Lars Gustafsson. Due Poesie Traduzioni di Enrico Tiozzo e Fulvio Ferrari

Lars Gustafsson   Lars Gustafsson è nato a Västerås il 17 maggio 1936 ed è

Anahit marty-feldman

considerato il più internazionale scrittore svedese contemporaneo. Studioso di matematica e filosofia, poeta, saggista, drammaturgo, romanziere fra i più tradotti all’estero, e in questa sua intensa attività (oltre cento i libri pubblicati: poesie, saggi di critica letteraria, romanzi che sono stati tradotti in quindici lingue) ha ottenuto molti riconoscimenti. Nel 1996, quando ottenne il Pilot Prize (istituito per premiare con 150.000 corone svedesi chi si distingueva nella letteratura), fu descritto come filosofo, poeta, visionario. Diplomato nel 1960 all’Università di Upsala dove ha studiato sociologia e filosofia, ha conseguito il dottorato nel 1978.
È stato sposato tre volte ed avuto quattro figli dalle prime due mogli. I romanzi che gli hanno dato la notorietà a livello internazionale, è stato il ciclo Crepe nel muro di cui fanno parte cinque libri: Lo stesso signor Gustafsson (1971), La lana (1973), Festa in famiglia (1975), Sigismondo (1976) e  Morte di un apicultore (1978), tutti caratterizzati da da domande esistenziali mischiate all’assurdo ad al comico. Ha insegnato Storia del Pensiero Europeo all’Università di Austin, Texas, dal 1983, anno successivo alla separazione con la prima moglie, e fino al 2006, anno successivo al suo terzo matrimonio e del pensionamento, a seguito del quale si è ritirato a Södermalm, quartiere di Stoccolma. Nel 1986 è stato fatto cavaliere dell’Ordre des Arts et des Lettres. In Italia ha ricevuto il Premio Agrigento e il Premio Grinzane Cavour.

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Ibn Batutta  

Quando, Ibn Batutta, viaggiatore arabo, medico
e acuto osservatore del mondo,
nato nel Maghreb nel quattordicesimo secolo,
giunto alla città di Bulgar, venne a conoscenza della Tenebra.
La Tenebra era un paese a quaranta giorni di viaggio verso Nord.
Fu alla fine del mese di Ramadan,
e quand’egli ruppe il digiuno al calare del sole
ebbe appena il tempo di pronunciare la preghiera della notte
prima che il nuovo giorno albeggiasse. Le betulle s’ergevano bianche.
Ibn Batutta, viaggiatore arabo non giunse mai più a Nord
di Bulgar. Il racconto
sulla Tenebra e i viaggi per raggiungerla lo affascinarono.
il viaggio venne intrapreso solo da ricchi mercanti.
Si spostano con centinaia di slitte
cariche di cibo, bevande e legna,
perché là il suolo è coperto di ghiaccio
e nessuno può camminarci sopra senza scivolare
tranne i cani, le cui unghie riescono a far presa
nel ghiaccio eterno. Non ci sono alberi né pietre,
e tanto meno case, per orientarsi durante il viaggio.
Le guide al Paese della Tenebra sono i vecchi cani
che già hanno fatto il viaggio molte volte.
Simili cani hanno un prezzo che può arrivare
a mille dinari o più, perché le loro conoscenze
sono insostituibili. Al momento di un pasto
si servono i cani prima degli uomini
perché altrimenti il capo della muta s’infuria
e se ne va, abbandonando il padrone al suo destino.
Nella grande tenebra. Dopo quaranta giorni di viaggio
i mercanti si fermano nella Tenebra. Dopo quaranta giorni di viaggio
i mercanti si fermano nella Tenebra. Depongono
a terra le merci e fanno ritorno al campo.
Il giorno successivo tornano e trovano
mucchi di zibellini, ermellini e scoiattoli
un po’ discosti dalle merci accatastate.
Se il mercante è soddisfatto dello scambio prende le pelli.
Altrimenti le lascia lì. Allora gli abitanti
della Tenebra aumentano la loro offerta con altre pelli
oppure si portano via tutto quello che avevano messo lì
e sdegnano le merci dello straniero
È il loro modo di commerciare.
Ibn Batutta ritornò nel Maghreb
e morì in età avanzata. Ma quei cani
che, muti ma sapienti
privi di parola ma con cieca sicurezza
correvano sul ghiaccio levigato dal vento addentrandosi nella Tenebra.
ancora non ci danno pace.
Noi parliamo, e le parole sono più sapienti di noi.

Noi pensiamo, e il pensato ci precede
come se sapesse qualcosa
che noi ignoravamo. Messaggi corrono
attraverso la storia, un codice che si traveste da idee,
rivolgendosi ad altri e non a noi.
La storia delle idee non è una scienza della psiche.
e i cani, con passi rapidi e sicuri.
sempre più nella tenebra.

da Pozzi artesiani sogni cartesiani, 1980
traduzione di Fulvio Ferrari

.
lars-gustafsson.    

VITA

La vita scorre attraverso il mio tempo,
e io, un volto non rasato,
dove le rughe sono profonde, analizzo
le tracce.

Pensieri come bestiame,
avanzano sulla strada per bere,
estati perdute ritornano, ad una ad una,

profonda come il cielo viene la malinconia,
per la pianta di carice che fu,
e le nuvole che allora rotolavano più bianche,

eppure so che tutto è uguale,
che tutto è come allora e irraggiungibile;
perché sono al mondo,

e perché mi prende la malinconia?
E gli stessi lillà profumano come allora.
Credimi: c’è un’immutabile felicità.

Traduzione di Enrico Tiozzo

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8 commenti

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8 risposte a “Lars Gustafsson. Due Poesie Traduzioni di Enrico Tiozzo e Fulvio Ferrari

  1. Antonella Antonella

    Credimi: c’è un’immutabile felicità.
    Noi pensiamo, e il pensato ci precede
    come se sapesse qualcosa
    che noi ignoravamo.

    Conoscevo Lars Gustaffson, ma rileggendo i suoi versi, questi che ho copiato in particolare, ho capito che su queste pietre dovrebbero erigersi le stanze della poesia e della realtà, ci sono uomini che ci decodificano l’esistenza e ce la rendono semplice oltre che piacevole, ci sono poeti che trascendono epoche e luoghi e che volano in alto, arrivando nel profondo di ciascuno di noi.

  2. gentile Antonella Antonelli,

    concordo con i versi da te citati di Lars Gustafsson: «il pensato ci precede», il «pensato» è più in avanti del «pensiero», il pensiero di una «cosa» spinge avanti il pensiero verso un punto di rottura, di separazione, ma tra il pensato e il pensiero c’è sempre un fossato, una distanza, una separazione. Il «pensato» squarcia il velo del pensiero, frattura l’impensato al pensiero.

    E non c’è poesia senza il «pensato», così come non si dà poesia senza il «pensiero». Quello che con denominazione impropria si chiama il «pensiero poetante» indica questa fenomenologia del pensiero con se stesso. Tornando a Gustafsson: «il pensato ci precede». È da questa assunzione che cambia il modo di fare poesia, occorre prendere atto che una poesia del pensato è diversa da una lirica dell’immediatezza (quasi che l’immediatezza sia una specie di criptonite magica che ci guida verso l’alloro della poesia). Tra poesia e «pensato» c’è un cordone ombelicale.

    Anche questa straordinaria e geniale poesia di Lars Gustafsson ci racconta l’avventura di Ibn Batutta che impiega tutta la sua vita e le sue forze per inseguire il «pensato», una «idea» che lo precede. Una idea folle, una «grande idea», un grande progetto. Una grande allegoria della condizione umana. Basta questa sola poesia per fare un grande poeta, non credi?

  3. ambra simeone

    io penso che ci sono molte poesie che nascono da una “abitudine al sentire una poesia” o “allo scrivere una poesia” o “al leggere una poesia” quest’abitudine è come quando si chiude la portiera della macchina e poi non si ricorda di averlo fatto; ecco perché molti autori non ricordano di aver scritto una poesia o non ricordano cosa voleva dire quella poesia, sembra che scrivere sia diventato “un’abitudine all’esercizio”

    “pensare” prima di scrivere qualcosa dovrebbe essere un obbiettivo primario

  4. Mi fa particolarmente piacere che qualcuno abbia riletto queste due poesie di Lars Gustafsson, uno dei maggiori poeti europei, purtroppo poco conosciuto e tradotto in Italia. Sono solo due poesie ma sufficienti a farci capire lo spessore di un poeta che non fa certo poesia “irriflessa”, come accade oggi in Italia. Sono poesie che presuppongono un pensiero che si addentra con fatica dietro il «pensato».

    Ibn Batutta nel suo folle viaggio nel «Paese della Tenebra» scopre il popolo silenzioso di mercanti i quali non fanno più uso della parola umana, con loro si tratta mediante il silenzio, il «Paese della Tenebra» è anche (non è detto esplicitamente ma lo deduciamo noi dalla lettura del testo) il Paese del Silenzio. Sono uomini orgogliosi che vivono separati dalla nostra civiltà, che non hanno più bisogno della lingua umana per comunicare, che rigettano perfino l’idea di una comunicazione con gli uomini del paese della Luce i quali parlano le mille lingue umane della comunicazione guasta e corrotta.

    Mi sembra un apologo di straordinaria potenza simbolica e di grande efficacia linguistica, comunicativa; questa poesia comunica molto di più di quanto essa ci dica, salta, cortocircuita la comunicazione per arrivare alla comunicazione simbolica, per enigmi. Mi chiedo quale altro poeta italiano di questi ultimi decenni del Dopo Montale abbia scritto una poesia di tale potenza simbolica; la risposta è presto data: Nessuno. E ci sarà pure una ragione perché nessun poeta italiano del post-minimalismo abbia scritto una poesia che possa starle a fianco.

    Purtroppo la poesia italiana del Dopo Montale ha dimenticato che in poesia si può scrivere poesia anche facendo ricorso alla parabola, uno strumento retorico ben utilizzato da Gesù, quindi uno strumento retorico antico, antichissimo, ed efficacissimo per tramandare contenuti altamente complessi attraverso un racconto semplice.

  5. Valerio Gaio Pedini

    è una male che nessun poeta italiano del dopo montale abbia utilizzato la parabola, però è anche vero che la poesia svedese e quella nordica in generale si muove su altri parametri, e non solo Lars, di cui ho letto anche qualche romanzo pubblicato da iperborea. O forse è il contrario, che quella italiana non ha il potere che ha quella europea. D’altronde siamo “figli” di Petrarca e con Petrarca è passato in auge il manierismo: e una poesia manierista è priva di nesso poetico, è un esercizio di stile, ben lontano da quello di Queneau (che si basa sulla composizione matematica e le soluzioni possibili): mi pare che la poesia italiana si sia incanalata in una direzione ben più penosa, la noia: salvo rare eccezioni. Una noia, che stando alle previsioni di Baudelaire, è divenuta sempre più privata e soggettiva: una forma di narcisimo poetico.

  6. La poesia di Lars Gustafsson è stata pubblicata sul n. 3 del 1996 nella rivista “Micromega” insieme a quella di altri poeti europei tra cui Odisseas Elitis, Derek Walcott, Paul Celan, Zbigniev Herbert ed altri e insieme ad alcuni poeti italiani, oltre gli anziani Mario Luzi, Roberto Roversi e Zanzotto, anche i giovani Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Gilberto Sacerdoti, Milo De Angelis e Franco Marcoaldi.

    Ricordo che venni subito colpito dalla gigantesca differenza tra le poesie di Herbert e Gustafsson e quelle degli italiani, e mi sono chiesto in tutti questi anni: possibile che non si siano accorti di quella gigantesca differenza? – Io credo che non se ne siano accorti, ciascuno preso nelle certezze dl proprio io forse avranno creduto di poter stare al livello di Herbert e di Gustafsson.

  7. Valerio Gaio Pedini

    sicuramente. ma già andando nella poesia inglese riscontriamo le stesse differenze. La poesia italiana si trova in una zona d’ombra, anzi peggio, d’incosapevolezza. E non da adesso. Prendiamo il simbolismo: in francia era sviluppato in una zona, da noi ci furono un po’ di smilzi poeti dei melograni che vinsero anche il nobel. In pratica, mi pare che gli italiani, salvo rare eccezioni, abbiano imparato a prendere negli anni tutto il peggio.

  8. Valerio Gaio Pedini

    ah, ricordo che quell’anno il nobel doveva vincerlo Tolstoj, ma sono dettagli.

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