      mi fa venire in mente un’analoga constatazione che avevo fatto in altro ambito, a proposito della raccolta di fiabe dei Grimm. Come saprai, il loro lodevolissimo lavoro, in linea con la ricerca romantica del Folkgeist, ma antesignano per molti versi, dato che restituisce valore alla tradizione orale, ha però una grande pecca. Quando iniziarono a riunire il materiale per la raccolta, non andarono in giro per le campagne ad ascoltare dalla viva voce dei contadini o del popolo i racconti, ma per lo più si affidarono ai racconti di una fantastica donna, Dorothea Viehmann e di giovani signorine della buona società. I testi però erano molto crudi e spesso diretti. Raramente la fine era positiva, le storie crudeli. Così i Grimm “ripulirono” i racconti e li resero più adatti a un progetto pedagogico che fosse in linea con la nuova società borghese dell’era industriale e della società capitalista che stava avanzando. Fiabe adatte ai bambini di una buona nuova borghesia, che educassero ai valori necessari. Anche se poi un’eco di fondo di quel rombo soffocato resta comunque.
      Ma non era quello il ruolo delle fiabe.
      Ecco, Leopardi ci parla invece di quel “cuore di tenebra” che Conrad poi narrerà nei suoi romanzi, su altri lidi e in altri mari. Ma sempre quella tenebra che, tanto più cerchiamo di esorcizzare e di relegare nel fondo della nostra anima e della nostra società, tanto più violenta poi esploderà. Come oggi stiamo infatti vedendo.

  7. PS Dopo le parole: “questa tua ottima analisi”, fra le virgolette riportavo queste tue frasi, che non so perché sono sparite! Ecco la citazione dalla tua risposta:
    “Oggi in europa si fanno opere (film, commedie, romanzi, poesie pittura) buoniste ed educate, si cerca di essere minimalisti e igienici, non bisogna mettere in difficoltà il lettore, lo spettatore, l’utente perché è lui che compra al mercato la merce, e quindi è lui l’arbitro del mercato. Oggi in Europa c’è un pubblico massmediatizzato, il gusto si è mass-mediatizzato e di conseguenza le opere prodotte si situano al livello del pubblico. Il declino dell’Occidente e dell’Europa è qui. E Leopardi aveva previsto tutto ciò, non aveva nessuna fiducia nelle sorti progressive… “

  8. C’è una mancanza oggi in Italia, si sente in giro una gravissima lacuna, che non c’è oggi in Italia (e da tanto tempo ormai!) un poeta, un intellettuale di riferimento per la poesia, voglio dire una personalità poetica da tutti riconosciuta e rispettata investita di autorità e di autorevolezza, e che possa e sia in grado di dirimere le questioni con acume e sensibilità, ci sono invece in giro dei professorini pariolini o universitari che fanno poesia beneducata e diligente (e anche ben scritta!, almeno secondo un gusto medio) dicendo che sono diventati poeti perché hanno letto ottomila libri.

    • Giorgio, se ci fosse pensi che lo pubblicherebbero o gli darebbero voce? Lo sai che da noi i grilli parlanti – la voce della coscienza – sono sinonimo di seccatori e li si spiaccica al muro con un mazzuolo.

  9. Salve =)
    Leggendo lo Zibaldone, ho trovato alcuni pensieri dell’autore che mi farebbe piacere riportare, sperando che siano attinenti alla questione proposta. Un passo del pensiero 693 sull’uso della lingua letteraria in Italia negli scrittori del Trecento: “io lodo quelli che colle debite restrizioni e condizioni fanno degli scrittori del Trecento i modelli o il fondamento e la sorgente della buona lingua italiana di tutti i secoli. Quest’autorità l’hanno avuta tutti i padri di tutte le buone e belle lingue (come della latina ec.): e l’hanno avuta non già per capriccio o pregiudicata opinione de’ successori, ma per forza della natura che operava in quei padri effettivamente, e perché la natura è la massima fonte del bello […] Omero come ingegno sovrano ch’egli era, studiava la natura e gli uomini e il bello per creare le regole che ancora non esistevano.” Questo è un pensiero risalente al 1821, in cui è ancora possibile associare alla vicinanza alla natura la possibilità di attingere al bello (o almeno così mi sembrerebbe di vedere nel pensiero, anche per il riferimento ad Omero e alla facilità con cui poteva accostarsi al mondo naturale). Ancora un altro pensiero del 1821, il 1252 1253, contenente altre riflessioni sulla poeticità della lingua che con la natura ha più legami: “Così i nostri mezzi filosofi italiani, sapendo bene che il volgo non può essere il legislatore della favella scritta, né la lingua volgare può mai bastare ai progressi dello spirito umano, né alla fissazione, determinazione, distruzione, e trasmissione delle cognizioni; perciò pretendono che qualunque lingua scritta, e qualunque stile debba appartarsi affatto dal volgare, ed escludono affatto il volgare dallo scritto, non avendo bastante filosofia per distinguere il bello dal vero, e quindi la letteratura e la poesia dalle scienze; e vedere che prima fonte del bello è la natura, la quale a nessun altro genere di uomini parla sì vivamente, immediatamente e frequemtemente, e da nessuno è così bene, e felicemente, e così al vivo e propriamente espressa, come dal volgo.” dove sembra che la lingua viva e popolare sia più poetica e viva perché attinge alla fonte della natura, da cui Leopardi almeno a quell’altezza farebbe derivare il bello, al contario invece della lingua troppo tecnica della conversazione scientifica (forse il mondo moderno che si avvia all’industrializzazione di cui mi sembra ha parlato Giorgio) lontana dal bello, perché distante dalla natura e troppo artificiosa. Poi cito anche il pensiero 4258 di cui un passo è stato riportato anche nel post, sulla negatività dell’ordine esistente, datato 1827, dove però forse non per forza si dovrebbe vedere totale negatività, ma relatività del bene e di conseguenza del negativo: “Se noi non possiamo giudicare dei fini, nè aver dati sufficienti per conoscere se le cose dell’universo sien veramente buone o cattive, se quel che ci par bene sia bene, se quel che male sia male […] Astenghiamoci dunque dal giudicare, e diciamo che questo è uno universo, che questo è un ordine: ma se buono o cattivo non lo diciamo. Certo è che per noi, e relativamente a noi, nella più parte è cattivo […] Cattivo è ancora per tutte le altre creature, e generi e specie di creature, che noi conosciamo: perché tutte si distruggono scambievolmente, tutte periscono [e qua si avvertirebbe negatività totale] Se di questi mali particolari di tutti, nasca un bene universale, non si sa di chi […]; se vi sia qualche creatura, o ente, o specie di enti, a cui quest’ordine sia perfettamente buono; se esso sia buono assolutamente e per se; e che cosa sia e si trovi bontà assoluta e per se; queste sono cose che noi non sappiamo,. non possiamo sapere. […] Ammiriamo dunque quest’ordine, questo universo: io lo ammiro più degli altri: lo ammiro per la sua pravità e deformità, che a me paiono estreme [sembra che stia parlando di sè in quanto essere umano, ma con un’apertura per altre entità forse]. Ma per lodarlo, aspettiamo di sapere almeno, con certezza, che egli non sia il pessimo dei possibili – quel che ho detto di bontà e di cattività, dicasi eziando di bellezza e bruttezza di questo ordine ec.. A veder se sia più il bene o il male nell’universo, guardi ciascuno la propria vita; se più il bello o il brutto, guardi il genere umano, guardi una moltitudine di gente adunata. Ognun sa e dice che i belli sono rari, e che il raro è il bello”. Se nella giovinezza, il poeta poteva forse accostare il bello a quelle lingue letterarie più vicine alla natura e quindi far scaturire forse il bello stesso dalla natura, nella fase della disilussione, forse non scompare del tutto, ma diventa appunto più raro e non pertinente alla sfera umana, ormai lontana dalla natura.

  10. Cara Roberta Costanzo,

    Il pensiero di Leopardi anticipa in qualche modo il pensiero di Nietzsche in ordine al concetto di «bello». Per Nietzsche «C’è un solo mondo, ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso […] Un mondo così fatto è il mondo vero […]. Noi abbiamo bisogno della menzogna per vincere questa “verità”, cioè per vivere… L’uomo dev’essere per natura un mentitore, dev’essere prima di ogni altra cosa un artista».1

    Mezzo secolo prima di Nietzsche Leopardi pensa il «bello» all’interno di una categoria più vasta e fondante, quella della «natura» (che noi possiamo tranquillamente aggiornare con la parola «essere»). Scrive Leopardi: «L’esistenza, per sua natura ed essenza, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità (P 1474. «Le contraddizioni palpabili che esistono in natura» mettono in pericolo il fondamento della «ragione», il principio di non contraddizione» (P 4099). Il «misero e freddo vero», la «verità dura e triste» rendono «dannosissima» la filosofia come pura «ragione» (vedi Dialogo di Timandro e di Eleandro).

    Leopardi volta pagina nel modo più radicale ad ogni prospettiva teologico-metafisica, la sua categoria centrale è il «nulla»: tutto è nulla, tutto ciò che esiste è nihil negativum in quanto è un effimero sortire dalla negatività del «nulla» per precipitarvi nuovamente. E tutto ciò che esiste è «amor proprio», volontà di esistere e di vivere, di evitare la consapevolezza angosciante che tutto è nulla. La colpa di Adamo è aver voluto conoscere. Tutto ciò che esiste è illusione di esistere, illusione di non essere un non-nulla. L’arte e la poesia non sono negazione della volontà di vita, ma la sua forma più alta e potente, sono l’«ultimo quasi rifugio».

    Nel pensiero di Leopardi il «bello» vive in una zona liminale e periferica, non è una categoria fondante. Anzi, tutto ciò che rende potente l’arte avvicina ognor più l’arte al «nulla»; quindi il «bello» (in termini leopardiani ciò che rende alta e potente l’arte) altro non è che un derivato dell’«amor proprio», della «volontà di vivere», e quindi una illusione che, fatto deprecabile, rende la vita da misera ad accettabile. L’arte quindi è una menzogna. Ma necessaria per la sopravvivenza dell’umano.

    Leopardi può pensare al «bello» con una libertà di pensiero inimmaginabile ai nostri tempi, perché il recanatese pensa l’arte nel momento della ascesa della borgesia europea, quando ancora non sono state esperite le mostruosità della affermazione della volontà di potenza in termini di stati nazionali e di imperialismo. Leopardi è un pensatore che pensa nel momento dell’alba, quando ancora tutti gli orrori che verranno non sono ancora visibili. E il suo pensiero è profondamente ancorato alla nullità di tutte le cose. E quindi anche del «bello» che, nel suo orizzonte di pensiero non occupa alcuna posizione chiave.

    Compito dell’arte e del «bello» è quello di «dilettare», in quanto illusione, perché «le illusioni, per quanto sieno illanguidite e smascherate dalla ragione, tuttavia restano ancora nel mondo e compongono la massima parte della nostra vita. e non basta conoscer tutto per perderle, ancorché sapute vane» (P 213)

    1 Opere, Adelphi, VIII, 2, pp.396-97

    • Giorgio, ti ringrazio per la tua risposta, che mi ha permesso di riflettere ulteriormente. Non so se possa essere coerente, ma ecco cosa ho trovato nello Zibaldone alla luce delle tue parole (p.4499, data 1829): “Nessuna dolce e nobile ed alta e forte illusione può stare senza la grande illusione dell’amor proprio, l’illusione della stima di se stesso e della speranza. Togliete via questa, tutte le altre verranno meno immantinente, e potrete conoscere allora che questa era il fondamento e la nutrice, per non dir la radice e la madre di tutte l’altre. Supponete uno nella più profonda estasi di sentimento o di entusiasmo: fategli un motto, un gesto solo di spregio, o ch’egli interpreti come tale; o ponete che qualche cosa gli richiami alla mente alcun dispregio sofferto altra volta: tutte le illusioni di quel punto spariscono come un lampo, l’entusiasmo si spegne, la persona resta di ghiaccio”.

  11. La grandezza di Leopardi poeta sta nella grandezza del Leopardi Filosofo. Come filosofo e come poeta egli soggiorna presso il «Nulla» come nessun altro nell’Ottocento e nel Novecento. La «illusione» è il flebile contrappasso del «Nulla». L’arte è «illusione» come la vita è «illusione», anche «l’amor proprio» è «illusione».
    A mio modesto avviso, Leopardi ha fondato, con 100 anni di anticipo una analitica dell’esserci prima di Heidegger e ben più radicale di quella di Heidegger. Leopardi poeta e Leopardi filosofo lo abbiamo imbalsamato come un santino perché non ci fa comodo prenderlo in considerazione come filosofo, è più tranquillizzante vederlo come un poeta sognatore pessimista…

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