Fabrizio Dall’Aglio “Hic et nunc” (Passigli, 1999) letto da Giorgio Linguaglossa

hic et nuncNella poesia di Fabrizio Dall’Aglio (nato nel 1955 a Reggio Emilia), c’è ancora un modello e una secondarietà, c’è ancora il calco sonoro dell’endecasillabo della tradizione impiegato come unità ritmica e tonica, come mattone della costruzione poetica, ma è caduta tutta l’impalcatura del discorso suasorio incentrato attorno ad un «io» depositario della stabilità e della leggibilità del mondo. È caduta la speranza che il «mondo» sia leggibile, neanche nella sua riduzione al «quotidiano» e alla «cronaca», neanche nella riproduzione del «quotidiano» e della «cronaca» nel discorso poetico; è caduta la posizione dell’«io» nei confronti del «noi» e nei confronti della Storia. Rimangono dei simulacri (il mondo, l’io, la luna), dei feticci dinanzi ai quali non si può fare che poesia al negativo, poesia della negazione della posizione dell’«io».

Già da Leopardi in poi è invalsa l’immagine della «luna» come metafora dell’arte nella società moderna. La luna equivale all’enigma dell’arte e alla crittografia dell’io. Nella poesia di Fabrizio Dall’Aglio la «luna» non parla, non viene interrogata, sta muta in alto come un enigma appeso nel cielo. La luna parla come la fata nelle favole: «tu vuoi l’avventura?, ti sia concesso il sempre uguale»; la luna parla con il proprio mutismo molto meglio che con la parola; le parole della luna sono la sua luce notturna, il chiaroscuro; lo sguardo che cade dalla luna è simile allo sguardo che cade da un altro pianeta: è l’incomprensibile e l’incomunicabile che fa della luna l’alter ego dell’«io», la faccia nascosta dell’«io», quella in ombra, che corrisponde specularmente al lato in ombra della luna. È l’immagine dell’irriconoscibile che irradia nell’«io» la sua inquietudine: «era la luna, la puledra gialla / e mi fremeva in corpo la sua luce»; «appendevo la luna alla finestra»; «la luna conficcata ad un lampione». L’immagine della luna è anche il contraltare alla immagine dell’«io», così come l’«io» si duplica e si moltiplica la luna invece resta sempre eguale a se stessa, la rappresentazione del sempre uguale di contro alla dispersione della molteplicità dell’«io». La tematica della duplicazione dell’io e delle sue innumerevoli tracce è centrale nell’opera di Dall’Aglio fin da Hic et nunc (1999), che raccoglie le poesie composte dal 1985 al 1998. Scrive Dall’Aglio: «Avevo cambiato pianeta. / Continuavo la mia vita / sulla terra, / ma avevo cambiato pianeta. Succedevo a una morte / – la mia stessa – / accaduta altre volte / altre volte ripresa». È una sorta di metempsicosi laica e terrena priva di metafisica e ricca di sobria accettazione del pianeta sul quale poggiamo i piedi. Paradossalmente, in Dall’Aglio la rivendicazione de «l’altra luna» corre parallela alla valorizzazione dell’«io», ma è un «io» espropriato quello di cui è questione, che oscilla tra l’estraneazione (Entfremdung) e il  familiare, il grottesco e il falso sublime, la maschera dell’«io» e la maschera dell’apparenza. L’impiego prevalente dell’endecasillabo e dei suoi sottoprodotti vuole essere il paludamento alto di una materia prosaicizzata, insonora, umile, desacralizzata quale è il viaggio dell’«io» nel mondo, o meglio, il viaggio dell’«io» nei pressi dell’«io», nei luoghi di sosta dell’«io».

La teologia dell’economia, il vantaggio che l’etica mostra dinanzi all’estetica, corrisponde bene alla economia da teologia domestica qual è divenuta oggi la poesia che ritenga di essere ancora il baricentro della stabilità dell’«io». La poesia di Dall’Aglio si riscatta da questa deriva utilitaristica con il proclamarsi, appunto, infungibile ai valori dell’etica e del mercato borghesi, ai valori pseudo estetici dell’economia domestica travestita da «quotidiano», o da «cronaca»; in quanto «la vita è nemica della vita», ne consegue che la vita non è qualcosa di immediatamente traducibile in una formalizzazione già posta o da porsi. È questo l’assioma da cui parte la poesia di Fabrizio Dall’Aglio, ed è un principio che va dritto in rotta di collisione con quanto asserito dal modello poetico di Giovanni Giudici di mettere la vita in versi o che la vita possa fornire materiali per i versi. L’opera del poeta di Reggio Emilia rappresenta la sconfessione drastica di quel positivo proposito.

da Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea Società Editrice Fiorentina, 2013

 Da “L’idolo sorridente” in “Hic et nunc” (Passigli, 1999)

Al falso del poeta
contrappongo il silenzio.
L’esteta non ha tempo
per pregare. Scivola
fra gli alambicchi delle parole
accarezzandosi.
Spolvera la bellezza
con il suo straccio regale,
con il setaccio sterile
del suo decoro.
La sua fede
è un anello d’oro.

*

La mia epopea
richiede un promemoria.
Passai alla storia
come linfa fertile,
inutilizzata.
Trent’anni di salute
e di baldoria
non bastarono
a gridare al miracolo.
Intorno a me
il secolo volgeva, dileguava
bestemmie e fedi
speranze e frodi,
e lo spettacolo
la gran carnevalata delle nascite
muggiva, come un toro infuriato
nel ricettacolo dei preesistenti.

Tormenti d’anime accavallate
l’una sull’altra,
già scritte e lette
e ripudiate
nelle secche del tempo.
Io venni al mondo
come un impedimento da mantenere,
un lascito
innecessario e inutile
di menzogne trascorse.
Forse la vita si garantì da sola
lo scoglio infantile del mio corpo
su cui arenarsi
e riposare.
Ma fra i minuti
sparsi
conobbi come tutti
l’occasione propizia,
il vizio contingente della gioia.
Non ci ripenso
con un groppo in gola.

La mia epopea s’intende di se stessa.
Non ha una dea
o una scienza a cui votarsi.
Confessa
un’insipienza clamorosa,
attaccata alla vita
come una ventosa insalivata,
arrampicata
come un parassita.

La mia epopea
è un bottino di ladro.
Invoco
chi potrebbe riciclarla.
Forse nel gregge dei sopravvissuti
che il fuoco dei minuti
ha risparmiato.
A loro
le mie schegge plateali,
l’amaro circo della mia sconfitta.

*

Cerco l’idea prima della morte
l’ultima idea, il culmine, la cifra
la porta che apre e chiude le altre porte
l’immagine infinita definita.

Cerco la traccia della mente estrema
l’eco spezzata dell’istante dopo
l’anello che disgiunge la catena
la maestosa vertigine del vuoto.

Nel vortice dell’attimo riflesso
che scorre fra la morte e il corpo inerte
cerco lo sguardo eterno di me stesso
o il muto dagherròtipo del niente.

*

Avevo cambiato pianeta.
Continuavo la mia vita
sulla terra,
ma avevo cambiato pianeta.
Succedevo a una morte
– la mia stessa –
accaduta altre volte
altre volte ripresa.
Illesa a me la vita proseguiva
rinfrancava le forze, aderente
alla mia duttile materia
di impasto fertile,
intermittente.
Così cestinavo le mie vite
vivendone una,
come per una meta stabilita;
dal mio nuovo pianeta osservavo
ed ero io a camminare
sopra il vecchio pianeta,
io in tutto uguale
alla mia vita prima della morte.
Fremeva la mia anima animale
appesa
al cappio inseparabile del tempo;
la guardavo distratto
nel piacere dolore
di un esperimento
che non mi riguardava.

*

Volevo porgere il testimone
della staffetta cosmica.
Una linea diretta
mi legava alla pista,
un fatale casuale cordone.
Correvo.
Ero l’anima eletta
all’oscuro timone della stirpe.

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