ANTOLOGIA II PER IL PARNASO – Paolo Ruffilli, Steven Grieco, Giorgio Linguaglossa, Antonio Sagredo, Giovanni Fontana, Sandro Boccardi, Giovanni Commare, Raffaello Utzeri, Marco Onofrio

 Parnaso 1Paolo Ruffilli

Ode al traduttore incerto

Se vuoi tradurmi
e non mi vuoi tradire,
non lasciarti indurre
all’ansia di capire
ma affidati propenso
– almeno per metà
(la testa e il cuore…) –
al tuo più intimo sentire,
facendone lo specchio
del vero gran riflesso,
e interpreta i miei versi
come note…
usa le pagine
come gli spartiti.
Leggi con l’orecchio
nei segni percepiti:
c’è un nesso
tra suono e senso
dentro la parola
ed è la musica
a crearlo per intero,
l’unica che vola
dalla terra al cielo.
Considera te stesso
lettore e ascoltatore
in una volta sola.
giovanna-sicariSteven Grieco

Città degli dei*

Nell’infanzia, il mondo ci apparve attraverso i nomi.
Balenò in noi l’oscura origine della lingua,
il suo udirsi.

Gli antichi la pensarono forgiata da chissà chi,
raggio luminoso in un prisma
rifratto in mille mirabili distorsioni.

Anche a noi le parole appaiono ora invincibili, ora
assurde, mai verificabili fino in fondo.
Dopo l’intreccio di fini e ragionati discorsi rimane così poco,
e noi dubbiosi su chi ha detto cosa e perché.

I più si ribellano a queste opacità, invocano l’etimo
per aver certezze. Ma i dizionari aprono più strade di quante
sappiano percorrere, presto si addentrano in vicoli ciechi.
Allora quelli tornano a spaccare il capello, argomentano,
si scindono in molteplici pareri, per concludere infine:
è vero il falso.

E cerca il poeta un dire che per interna luce
risplendano le cose del mondo.
Così travalica le sue misere parole, il nereggiare tra sogno
e passione, ne insegue lo scorcio sottile che fugge
significando nel suono.

Ma presto torna indietro anche lui, esausto, al nostro orizzonte
che si dilata e si restringe. Che farsene di vuote conchiglie?
Poi di nuovo
afferra quello scorcio, e mai lo afferra intero,
e mai è intero se non sa lasciarlo…

Più profondo risuona il silenzio di parole
che rammentano se stesse. In questo ossimoro avvampa
ciò che non discende da ieri o ieri l’altro –
frutto dell’albero
che riluce più lontano degli occhi.
Quando tanto intuiamo,
diverso ci appare il nostro dire: sempre equilibrato, come le antiche
lingue, fra l’avere un senso e non averlo

(1995-2002)

* il titolo traduce il termine देवनागरी – devanaagari, “della città degli dei”, nome del millennario alfabeto della lingua sanscrita. Oggi lo stesso alfabeto viene usato anche per alcune lingue “neo-arie”, hindi, nepali, etc.

foto di Francesco Aronne

foto di Francesco Aronne

Giorgio Linguaglossa

Non ci sono vetri alle finestre
Non ci sono vetri alle finestre. Un silenzio
sporcato dalle parole. Parole sporcate dal silenzio.
Solo tende e persiane. Vento che sbatte sulle persiane,
persiane che sbattono contro il vento.
Sulle tende si vedono le ombre striate
di chi passa nel sole sul marciapiede, una fitta
schiera di ombre striate dalle stecche delle persiane.
Voci stridule. Una lingua gridata, remota,
che viene da lontano. Luci opache di lampioni.
Improvvisamente, la pioggia.
Fitta e debole come la nostra memoria.
Grondaie che rovesciano acqua sui marciapiedi lucidi e luridi.
«Domani?», mi chiedi, «Dopodomani?». Rispondo:
«È che non posso scrivere una poesia d’amore.
Non è più possibile amare.
Non è più possibile essere felici.
Non è più possibile sorridere».
«Il futuro?, chi lo sa; né tu né io sappiamo cosa accadrà».
Tu mi parli da dietro la pioggia:
«Allora, non c’è futuro? E nemmeno un ieri?, solo
il presente, questo presente? E forse neanche questo?».
«Ma perché? Perché?».
In risposta ti mando un sms vuoto
con il buio delle parole non dette.
Silenzio. Non ci sono vetri alle finestre. Vento.
Solo tende che ondeggiano e persiane. E pioggia
fitta e intermittente.

pagina di poesia di Cangiullo

pagina di poesia di Cangiullo

Antonio Sagredo

(mi(se)rabilia)
a G. L.

Miserère mei, Deus

Non vi è mai nella morte l’ultimo atto, un girotondo
o un sipario senza fine che mi congeda dai suoi cardini,
e pure la commedia ha i suoi crocicchi in chiaroscuro,
come quei lampioni che segnano un passaggio mestruato.
Non troverai nemmeno un requiem al palo dell’impiccato
ché la corda in fuga s’è specchiata ad occidente – sul lido
una risacca ha detestato un veniale perdigiorno, e non sai l’onda
che s’è mutata in tortile colonna per una spuma di sordidi ricatti.

E hanno celebrato da cieli occulti gli amplessi di serafini in lacrime,
cadute sono le ali in pozze di acqua fenica, per depurarsi il battito!
e mendicare sui gradini le note di un organo scordato in contumacia –
dagli altari come cera colano smorfie, terrori celesti dalle arcate.

E un miserère mei , deus… come un refrain carnale sul pentagramma,
quella giostra di capricci, quella grafia nera è un trucco da operetta
che dalle quinte al palco farfuglia nestoriani ordini, e a una femmina negano
un divino parto, un’orfanezza eterna come una cicatrice dai seni al ventre.

Roma, 21 gennaio 2014
(dall’ora seconda alla decima)
Secondo miserere…

La meraviglia di una figura s’è incavata per l’assenza di un argine,
sul selciato gli zoccoli di una musica accidentata, e non potevo io i tasti
e i toni concedere agli strumenti per deviare la soglia dalla banale quotidianità:
una privazione dei tempi tracimare nel vuoto il volto di una metonimia!

E ricordai i bocci come grumi amari soffocare la bellezza dei miei sett’anni
saltare i confini dei cortili con le pupille armate a caccia di nespole, melograni
e accenti… chicchi di madreperla sulle piombate secchie picchiare per non sentir
in petto quel che una lingua mortale non diceva allegramente.

La vecchia amata dai rosari neri cesellava con gli occhi i suoi pensieri,
come un pulcino la circondavo per schernire le letanie dei suoi nastri funebri.
Miravo dal trono di una seggiola l’afasia di rugate labbra, le preghiere
di epoche lontane mutavano le infanzie di novelle storie in raccapricci.

E mi ritrovai, distrutti i castelli, coi malleoli sbucciati, tra rovine in aria sui freddi
pianerottoli, le scale coi cugini in chiave di catastrofi, le viole mortali nelle lande
di Tommaso, il burattinaio della città felice tramare il Caro Male , la piazza Dante
squassata dai capricci di Carmelo, e il trucco di un Angelo, ed io, interdetto – alla
leggenda!

Roma, 21-31 gennaio 2014
( dalla 17-ma ora alle 19-ma, ca.)

esopianeta

esopianeta

Giovanni Fontana

da “Quattro canzoni di Angela”

4
ho aperto la finestra su questa nebbia per ascoltare la stanchezza delle cose
in un patto di complice amarezza improvvisamente mute
sembra che tutto sia in ordine stanotte
anche le idee imperfette
oltre ogni possibile interpretazione di risvegli metaforici

la nebbia è entrata

anime umide molecole di conturbati aliti confondono il respiro
e ci fondono sotto un’inquieta cappa di vapori

i nostri volti
trasparenti di ansie [vanno a perdersi sull’argine mentale delle nostre fragili presenze

intuiscono il buio i miei fruscii
paralleli alle correnti
che ci cancellano i corpi

qui non c’è vento
sento che s’assottigliano le ombre al bisbiglïo lieve dei gesti
i nostri passi muti [accidentali allegorie dell’esistenza [simulano riprese di speranza

stiamo dissipando energie del senso contro il caso
mutevoli le nostre mani che ignorano passaggi di carezze
in attesa di che [di chi
nell’assenza di noi stessi perfino
che nelle spirali della mente finiamo per assomigliarci e per perderci negli sguardi a specchio

sui vetri della notte

Chimismi lirici di Ardengo Soffici

Chimismi lirici di Ardengo Soffici

Sandro Boccardi

a Barbara

Barbara, sai,
marzo è una rosa di correnti d’aria
che toglie il fiato.
Arruffa propositi, anima, consensi,
lungo i sentieri d’erbe mareggiate
qui dove il verde dove il vento insieme
rimescola semi e fioriture
qui nei lombardi chiari appezzamenti.
Barbara dico: è inutile resistere:
la polvere sale come un ventaglio
sopra le aie piccole padane,
scricchiola batte alle verdi persiani
la voce genuflessa della primavera.

“a Barbara” del 1967 (tratta dal volume “Durezze e ligature” – Vanni Scheiwiller ed., 1967).
Il numero 3

Il numero 3
in amore non è
un numero perfetto
c’è sempre un intoppo:
un motivo di fuga…

il troppo storpia, si sa,
ma se aggiungi un’acciuga
a 2 olive pallide
fai solo un Punt e Mes

Se mesci le equazioni
eviti la rottura
lo spazio aperitivo non dura
l’oca non è giuliva
senza l’oco giulivo
il bove si sa, per sua natura
vale solo metà

Però la vita è stramba
come una sarabanda
il numero a dismisura
cresce o diminuisce
e non finisce qui
il Nume è instabile
la geometria variabile.

(gennaio 2014 – inedito)

poesia di Farfa

poesia di Farfa

Giovanni Commare
Specchio

I
Lei quando si dice, Vorrei morire
Per dimenticare che sono felice.
Vorrei morire
Per togliermi di dentro dal cuore
Questo bisogno assillante di te
Questo urlo che svuota la mente
Questo vuoto che divora l’anima
Questo niente.
Come un naufrago
Che dal borgo cerchi ancora il mare,
Come il disperso
Che dall’oasi torni nel deserto,
Come il bimbo sazio
Che cerchi ancora il seno della madre,
Corro per le strade.
E poi so
Che sapevo che non c’eri
Sapevo perché
Ma ormai ero fuori di me
In fuga tra la folla,
Fatta piccina
Fissavo occhi d’assassina
Su ogni volto di donna.

II
Lui quando risponde
Mi guardavi da ogni volto di donna
Che fendeva le onde della folla
Fissando le mie pupille allucinate
Ormai stanate fuori di me in fuga
Perché sapevo che non c’eri
Perché sapevo perché.
E offrivi il seno di madre
Al bimbo sazio e disperato
Che corre per le strade assolate
E indicavi l’oasi di frescura
Al disperso che torna
All’arsura del deserto.
E al naufrago eri la via al mare
Che affannato riprende il coraggio
Di spingersi al largo.
Il vuoto. Ecco mi prende.
Quest’assillo che divora l’anima
Questo niente che svuota.
Per toglierti dalla mente
E dal cuore
Svanire vorrei, morire.

a sin Raffaello Utzeri a dx Marco Onofrio

a sin Raffaello Utzeri a dx Marco Onofrio

Raffaello Utzeri

Trapianto

Basterebbe soltanto
un trapianto di cuore.
Se un cuore o qualche cuore nuovo
potessi averlo in collezione,
tenerlo in vista insieme a tanti
cuori di tutti gli animali,
vederli palpitare in fila
dal vetro della cardioteca:
e per viaggiare
mettersi un cuore di cicogna,
per lavorare
uno di mulo, di zebù;
per tornarsene a casa
un gran cuore di cane,
poi solamente per l’amore
far trapiantare quello d’uomo.

Eclisse foto di Massimiliano Malerba

Eclisse foto di Massimiliano Malerba

Marco Onofrio

Il chiodo

Ogni giorno è un chiodo al quale appendo
la mia verità.
Ma il cielo è un muro d’aria che non tiene.
Per questo il giorno dopo mi conduco
a viverla di nuovo e a riprovare
l’ascesa faticosa dentro me.

Raccolgo tutto l’essere che sono
e mi protendo: come un arco, fremo
verso la suprema libertà.

Il mio solo Paradiso

Se di un dio l’inferno è privazione
è lontananza
è disperazione
capisco, allora
perché chiamare inferno
la notte in pieno sole a mezzogiorno
la sofferenza muta senza ali
(che scava fiumi in piena sul
mio viso
e mi dirompe dentro
come il tuono)
di questi giorni amari senza amore
sempre più corti, sempre più crudeli
dove ogni istante è un secolo che
muore…

Eri tu, il mio solo paradiso:
sono nato ed esisto per amarti.

2 commenti

Archiviato in antologia di poesia contemporanea, poesia italiana del novecento

2 risposte a “ANTOLOGIA II PER IL PARNASO – Paolo Ruffilli, Steven Grieco, Giorgio Linguaglossa, Antonio Sagredo, Giovanni Fontana, Sandro Boccardi, Giovanni Commare, Raffaello Utzeri, Marco Onofrio

  1. sandra evangelisti

    L’ha ribloggato su La distensione del verso.

  2. marcello mariani

    un fuoriclasse questo Sagredo!

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