ANTOLOGIA I PER IL PARNASO – Plinio Perilli, Nina Maroccolo, Alda Cicognani, Antonella Antonelli, Adele Desideri, Adam Vaccaro, Antonio Spagnuolo, Claudia Zironi, Manuela Bellodi, Monica Martinelli, Mauro Corona

   Parnaso-Apollo-Venere-Mercurio-e-le-Muse-di-Andrea-MantegnaANTOLOGIA  PER IL PARNASO 

Plinio Perilli       

Cacciata dal Paradisso

1

Come fiorì, questa lite? – rossa rosa
spinosa – precipitò il malessere…
Quando anche le voci cambiano, si perde
ogni ricordo: di noi, del bene, se e quanto
fummo felici… Un crepaccio ci sovrasta
e c’inghiotte, come bianca valanga che
t’accelera a soffice morte. Muore un’idea,
ed il sorriso stesso del rapporto.
Ci imbruttisce, la pena, la rabbia
per le parole da urlare, i silenzi non
detti, le reazioni madornali e orgogliose.

2

Come ci ferì, questa lite? – chiodo nascosto,
vetro spezzato, e te ne accorgi dopo, dopo
che t’ha tagliato… Quando i pensieri
o perfino i gesti, mutano, s’affannano
a difendere il tesoro rubato, sciupato,
come un sorriso che ci rinnega. Ma in fondo
ci imbellisce l’assenza, ne lievita maggior
amore: rinasce ogni idea, ogni dolcezza
d’un legame rinarrato a se stessi…
3

Impallidì, s’addormentò il malessere, fin
verso il sole. Se mi sveglio lo prego, lo
abbraccio perché mi innovi… E ci fa nudi
un no, un rancore sbriciolato a vaniglia –
se ne è golosa, la vita!, così esperta e
malata dei sogni o incubi d’ogni Cacciata,
la fame oziosa d’un bel frutto inutile…

Nina Maroccolo

Eden fantastico

Non abdicava al regno del tuono
né la zolla furente – rea primogenita –
ne fu l’Eden selvatico
nei cieli dell’Avemaria –
null’altro che spore nuziali.
Sanguinava amore
la Santa divaricata di gambe
preludio d’un carme sonoro –
Santa risanata tra reduci sonetti
seminali.
E capovolta australe
nel chaos a Nord della fronte
perdurò l’anello di Saturno
in laude concepimento.
 
 
Alda Cicognani

 Aveva occhi dolci        

I

aveva occhi dolci come un agnello
rimpiangeva le cose perdute
senza molte parole più che altro gli sguardi
sepolte per la guerra  – orecchini il bracciale
qualche anello – mostrava le mani
con la sola fede di guerra  fiera
delle sue dita ma le mancava l’oro
quello che ricompose con la delicata
pazienza delle spose nel tempo – tutto
me lo volle dare insieme alla madonna
col bambino bellissima che si salvò
fra la polvere e le suole tedesche
tutto dal suo cuore al mio per sempre
donna forte aspra che mi sta come un fiore

II

la vorrei rivedere quella bella ragazza
dalle forme piene e gli occhi verdi
la parlata fresca di Cesena  e i ricordi
di Padova e di Pesaro della bellezza
della madre la mia bisnonna Ida che
sapeva stare ferma e sapeva migrare
vorrei che le fosse dato un altro giro
con altre carte  questa volta l’amore
il padre a lungo  l’entrata in società i balli
il luccicare dell’oro sulle mani e sul collo
la vorrei con le sue gonne fruscianti
le amiche le cose futili – e sapere
cosa credeva quanto fosse fidente
lei vigile per tutte le evenienze
se aveva avuto luce nella preghiera
o se stava intenta nelle necessità
soltanto e negli affetti
ci fu un terremoto una sera una danza
leggera sotto la luna
mi tremò lo sgabello e guardando
quelle risa io risi  come onde
che spingono via la paura l’ultima
anche lei rideva  mai ci fu tanta pace

 
Antonella Antonelli

Al collo legavo l’incredulità

“Non potrò piegarti”
mi ripetevi.
Fiamme agonizzanti
i tuoi occhi.
Seduta, di lato,
guardavo la tenda
danzare scomposta,
le nubi accartocciarsi.
“Non potrò più amarti”
mi dicevi disperato.
Una miccia trepidante
le tue mani alzate.
Una resa e una minaccia.
In piedi, una scolara
inappetente, la pancia
nuda di fame,
gridava.
Ma io no,
non temevo
le tue braccia,
né i tuoi blasfemi anatemi
né la mia schiena le colpe
e mi curvavo muta,
solo per raccogliermi.
Odoravo sudore
tra i seni scoraggiati.
Al collo legavo
l’incredulità,
l’atroce dubbio
di un collare
che mi trascina, cane,
e ancora mi bastona.
“Non potrai piegarmi”
a chi servirebbe?
La gobba
mi ha già bucato l’essere,
sarà alla fine
impossibile piegarmi.
Me ne andrò dritta.
Un tuffo di meteora.
Un buco verticale
di cratere.
 

Adele Desideri
 
19 agosto, Merzò

Le stelle di Merzò
brillano di luce impura
– anche il ragno, nel vano
della finestrella, tesse la sua tela
di finzioni e verità.
Il basilico cresce rigoglioso,
ma sul tappeto liso di mia madre
quei passi estranei dell’anziana visitatrice
non potranno lasciare né orme, né tracce.
La mia voce nei notturni voli
dei tuoi sogni è appena un sibilo.
Ora che tutto qui è così ordinato e lindo,
ora che ogni oggetto risiede
nel suo preciso posto, questo calice
di vino separa le nostre mani.
Le stelle di Merzò – hai ragione tu –
sono incollate al cielo.
Ma il cielo – vedi, te lo mostro –
non ci riflette più.
Ancora ci respireremo,
ancora ti indicherò
la strada che attraversa i boschi
e conduce al colle della segreta cripta.
Ancora ci chiederemo: “Se, quando, perché”.
Ma le stelle – a Merzò –
non le vedremo più.
La luna girerà le spalle,
e nella notte matrigna
ci perderemo.
All’alba, due piccoli cinghiali,
una volpe, il cerbiatto, il cucciolo
di lepre saranno nostri amici,
mentre le tue lacrime scorreranno
lungo fiumi diversi, lontani dai miei.
Guarda, se ne vanno, le stelle di Merzò.
Ora se ne vanno, risucchiate
in un gorgo di oblio.
Dopo, un vento furioso
travolgerà la cascina,
il tuo furgone,
il mio tavolo sbilenco.
A Merzò resteranno solo ombre,
desolate tracce di fugata quiete.
Non morire in battaglia,
non lasciarti ferire.
Quando tornerai dalla guerra
– che sia vinta, o persa –
passa da Merzò.
Sul gradino a fronte del poggiolo
mi troverai seduta,
una stella stretta al petto.
La lancerò nel cielo, ti osserverò,
e penserò: “Sempre lo stesso,
nemmeno è invecchiato.
Lui è così, soldato ragazzo,
uomo di mille parole
– mio ostinato figlio,
mio torturato amore”.

Adele Desideri, da Stelle a Merzò (Moretti&Vitali 2013)

Adam Vaccaro

Signore mie

Oh quante volte fare per altre vie la stessa strada
cercando nel passato una strada
dal presente al futuro
                                   Ti ricordi miasignora

che gare di baci   carsi
scintille arse e perse nel vento
le cosce tenute come portafogli ricolmi
intenti a non lapidare quel capitale
di sogni e miracoloso nel ventre
Ti ricordi    miasignora
il cammino fatto per cercare quel punto
fatto sempre di punti dell’intento
di ricominciare daccapo
e che fatica disperazione e premio
prima e dopo quel punto
Che signora era allora Milano
calda e coicapelli nel vento
una barca alla ricerca del largo
schiaffeggiata dall’acque e baciucchiata dal sole
dopo i massacri recenti della guerra più oscena
tra buchi nel ventre topi sommersi volti riemersi
Entrare in un bar – allora – era come
cucciarsi in un angolo curvo dell’arca
ruotando gli occhi e quel bicchiere
s’una voce giurando riflessa

Stavo con te scorrevamo nel sogno
i sogni belli del dormiveglia in
quell’alba rosata del dopoguerra

                 ch’aiutava certo a danzare sul mare

cupo di fame e di attese gonfiate
così poveri e ricchi così poveri e ricchi
come noi su questo letto

Sett. ’97

da La casa sospesa, Joker, N. L. 2003 e da La piuma e l’artiglio, Editoria & Spettacolo, Roma 2006

Antonio Spagnuolo

 “Meraviglioso amore”

(in memoria di Elena)
“Meraviglioso amore” è stato il tuo
per quelle primavere che rubammo
al segreto,  rincorrendo illusioni.
I luminosi assolo della luna
non hanno colpa alcuna
nella dolcezza che non so tradurre
nel profondo mistero del tuo sguardo,
che in penombra sparisce …
Le tue spalle d’avorio
erano furore di sirena,
come stormire d’incanti,
come la svelta mano di fanciulla
in accordi veloci,
in trilli, in motivi di melodie repentine.
Stringo nel pugno ormai vuoto
gli abbagli sorprendenti
del tuo antico pudore.

Claudia Zironi

Di quando m’innamorai

Mi aspettavo cori d’angeli.

Di quando m’innamorai
serbo il ricordo delle biglie di vetro
che rotolano sul marciapiede

Tintinnio di posate d’argento
clandestine nella carrozza ristorante.
E la goccia della fontanella
Il cigolio dell’anemometro sul tetto

Mi aspettavo un largo sguardo d’oriente.

Non parole in times new roman
disposte come file di perline
ad ornamento d’interlinea

Mi aspettavo anche di danzare coi dervisci.

Mi rialzo e sorrido
al candore

Manuela Bellodi

L’alba che volevi

Non sono stata l’alba che volevi,
ma ora che siamo quasi giunti al tramonto,
se ritieni ancora luminoso il nostro incontro,
ricorda,quello che dicevi.

Io,eternamente irrisolta,
ho sempre rimandato alla prossima volta.
Tu,quercia dal tronco duro,
sembravi e forse eri,il più sicuro.

Ma quanti ostacoli d’abbattere per ricominciare,
quante parole da spiegare :
occorre morire e rinascere
per imparare a volare.

Ora,se non vuoi perdermi,perdonami,
se non puoi avermi,sognami.
Non sono stata l’alba che volevi,

ma ci sarà sempre la mano che stringevi.
 

  Monica Martinelli

Vorrei aprire gli occhi
e vedere bianchi cavalli
corrermi incontro.
Niente ombre e niente cupezza,
soltanto arrendermi alla lietezza
che un sorriso possa scolpire
sulle mie labbra rosso carminio.
Ma ecco nuvole nere
calare su me
e a rischiarare il cielo
più non ti vedo
caro amore perduto.
Uno schianto allo stomaco
mi lascia senza fiato
mentre arranco nel vuoto
e precipizi sottostanti incombono.

E siamo qui, attraversati

da questo borgo antico
in questo tempo agitato
da un vento di incertezze.
I fiori aprono petali
sfioriti come il mio nome.
Seduta accanto a te di cui conosco
i filamenti della pelle
i fili della rabbia intessuti
col sangue e poi ancora fiori
petali spampanati
colorati d’attenzione
rossi come il sangue
rossi come il cuore,
il centro del corpo da cui tutto dipende
fino a quando cede il passo
al riposo che ci aspetta dopo
tanto movimento.
Il profilo delle unghie si sfilaccia
in strati di ricordi buoni
per chi ne ha fame.
 
 
Mauro Corona

Concludo il mio discorso in me
quando ti guardo.
Ti riconosco
essenza d’ombra
che dilegua al sole
e si trasforma
in pura estasi e sorriso.

Ti rassomiglio solo a pensarti
ed improvviso giochi di luce,
intermittenze che rendono
più bello il rivederti.

Tu mi trasformi in canto
e ti abbandoni a me
come pietra nel fiume
o come fune che tende
il mio essere all’amore
e fa silenzio altrove

13 commenti

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13 risposte a “ANTOLOGIA I PER IL PARNASO – Plinio Perilli, Nina Maroccolo, Alda Cicognani, Antonella Antonelli, Adele Desideri, Adam Vaccaro, Antonio Spagnuolo, Claudia Zironi, Manuela Bellodi, Monica Martinelli, Mauro Corona

  1. Salvatore Martino

    Ho l’impressione che se Apollo dall’alto del Parnaso che domina le sacre rovine di Delfi dovesse per disavventura imbattersi in questi versimagari incredibilmente usciti dall’antro della Pizia sarebbe colto da tremore razionale, sgomento dell’anima per la totale inutilità di codeste parole in una sequenza che vorrebbe simulare la poesia

    • trascrivo la riflessione di Giuseppina Di Leo giunta alla mia e-mail:

      «Caro Giorgio, grazie per la segnalazione.

      Sulla frase di Caraco (che non conosco) non saprei esprimermi, ma so che sull’argomento parola-silenzio si sono interrogate intere schiere di filosofi.

      In me resta il pensiero, più volte riletto, e tuttavia ancora da comprendere, di Agamben, il quale, mutuando da Hegel, Heidegger, Levinas (meno da Levinas ma tanto dai moltissimi altri), arriva a sostenere – riduco al massimo e so che azzardo -l’impossibilità della parola di saper tradurre il silenzio dal quale essa proviene.

      Parlando di ‘ombra’ si dice forse la medesima cosa, o forse no, perché probabilmente i due pensieri provengono, come sembra, da due differenti percorsi metafisici : negativo, quello di Agamben, positivo quello di Caraco. Nonostante questo, non c’è dubbio che un conto è ‘leggere’ (l’universo) un altro è ‘dire’ invece l’universo-vuoto, ovvero il “fondamento” sul quale il linguaggio deve far ritorno. Dice Agamben: «la coscienza della filosofia occidentale poggia originariamente su un fondamento muto (su una Voce) e di questo silenzio non potrà mai venire a capo fino in fondo.». E, ancora: «Filosofo è colui che, essendo stato sorpreso dal linguaggio, essendo cioè uscito dalla sua dimora abituale nella parola, deve ora tornare là dove il linguaggio gli è avvenuto, deve, cioè, «sorprendere la sorpresa», essere a casa nella meraviglia e nella scissione.»

      Sono temi sicuramente complessi ma affascinanti».

      • cara Giuseppina,
        ho dei dubbi sul noto topos del silenzio che precederebbe la parola e su tutta la retorica connessa della parola che nasce dal silenzio. È un pensiero analogo a quello del Big Bang, della nascita dell’universo da Nulla. È un pensiero teologico. Rispettabile, certo, ma che non ha molto a che fare con il pensiero rigorosamente filosofico. E poi in questo modo si sposta soltanto il problema: dalla Parola al Silenzio (dalla materia al nulla), e si ritorna al punto d’inizio: chi ha creato il Silenzio? Chi ha creato il Nulla?, e qui la risposta della teologia è una non-risposta: Dio. Con tutto il rispetto per la posizione dei credenti, io vorrei evitare di ricorrere a questo passepartout universale che è la spiegazione teologica.

        Una cosa va detta subito: la «parola» non proviene dal «silenzio». O meglio, qui si dovrebbe definire il «silenzio», se esso si intende che il «silenzio» è «assenza di parola», si può dire che questo concetto è, al contempo, vero e non vero, nel senso che la «parola» deriva da un’altra «parola» (e così via all’infinito, a ritroso) come è vero che deriva anche dalla «assenza di parola». Ma, attenzione, «assenza di parola» non equivale a «silenzio», è qualcosa di molto diverso. Ci può essere una «assenza di parola» temporanea o prolungata, e quindi qui si parla di un «silenzio interrotto», etc.

        Il problema posto nel nostro motto è un altro: cioè quello della «parola» e del suo rapporto con l’«ombra» e la «luce». La «parola», come qualsiasi altra cosa nel nostro universo, si dà sempre in rapporto con l’ombra e la luce. La luce (e la velocità della luce) è il metro di misura del nostro universo secondo Einstein, se non vado errato, e non possiamo estrapolare la «parola» per metterla a fronte del «silenzio» perché ne faremmo dei concetti feticizzati. La «parola» non sta di fronte al «silenzio», la «parola» sta dentro la luce (e quindi dentro l’ombra) e in quello straordinario incastro che è lo spazio-tempo.

        Ecco il perché del nostro motto:

        L’uomo abita l’ombra delle parole, la giostra dell’ombra delle parole. Un “animale metafisico” lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l’ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l’uomo legge l’universo.

        La «parola» è, nella sostanza, un ente «metafisico». Con il che la questione è chiusa. O meglio si riapre.

    • maddalena di marco

      simulare, dissimulare, emulare e semplicemente fare… c’e’ chi si espone e chi sta alla finestra a criticare pubblicando quattro libercoli con editori a pagamento nell’arco di una vita, tuttologo che va dall’assiriologia, all’informatica, all’insegnamento, alla poesia, e non offre mai a un pubblico diverso da amici e parenti che comprano i suoi libri le proprie poesie, e chi invece studia, scrive e offre, a tutti indistintamente, l’occasione di leggere e confrontarsi. se questi versi sono una simulazione di poesia, caro Martino, perche’ escono dalla metrica codificata e dalla facile metafora, forse non e’ colpa di chi li ha scritti, e tantomeno della Pizia, ma di chi non solo non e’ in grado di scrivere di meglio ma nemmeno di capire cio’ che legge. cari saluti, con la stima e il rispetto che si deve ai capitani di lungo corso.

    • Claudia Zironi

      Caro Salvatore Martino, io non La conosco ma immagino che Lei si senta titolato critico visto che esprimere commenti cosi’ liquidatori e lapidari nei confronti degli scritti di altri autori. Purtroppo noto che denigrare il lavoro altrui e’ pratica estremamente diffusa fra gli addetti ai lavori della poesia e probabilmente Lei “segue l’onda” perche’ cosi’ vede fare e hanno fatto probabilmente a Lei in passato.
      Ma La invito, come invito chiunque si comporti come Lei, a riflettere su quanto ha fatto in quanto la critica fine a se’ stessa, non costruttiva, oltretutto generalizzata e non espressa come punto vista personale e’ una parente molto prossima di calunnia e maldicenza.
      Se Lei desidera intraprendere la carriera di critico letterario, dando per scontato che abbia le ampissime basi culturali necessarie, le consiglio di documentarsi innanzi tutto sul lavoro dei veri critici che motivano sempre sia le lodi che le evidenze negative e inquadrano le opere nel contesto storico e artistico prima di esprimere giudizi assoluti e non personali. Detto questo, comunque la ringrazio per averci letto e le auguro una felice giornata.

  2. monica martinelli

    A prescindere dalle polemiche e dai giudizi personali sulle poesie – che in quanto tali sono ovviamente opinabili – faccio presente che se delle “parole in sequenza” sono in grado di scatenare “tremore razionale e sgomento dell’anima”, significa che sono tutt’altro che inutili. Qualunque parola o verso può essere utile o inutile, così come qualunque cosa e azione umana..a qualcuno può fare bene, ad altri no, ma in ogni caso c’è, al di là e al di sopra di ogni finalità. Paul Celan scriveva “La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell’Universo”, e anche “Dice il vero chi dice ombra”. E mi piace pensare che le parole, così come i sentimenti, così come le ombre, abbiano una loro utilità..non solo nel giorno di San Valentino!
    Colgo l’occasione per ringraziare Giorgio Linguaglossa e gli altri curatori del blog per la gentile ospitalità.
    Saluti
    Monica Martinelli

    • sono in grado di scatenare “tremore razionale e sgomento dell’anima”

      Gentile Monica Martinelli,
      condivido il tuo pensiero e le opportune citazioni da Paul Celan.
      Scatenare tremore razionale e sgomento dell’anima è proprio non solo di certa poesia nata da eccelse menti, ma anche di certa musica composta da esseri come Chopin, Wagner, Mahler…
      Che poi le poesie pubblicate in questo post non raggiungano tali vette, non è questione da far scomodare Apollo e la sua Pizia,
      L’utilità della poesia in sé è opinabile.
      Ciò che non comprendo è l’acrimonia che in molti blog trovo nei commenti di taluni.
      I veri critici possono “stroncare” un’opera esprimendosi con un linguaggio rispettoso dell’autore.
      Le poesie riportate sopra possono piacere o non piacere, ma si dovrebbe giustificare il proprio giudizio negativo con ragioni stilistiche, lessicali, metriche, filosofiche, estetiche, di contenuto, di coerenza etc.
      Di nuovo grazie a Giorgio Linguaglossa che offre una “palestra” in cui confrontare civilmente il proprio pensiero o dissenso in piena libertà d’opinione..
      Giorgina Busca Gernetti

  3. Giuseppina Di Leo

    Caro Giorgio, innanzitutto ti ringrazio per la risposta e per le precisazioni sul senso del nome di questo blog, al quale faccio i miei più cari auguri.

    Sul tema del silenzio. Senza alcuna reticenza posso dire, senza cioè il timore di contraddirmi, che condivido anch’io quando dici che la parola “non proviene dal silenzio”. La mia affermazione era infatti riferita al libro di Agamben (Il linguaggio e la morte), mentre penso invece che la parola può solo interrogarsi sul silenzio o cercare di tradurlo.
    Riporto di seguito una bellissima poesia di Garcia Lorca su questo tema così affascinante e a tratti controverso.

    I pioppi d’argento si piegano sull’acqua:
    sanno tutto, ma non lo diranno.
    Il giglio della fonte non grida la sua tristezza.
    Tutto è più degno dell’umanità!
    La scienza del silenzio di fronte al cielo stellato
    l’hanno soltanto il fiore e l’insetto.
    La scienza del canto per il canto l’hanno
    i boschi mormoranti e le acque del mare.
    (Federico Garcia Lorca)

    A noi, miseri mortali, non resta che interpretare «la scienza del silenzio»: il senso insito nel fiore e nell’insetto.
    Giuseppina

  4. Voglio ringraziare anch’io, anche qui, Giorgio della sua instancabile generosità, inventando spazi e proposte che non ha importanza se susciteranno cattedre tanto stizzite quanto sterili, importa che qualche verso, come ago nel pagliaio perfori facendosi perforare dalla luce, come ho cercato di sintetizzare con qualche lampo anche ironico con questa poesia di anni fa:

    (ombra della luce e luce dell’ombra
    dove le cisti continuano a fare domande

    s’abbarbica la luce
    come pantera ombrando
    le balze e maculando
    tutta una montagna cosìffatta
    di botole fessure
    e fesserie

    Maggio 2000
    (da La casa sospesa, Joker Ed., Novi L., 2003)

  5. “… la «parola» sta dentro la luce (e quindi dentro l’ombra) e in quello straordinario incastro che è lo spazio-tempo.”
    Dopo l’interessante analisi del “silenzio” e del rapporto “parola – silenzio”, leggo la frase riportata qui sopra che mi attrae perché l’ombra e la luce compaiono molto spesso e profondamente nei miei ultimi due libri di poesia, anche nel titolo del penultimo: “Parole d’ombraluce”. Mi è stato chiesto in varie occasioni che cosa significhi “ombraluce” (ossimoro univerbato), oppure l’intero titolo. Pare sia un mistero…
    Giorgina

  6. Desidero anch’io complimentarmi con Giorgio Linguaglossa, Marco Onofrio, Valentino Campo e Aldo Onorati per questo nuovo “l’ombra delle parole” e fare loro i migliori auguri di un lungo e proficuo percorso insieme. Ringrazio in particolare Giorgio per avere inserito una mia poesia in questa pregevole antologia del mondo virtuale.
    La poesia di Garcia Lorca citata sopra da Giuseppina con il suo strale “tutto e’ piu’ degno dell’umanita’ ” connota, purtroppo a mio parere, negativamente questa grande invenzione dell’uomo che e’ il linguaggio. Il silenzio si puo’ contemplare ma la parola… che cosa meravigliosa la parola! Fuga l’inquietudine dell’ombra, celebra la luce, ci permette di interrogarci e, a volte, di darci risposte, ci fa sentire reali in questa parentesi d’esistenza terrena, ci fa godere di pregevoli momenti d’arte, ci consente di stringerci l’un l’altro in luoghi, seppur virtuali, come questo blog.
    Un caro saluto a tutti.

  7. Un grazie sincero a Giorgio Linguaglossa che mi ha invitata a partecipare a questa antologia.
    Scrivere sull’amore è sempre stato arduo: credo sia l’argomento, quel cunicolo nell’antro dell’anima, così complesso nel riemergere segno, gesto, dinamica della “parola”.
    Trovo molto bello confrontarsi con altri poeti, è la gioia di un sano confronto, della conoscenza reciproca. Si fa unicità d’incontro questo darsi generoso.
    Anch’esso fa parte di un movimento di luce, quella luce che emerge dall’ombra, dalla sua duttilità. L’ombra non è solo ombra, ma il veicolo per accedere ai luoghi “hillmaniani” del sogno nel mondo infero. E se esiste un Ade medicamentoso, esso ci conduce dalle profondità abissali – le zone nostre ctonie che risuonano come “archeologia dell’interiorità”, sino alla “Pompei delle pupille” dove l’immobilità dell’occhio è destino lavico immutabile – al raggio di Luce che si fa Consapevolezza.
    Luce è sempre atto di rinascenza, si fa nuovo incipit laddove avvenga il prezioso riconoscimento del mutamento. Perché l’essere umano non è solo caduta e precipizio, ma presenza memoriale, personale e collettiva: e si fa corpo che preme e lascia orme d’anima durante il percorso. Quell’intenzione antica che il vuoto e il pieno contiene.

    L’ombra irraggia costantemente, altrimenti nessun processo avverrebbe.

    Non temo gli abissi, perché vi cerco le vette.
    Questo è anche il mio augurio per tutti voi, cari amici.
    Un abbraccio forte,
    Nina Maroccolo
    *
    PS: il titolo della mia poesia è “Eden selvatico” (puoi correggere, per favore, Giorgio?).

  8. sandra evangelisti

    L’ha ribloggato su La distensione del verso.

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