ANTOLOGIA III PER IL PARNASO – Francesca Diano, Antonio Sagredo, Alberto Figliolia, Maria Grazia Insinga, Francesca Tuscano, Ivan Pozzoni, Antonio Coppola, Marisa Papa Ruggiero, Francesco Tarantino

Parnaso-Apollo-Venere-Mercurio-e-le-Muse-di-Andrea-Mantegna

Francesca Diano

Congedi.FOTO FRANCESCA 2
Viatico in undici stazioni

I
L’ESCLUSA

Andavo per strade coperte di polvere
L’orlo della mia gonna sfilacciato
Non si curava di fango o sterco
I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.
Signori o plebei – non facevo alcuna differenza
Nessuna presenza era presenza
Ed ogni assenza – assenza.
Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata
Disabitata persino da me stessa
Preda di predatori e depredata di me.
Ero povera – di quella povertà che non conosce
Nemmeno il nome di miseria
Perché al mondo non c’era creatura
Che mi guardasse se non come sgualdrina.

Sospesa in una terra di nessuno
Dove il giorno non vira nella luce e le notti
Sono il delirio di un lebbroso.
Il loro sguardo mi sfiorava col disgusto
Di chi è avvezzo soltanto alla bellezza
Delicata che si rispetta perché consacrata
Dalla legge di Dio e degli uomini.
Io ero buona solo per sfogare la rabbia
L’istinto che si tace nel letto coniugale.
Con la rabbia impotente di uomini malati
D’onnipotenza – sapienti o rozzi contadini
Signori o poveracci – io ero buona per voi
Ma non per me. Non abbastanza
Da avere casa nel vostro cuore.
Avevate forse cuore per me?
Cagna reietta nell’istante stesso
In cui mi possedeva la vostra carne.
Ogni volta eravate assassini
Ogni volta morivo un po’ di più
Finché il mio corpo si disfece
– me viva ancora –
Non vi perdono la disperazione
Vostra sola elemosina per me
Il solo soldo con cui mi pagavate.
Poi venne lui. Mentre stavo morendo.
Lo sguardo dei suoi occhi
non lo dimentico nemmeno ora.
Quel corpo martoriato dalla vita
Lui me lo fece amare
Donandomi il perdono per me stessa.
Sul pagliericcio fetido – che accoglieva la morte
Scintillò la bellezza luminosa
Che lessi nei suoi occhi
Capaci di vedere oltre le piaghe.
E mi diede la pace.

rene_magritte-les_deux_mysteres1966-1300px[1]Antonio Sagredo

Le lacrime di donne sono libertine e religiose fonti,
ma dietro ogni gioia e duello della carne c’è un verme
che mi corrode la speranza, e la parola sacra e recidiva,
e i tuoi capelli sparsi sono per me sermoni e voglie.

Io t’ho avvertito, che lo sguardo dall’alto non ha valore,
se i rancori e i finocchi di Dio controllano fedi e soglie.
Le mie omelie sono un’offerta d’amore a chi mi comanda:
sei tu, l’Altissima, che dal pulpito la notte sogni i miei sonetti!

Non agitarti, e non essere gelosa se il Verbo dapprima
ha i suoi diritti… il dominio delle masse ha la precedenza:
è che sul letto tu aspetti omelie d’amore, percosse profonde
e alte che per i miei piaceri tu, da me, divaricata affondi!

Questa notte di Valpurga vale più di cento Golgotha sofferenti,
perché più santo è il dolore della tua carne benedetta dal randello,
e l’aspersorio che quel mediocre agita dagli altari spegne atti e gesti
che per natura sono umani, che per fortuna sono nostri – e non divini!

germaniae_antiquae_libri_tres_plate_18_clc3bcver[1]Alberto Figliolia
Una stanza sul porto… (Faro, estate 1982)

Una stanza sul porto, noi due giovani;
il mattino ci destava con i cori
degli uccellini celati nel folto dei rami.
Quanto tempo è trascorso da allora,
quante ferite, delusioni, inganni
ci han riservato i giorni del vivere!
Eppure con la memoria sono ancora
in quella vasta, umile, stanza sul porto,
ai tramonti che infuocavano il cielo
come le speranze il nostro orizzonte.
Il battello era verde-azzurro scrostato
e solcava rumoroso e lento la laguna
verso la lunga e stretta isola,
alle possenti correnti dell’oceano aperto:
io assaporavo tutto il piacere
di una sigaretta antica, dopo i tuoi baci,
assecondando le volute del fumo
che saliva e saliva con quieta intima gioia;
qualcuno accanto a me mangiava telline crude,
altri catturavano ogni raggio di sole
e tu… tu ti facevi scompigliare i capelli
dal vento satinato e salmastro.
Era bello perdersi la sera fra vicoli e taverne,
fra le diverse lingue della nostalgia
e gli struggenti canti di terre oltremare;
allora non sapevamo che la vita
ti mastica e risputa senza ritegno.
Allora ci bastavano quei cori alati
e l’accogliente bassa laguna,
ci bastavano la larga stanza sul porto
(ricordi il lavandino otturato?)
e la porpora del tramonto sulle pelli.
In quella stanza sul porto eravamo giovani
e per un poco fummo pienamente felici,
senza saperlo, con incoscienza,
e di ciò ringrazio il ricordo
venuto oggi a visitarmi.

saturno_006Maria Grazia Insinga

[Cædere]

I
Oh! L’uso improprio che si fa della propria vita – deve
essere la mano che prende fuoco o il cesello che
sbalza e sbalza da pareti di gesso – ondina
così impropriamente foggiata secondo l’ufficio che
mai avrei dovuto compiere: il salto, mio caro Desfontaines!

II
Oh! La cura dei particolari – il rallenty – ciottolo
scagliato in acqua dall’acqua ritorna sfugge a
occhio che non vede salto se m’infrangi
dove silenzio frange cerchio nel cerchio o
curva d’alberi in memoria di vento. E cedo.

III
Scogliera erosa non arretra, manca alla gioia il diritto e in sua
assenza maestosa il male aumenta ma diminuisce la resa
elegante nel mio granito di Cornovaglia circondata da maniche di burrasca
pare anneghi il faro invece parte rosa che ignori
affiora e rovescia me bambina e ancora cade. Cade.

IV
Sorelle pallide in numero di sette sparlano degradando aspre a
picco su questa scrittura postuma di me che volevo parlarti
prima della morte – spiaggiata o morta falesia ho scritto per poterti
parlare prima, poi per amore di una porta. Ora, se osassi
visitarmi quando chiudo gli occhi sentiresti cantare prima della vita.

fototuscanoFrancesca Tuscano

Spalancate le porte al buio, ai ricordi, alle cicale.
Al nome ripetuto allo spasimo. All’inutile dubbio.
Ai limiti mai scalfiti. Ai labili confini degli addii.

No, non è d’amore che parlano i poeti.
Ma è l’amore che li fa parlare.

Patroclo non deve morire (def)Ivan Pozzoni

IL BARBARO E LA PRINCIPESSA

A te che osservi con i tuoi occhi di bistro i miei malumori
mi disinneschi con un sorriso, mi neutralizzi con un amore
duraturo come una Compact Fluorescent Lamp, diventando aeriforme, neon, argon, kripton,
forse è il kripton a disattivare le mie smanie da Superman,
e ti arrampichi sulla mia colonna vertebrale con zampine da gatta,
dissuadendomi dall’ingurgitare, dal bere, dal rissare, dallo smettere di scrivere.

Princeza romana, eu sou seu bárbaro,
continuo a mettermi canottiere bianche nelle mutande nere
a non lavare i piatti, a battere sui tasti, meglio che lavare i tasti e battere sui piatti,
ti ho rapita in una scorreria sulle coste di Gaeta, facendomi incantare da te, Circe tardomoderna,
capace di trasformare maiali in uomini, il cuore del maiale è uguale al cuore umano,
tu sola l’hai capito, in vent’anni, con la tua spensieratezza insulinosa,
con le tue insicurezze, con i tuoi crolli antemestruali, col tuo viso interrogativo,
sempre in grado di spiazzarmi, mimo da piazza destinato a andare in piazza,
senza rimpiazzarmi.

Princeza romana, eu sou seu bárbaro,
senza tuttavia riuscire a dedicarti Odi barbare,
non sono attrezzato a odiare nessuno, o a mischiare metri,
– che facciamo, mezzo metro?- meglio la mia attitudine a duellare,
a rocambolare, mezzo Cyrano de Bergerac e mezzo Socrate,
sono convinto che mi preferisci intero, e a lunga conservazione,
non avendo la velleità della donna moderna
di trasformare il proprio uomo in un coglione.

Post-modernoAntonio Coppola

Ode all’amore

Forse molti si credono padroni dell’amore
della città nuda e incalcolabile; io no,
giro nel sogno del mio sogno senza rotta,
con le rughe della terra in questo giorno
dall’altezza sonora. Sono qui amore,
in una corolla d’acqua tremante
in veste d’azzurro dove scorre
una lacrima segreta di sangue.
A te, questo giorno ch’io non merito
fu artiglio all’ombra della miseria;
ogni attimo diventa origine,
assalto e bacio. Amore di terra e di labbra,
dormirai coi miei sogni, tutto deve dormire,
io sono ormai il tuo sogno.
Questo quattordici febbraio sgranato e aperto
veloce come una locomotrice alle piogge
prolisse tra i giardini d’aranci;
mai padrone fui dell’amore,fu solo un gioco
di virili omaggi; ora persino l’assenza
mi benigna dentro come una patria oscura.
Amore, gli occhi s’aprono alle tenebre,
più di prima anelo amore mia cascata di voglie
che solo mi desta, mia nave alla fonda.

elefanteMarisa Papa Ruggiero

Morsure

In ogni solco del viso lascio
uncini di crudo azzurro e un’unghia
che si distacca a formare
rossa, una stilla
che s’allarga nella stanza
e deraglia da sola
fin dentro questa incisione a freddo

nel cuore del metallo
senza sconti all’ostaggio
di questa storia avanzata
restata indietro
disoccupata

perché diventi a tratteggio fitto
modificata sostanza
totalmente assolta
nell’acido,
per vederla a rovescio incisa
nella mia idea.

cropped-giostra.jpgFrancesco Tarantino

Frammenti di un disamore

Vorrei scaldare il gelo delle tue ossa
e sciogliere la neve del tuo cuore,
e con lacrime vederti commossa
fino a sentirti pianger di dolore.

Invece resti nell’indifferenza
e mai un’emozione sul tuo viso,
non sai cosa sia la sofferenza
e tanto meno sai cos’è un sorriso.

Non t’attraversa mai una sinfonia
né t’accorgi dei fiori che t’invio;
figurarsi se sarai in sintonia

con me che sono prossimo all’oblio!
Resterai nella tua disarmonia
finché non verrà il giorno dell’addio.

7 commenti

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7 risposte a “ANTOLOGIA III PER IL PARNASO – Francesca Diano, Antonio Sagredo, Alberto Figliolia, Maria Grazia Insinga, Francesca Tuscano, Ivan Pozzoni, Antonio Coppola, Marisa Papa Ruggiero, Francesco Tarantino

  1. Grazie Giorgio, e grazie a L’ombra delle parole! Che bella quest’antologia!

  2. Grazie Giorgina cara e complimenti anche a te.

  3. Le mie più vive congratulazioni a Francesca Tuscano per la sua pregevole poesia d’amore.
    La chiusa “No, non è d’amore che parlano i poeti. / Ma è l’amore che li fa parlare.” mi ricorda quel lontano “I’ mi son un che quando Amor m’ispira (mi spira) / noto, e a quel modo ch’ei mi ditta dentro / i’ vo significando”. E non è poco.
    Giorgina Busca Gernetti

  4. Complimenti anche a Francesco Tarantino per la sua poesia che, data la suggestione dei poeti a me più cari, mi fa tornare alla mente le “Poesie del disamore” di Cesare Pavese. Anche il disamore entra nell’ambito dell’amore, così come l’odio (vedi Catullo).
    Giorgina Busca Gernetti

  5. Francesca Tuscano

    Grazie, Giorgina! Fin troppo generosa…

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