Marco Onofrio. Sul mito di Orfeo, parte I

1775 Canova Orfeo Come affrontare il mito di Orfeo? Suggerisce Kerényi: «L’unico modo giusto di comportarsi nei confronti della mitologia è lasciar parlare i mitologemi per se stessi e prestar loro semplicemente ascolto». E Nietzsche: «Il mito vuol esser sentito intuitivamente come un esempio unico di una universalità e di una verità che hanno lo sguardo fisso sull’infinito». Per intanto, dunque, è opportuno disporsi all’ascolto puro e semplice della fabula, nelle sue essenziali informazioni./p> «Figlio di Apollo e della Musa Calliope, nato alle pendici del monte Rhodope (in Tracia), Orfeo canta e suona così dolcemente che non solo gli uomini, ma anche le belve e persino le piante e le rocce (rotolando) accorrono a udirlo. La sua melodia stregata valica ogni ostacolo, addolcisce ogni cuore, scioglie la ferocia e la tristezza del mondo. Orfeo conduce ogni cosa alla gioia. Al suo canto fiumi arrestano il loro corso per ascoltare, uccelli volteggiano a stormi, pesci guizzano dalle cupe azzurrità del mare.

Orfeo cresce in Pieria, il Paese delle Muse olimpiche. Apollo in persona lo ammaestra nell’arte del canto e gli regala la lira di Hermes. La leggenda lo vuole partecipe alla spedizione degli Argonauti: più debole degli altri, egli non rema, ma detta la cadenza, funge da “capovoga”. Inoltre assolve un ruolo di sacerdote, essendo l’unico iniziato ai Misteri: scongiura i pericoli con rituali magici; durante una tempesta calma l’equipaggio e placa i flutti col canto; riesce a trattenere i compagni dalla malìa delle Sirene, superandole in dolcezza.

Ama, riamato, la ninfa Euridice.

Il giorno stesso delle nozze Euridice è morsa da un serpente velenoso e muore. Dopo averla pianta a lungo, Orfeo tenta di scendere nell’Ade per riaverla con sé. Con la sua arte sublime commuove il traghettatore Caronte. Al suo passaggio le Danaidi, Tantalo e Sisifo possono sospendere per un attimo l’espiazione della condanna. La ruota di Issione si ferma, le Erinni rimangono interdette, piangono le anime che si radunano intorno a Orfeo. Ma questi procede spedito, senza curarsi di ciò che lo circonda, facendosi largo fra le ombre. Giunge infine dinanzi al trono di Ade e Persefone, cui significa il motivo che lo ha spinto fin laggiù. Persefone si lascia commuovere dalla sua struggente melodia e sussurra parole pietose all’orecchio del consorte, la cui testa abbozza un assenso: Orfeo potrà riottenere l’amata, a patto però di non voltarsi a guardarla prima della luce, secondo la legge degli Inferi, dove nessuno sguardo, ma solo la voce è consentita.

orfeodechiricoIntraprende così la strada del ritorno, seguito da Euridice accompagnata da Hermes. A questo punto ci sono due versioni: una attesta che Orfeo riesce a riportare a casa Euridice e a vivere felicemente con lei il resto dei suoi giorni; l’altra che, giunto alla porta dell’Ade e ormai ad un passo dalla luce della salvezza, Orfeo si lascia cogliere dal dubbio e dall’impazienza, non resiste più e si volta a guardare, contravvenendo così al veto degli déi.

“Euridice!” egli grida protendendo le braccia, ma le sue mani afferrano non altro che aria fredda mentre la figura velata svanisce, sottratta da Hermes, come inghiottita – e stavolta per sempre – dal silenzio e dall’oscurità. Orfeo tenta invano di inseguirla e di tornare indietro: Caronte non lo lascia più passare. Da quel momento cade un’ombra dionisiaca sulla sua essenza apollinea.

Sulla morte di Orfeo si contano diverse varianti. In una è Zeus che lo trafigge col suo fulmine per punirlo di aver educato all’orphikos bios, di aver iniziato ai misteri e all’origine delle cose e degli déi, gli uomini traci presso una caverna alla foce del fiume Stimone. In altri casi viene assalito e dilaniato dalle donne tracie, offese perché dopo aver perduto Euridice egli si astiene dall’amore, oppure dalle Baccanti sul monte Pangeo, pronte a riconoscere in lui l’avversa natura apollinea. La testa, decapitata e inchiodata sulla lira, fluttua per fiumi e per mari continuando miracolosamente a cantare. Smirne, Libetra, Dione o Lesbo: dovunque si ritenga sepolto Orfeo, gli usignoli cantano più dolcemente e più forte che altrove. La sua lira, che nessuno è degno di ereditare, viene posta da Zeus fra le costellazioni».

domus%20del%20chirurgo%2011Questa la fabula. Dovremo ora interrogarci sui suoi significati. Quali sfere dell’esperienza umana il mito di Orfeo sia deputato a rappresentare. Di cosa sia emblematico, in termini astratti, a prescindere dalle singole incarnazioni. Cosa infine possa dire e cosa effettivamente abbia detto alla cultura moderna.

Orfeo è personaggio di un mito sempre ricorrente all’attenzione della cultura occidentale, prossimo alle questioni tecniche e teoriche del fare creativo, baluginante dal vivo delle riflessioni sul senso dell’arte, in particolare poesia e musica. Da Platone a Pindaro, Virgilio, Ovidio, Poliziano, Monteverdi, da Lope de Vega a Calderon de la Barca, Lully, Gluck, Listz, da Nerval a George, Mallarmé, Nietzsche, d’Annunzio, Apollinaire, Campana, da Kokoshka a Rilke, Cocteau, Anouilh, Camus, Williams… è praticamente sterminata la schiera degli artisti e dei pensatori che in ogni tempo, sedotti dal fascino di una delle figure più oscure e cariche di simbolismo della mitologia ellenica, hanno lasciato una loro interpretazione o rielaborazione, talora personalissima; oppure orientato le loro opere secondo schemi e modi di pensiero che potremmo definire “orfici”; oppure, più semplicemente, utilizzato l’immagine o il nome di Orfeo quale emblematico supporto ai loro enunciati critici o prodotti artistici.

Il cantore tracio diventa, così, ispiratore e quindi testimone di un certo modo di concepire ed esercitare la pratica creativa, giacché – scrive Franco Ferrucci – «è poderosamente e talvolta elaboratamente dialettico. La semplicità gli è sconosciuta, anzi c’è in lui nei riguardi della semplicità una marcata distanza, quasi fosse un patto debilitante». L’artista «tormentato e insoddisfatto è molto spesso un Orfeo. Chi non ricorda l’ira di Michelangelo contro il Mosè (la cui statua era certamente un autoritratto orfico), e le accorate deplorazioni di Dante sulla difficoltà di descrivere l’oltremondo divino?» Questo tipo di artista smania per una certa grandeur di tono espressivo, che si traduce nella possibilità ultima e mai sopita di accarezzare una visione totale del mondo (Dino Campana, autore dei Canti Orfici, scrive: il «sogno della vita in blocco»), quasi obbediente a una volontà egemonica di conquista, di dominio cosmico sugli elementi. Ed ecco allora il rischio di una possibile caduta nel turgore e nell’oscurità, dove solo il genio, eventualmente, può risollevarlo. Come accade in Wagner, che «è un ottimo ritratto di Orfeo, del quale non gli manca neppure una caratteristica – compresa la tendenza malinconica, e compreso il serrato rapporto con la morte».

5 commenti

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5 risposte a “Marco Onofrio. Sul mito di Orfeo, parte I

  1. trascrivo una illuminante pagina di Gianni Ferracuti sul pensiero del mito in Ortega y Gasset:

    Negli ultimi quindici anni circa della sua attività, Ortega y Gasset ha formulato in
    varie occasioni l’idea che, se la filosofia è pensiero esatto e razionale, indirizzato allo
    studio dell’essere, allora questa splendida attività intellettuale, durata 2.500 anni, si
    poteva considerare conclusa: cominciava ormai una «seconda navigazione» verso
    un’«ultra-filosofia».
    Per vari motivi – non ultimo la difficoltà di concettualizzare questo nuovo modo di
    pensare, questa nuova visione della realtà e del suo studio intellettuale – questa fase
    della riflessione orteghiana non si è tradotta in un testo organico, ma è attestata da molti
    progetti di opere, frammenti più o meno abbozzati e testi non terminati. In alcuni casi si
    tratta di scritti, anche voluminosi, in avanzata fase di redazione, come El hombre y la
    gente o La idea de principio en Leibniz y la evolución de la teoría deductiva. In altri
    casi, come per l’Aurora de la razón histórica e l’Epílogo… abbiamo poco più che
    frammenti e note di lavoro. Il mio tentativo consiste nel ricostruire le linee essenziali di
    questo pensiero nuovo e, nelle aspirazioni, post-filosofico, elaborando un’ipotesi
    interpretativa di materiali non sempre chiari, a volte imprecisi e contraddittori,
    certamente non definitivi.
    Una parte importante dell’orizzonte teorico intravisto da Ortega è costituita da una
    riflessione sul mito e sul pensiero “primitivo” (nel senso di arcaico, primigenio), cioè su
    una attività intellettuale che nasce da un confronto con la realtà non condizionato da
    precedenti riflessioni filosofiche. In questo interesse per il pensiero pre-filosofico
    (Ortega lo definisce con questi termini) non c’è mostra di alcun atteggiamento
    regressivo né del recupero di interpretazioni pseudo-tradizionaliste. Nell’ottica
    saldamente storica di Ortega, la filosofia, pur con tutti i suoi difetti, è stata scoperta a
    seguito della necessità di risolvere le questioni che il pensare mitico non risolveva: era
    dunque un tentativo di colmarne un’insufficienza che resta addosso al mito anche
    quando, con migliori informazioni, riscopriamo in esso un modo del pensiero degno
    della massima attenzione e di ogni rispetto. Mito e filosofia sono entrambi fasi storiche
    di un cammino: applicando la ragione storica, riconosciamo a ciascuna di loro un luogo,
    un significato, un valore, ma nel fare questo siamo idealmente collocati fuori dalla
    prospettiva storica, come se la guardassimo a distanza, apprezzando quel che c’è da
    apprezzare, ma non identificandoci con nessuna fase.

  2. Valentino Campo

    E poi Pavese. Il Pavese dei “Dialoghi con Leucò” .C’è un passo ne “L’inconsolabile” che trovo straordinario: “Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice ed incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.” E poi Campana e l’orfismo, temi già ampliamente affrontati in maniera rigorosa ed eccellente da Marco Onofrio nel volume “Dentro del cielo stellato”.

  3. Dopo l’illuminante scritto di Marco Onofrio sul “Mito di Orfeo” e l’altrettanto pregevole scritto di Giorgio Linguaglossa, seguìti dal commento di Valentina Campo che giustamente ricorda il passo su Orfeo nei “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese, vorrei aggiungere anch’io qualche parola sul celebre e affascinante mito.,
    “L’amore, l’arte, l’elemento misterico sono presenti nel mitico poeta Orfeo, vissuto prima di Omero e creatore della Poesia.”
    Già in alcuni frammenti dei Lirici Greci si trovano elogi di Orfeo e si nomina la sua fama.
    Ad esempio, il lirico corale greco Ibico (VI sec. a.C.), nel frammento 17 (Diehl; 4 [A 1] a Colli), ne testimonia la “fama” con le parole «ὀνομακλυτὸν Ὀρφήν. », «Orfeo dal nome famoso».
    E lo stesso Ibico, nel frammento 265 (Page; 4 [A 1] b Colli), dice:
    « τούς τε λευκίίππους κόρους
    τέκνα Μολιόνας κτάνον,
    ἅλικας ἰσοκεφάλους ἑνιγυίους
    ἀμφοτέρους γεγαῶτας ἐν ὠέῳι
    ἀργυρέῳι »
    « E uccisi i ragazzi dai cavalli bianchi,
    i figli di Molione,
    di eguale età, di eguale testa, uniti
    in un solo corpo, nati entrambi
    in un uovo d’argento. »,
    alludendo ad alcune dottrine orfiche, già allora divulgate, in cui erano presenti Eracle, uccisore dei due ragazzi figli di Molione, e il mitico uovo d’argento, detto “uovo cosmico”, di cui sarebbe troppo lungo scrivere ora.
    Successivamente il lirico corale Simonide di Ceo ( VI-V sec. a. c.), nel frammento Diehl 27, testimonia per la prima volta la straordinaria capacità di Orfeo di incantare con il “suo bel canto” persino gli animali:
    « τοῦ καὶ ὰπειρέσιοι
    ποτῶντο ὄρνιζες ὑπὲρ κεφαλᾶς,
    ἀνὰ δ’ἰχθύες ὀρθοὶ κνανέου
    ἐξ ὓδατος ἃλλοντο καλᾶι σὺν ἀοιδᾷι »
    « E anche innumerevoli uccelli
    volavano sul suo capo
    e diritti dall’acqua scura i pesci
    balzavano su al suo bel canto.»
    La figura mitica è mitologica di Orfeo è ormai ben definita. Egli fonde in sé gli elementi apollineo e dionisiaco. Per l’apollineo si può affermare che Orfeo è il figlio o il pupillo del dio Apollo, è un benefattore del genere umano, è promotore delle arti e maestro di religione. Per il dionisiaco, egli ha un rapporto simpatetico con il mondo naturale, al punto che mostra una profonda empatia con il ciclo di morte e rinascita della natura, è dotato di una conoscenza intuitiva, non razionale, inoltre la sua “katàbasis” per riscattare dagli Inferi l’amata Euridice e riportarla alla luce-vita pare essere precorsa per analogia da quella di Dioniso per riscattare la fanciulla divina Kore, rapita da Ade e fatta sua sposa.
    Manca appunto solo l’amore per rendere completa la figura di Orfeo secondo il celebre mythos.
    Ha già descritto perfettamente Marco Onofrio questa parte del mito, con le opportuna varianti nella tradizione dei personaggi e della vicenda.
    Vorrei, perciò solo aggiungere una variante sulla causa della morte di Euridice, seguendo la poesia di Publio Virgilio Marone nel poema didascalico “Georgicon libri”, IV, vv. 453-527.
    Troppo lungo è lo splendido passo per trascriverlo tutto, perciò lascio al lettore il gusto di leggerlo possibilmente in latino e mi limito al passo fondamentale

    “Iamque pedem referens casus evaserat omnes; 485
    redditaque Eurydice superas veniebat ad auras,
    pone sequens, namque hanc dederat Proserpina legem,
    cum subita incautum dementia cepit amantem,
    ignoscenda quidem, scirent si ignoscere manes.
    Restitit Eurydicenque suam iam luce sub ipsa 490
    immemor heu! victusque animi respexit. Ibi omnis
    effusus labor atque immitis rupta tyranni
    foedera, terque fragor stagnis auditus Avernis.
    Illa, Quis et me, inquit, miseram et te perdidit, Orpheu,
    quis tantus furor? En iterum crudelia retro 495
    Fata vocant, conditque natantia lumina somnus.
    Iamque vale: feror ingenti circumdata nocte
    invalidasque tibi tendens, heu non tua, palmas!
    dixit et ex oculis subito, ceu fumus in auras
    commixtus tenues, fugit diversa, neque illum, 500
    prensantem nequiquam umbras et multa volentem
    dicere, praeterea vidit, nec portitor Orci
    amplius obiectam passus transire paludem.”
    .
    “Quis et me, inquit, miseram et te perdidit, Orpheu,” ,”Chi – disse – ha perduto e me, misera, e te, Orfeo?”.
    La causa di tutto era stato il pastore Aristeo, allevatore di api (il quarto libro del poema tratta appunto dell’allevamento delle api). Innamoratasi della ninfa Euridice, che invece amava Orfeo e fuggiva via dal pastore, la rincorreva lungo il fiume, ma una serpe, nascosta nell’erba della riva, le morse il piede e ne causò la morte.
    Dice Virgilio:
    “Illa quidem, dum te fugeret per flumina praeceps,
    immanem ante pedes hydrum moritura puella
    servantem ripas alta non vidit in herba.”
    Per punizione divina tutte le api di Aristeo morirono.
    .
    Questo doloroso mito, qualunque variante se ne segua, affascina sempre per tutti i suoi elementi e rende eterna la figura di Orfeo, ispiratore di innumerevoli poeti, drammaturghi, musicisti fin dall’origine del melodramma, nonché il mio amato Rainer Maria Rilke , autore degli splendidi “Sonetti a Orfeo”.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Mi scuso con il commentatore per l’evidente mio refuso “Valentina/Valentino”.
    La tastiera del pianoforte mi è più congeniale di quella del computer.
    Giorgina Busca Gernetti

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